Testo: Vincenzo Salemme.
Regia: Vincenzo Salemme.
Protagonisti: Vincenzo Salemme, con Nicola Acunzo, Domenico Aria, Franco Cortese, Floriana De Martino, Antonio Guerriero, Raffaella Nocerino, Gioanni Ribò.
Dove: Teatro Manzoni di Milano dal 10 al 31 dicembre 2013, poi in tour qui giù al Nord fino alla fine di marzo.
Diavolo di un napoletano! E’arrivato a Milano, ieri sera 10 dicembre con la prima al teatro Manzoni, portando un lavoro già collaudato la scorsa stagione, Il diavolo custode. La vicenda è probabilmente attinta a un fatto di cronaca.
Un uomo sfigato (Domenico Aria), Gustavo (“ma perchè un nome al passato e non al presente, Gusto, o al futuro, Gusterò?”), depresso, a cui va tutto male – la famiglia, il lavoro, le amicizie, i soldi – si trova unico onesto in un contesto dove tutti si lasciano tentare da vie più facili, compreso il cognato prete che si inciucia con piccoli o grandi delinquenti che confessa. Finché arriva il diavolo, un Vincenzo Salemme in ottima forma, che dopo averlo messo di fronte al suo fallimento lo tenta, gli dà una “seconda possibilità”, gli chiede di vendergli l’anima in cambio di soldi sesso successo. Ma lui non si lascia sedurre, fino al tragico epilogo (ma vissuto in chiave quasi comica). Tuttavia, più che a un’opera tragicomica di gusto e di dialogo tutto napoletano (che ogni tanto lui traduce in italiano!), abbiamo assistito a un divertente “Salemme show”, dove l’attore – che ha anche scritto e diretto questo setting teatrale – ogni tanto fa accendere le luci per coinvolgere come in un grande psicodramma anche il pubblico, che rappresenta, dice, l’inconscio del malcapitato Gustavo (ognuno di noi rappresenta un aspetto segreto della sua anima: una citazione di Jung, ma ancor più di Assagioli), chiamando qualche spettatore a intervenire con un giudizio, un consiglio e perfino con una performance. Tutto questo affiancato da un divertente diavoletto di Catanzaro (Nicola Anunzio), di cui non si capisce mai una parola quando parla. Ma che fa proprio ridere. Giochi di parole di cui serve lo stesso Salemme, esilarante quando interpretando un vicino di casa quasi analfabeta dice di aver recitato i grandi testi anche in inglese, un esempio tra tutti, il monologo di Amleto (to be or not to be) ovvero “Tobia o non Tobia”.
Per finire alla fine del secondo tempo in un monologo con considerazioni semiserie personali, con richiami psico-sociologici, sulla differenza tra uomini e donne, l’incapacità di vivere in sintonia con i ritmi naturali, sempre di corsa. Si ride molto, tanti applausi a scena aperta alle battute più divertenti, una grande partecipazione, quasi fossimo anche noi milanese, talvolta un po’ cerebrali e freddini, fossimo diventati tutti un po’ napoletani.







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