Spettacolo di e con Moni Ovadia
violino Maurizio Dehò
clarinetto Paolo Rocca
fisarmonica Albert Florian Mihai
contrabbasso Luca Garlaschelli
Al Teatro Franco Parenti dal 27 dicembre al 5 gennaio
Da vedere
Moni Ovadia presenta al teatro Franco Parenti Cabaret Yiddish, sullo stesso palcoscenico su cui vent’anni fa aveva debuttato con questo spettacolo, che poi ha portato in giro per
il mondo riscuotendo un grande successo. “Stasera”, ha dichiarato la sera della prima “festeggio le nozze d’argento”. In effetti venticinque anni fa, lui ebreo sefardita, seguendo un amico incontrato per caso, finiva in una piccola sinagoga in un appartamento sopra il teatro Carcano di Milano, dove si riunivano vecchi ebrei del Centro Europa, e dove lui scopriva la cultura yiddish, la letteratura, la musica, lo humour, il cuore di un popolo da sempre perseguitato. E lì si impadronì di gesti, di linguaggi, di modi di fare, insomma di una cultura che da allora diffonde con grande entusiasmo. Lo spettacolo, sottolinea lui stesso, nasce dalla cultura del pogrom, dell’esilio, della perdita, ma è anche la capacità di ridere dei propri difetti, dei propri guai. Così Ovadia racconta – sarebbe meglio dire recita – storielle, ovvero storie vere o inventate, spesso rivisitate sugli ebrei, tracciando dei cammei sulla esaltata o denigrata abilità commerciale, sulla terribile mamma yiddish (per fortuna di mamma ce n’è una sola!), sulla scaltrezza, la furbizia, la sapienza. E lui, con la grande naturalezza e l’anima a volte candida di chi sa narrare le favole, capace di un’ironia proposta con sapienza e candore, intrattiene il pubblico che lo segue attento e coinvolto per oltre due ore, raccontando le sue storie, ballando o lasciando il posto ai suoi quattro bravissimi musicisti che hanno proposto brani di musica kletzmer. In alcuni momenti, mentre balla, Ovadia mi ricorda Charlie Chaplin in Luci della ribalta, guitto consumato, ma anche appassionato, saggio, commovente.
Da non perdere.







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