Due grandi lutti hanno colpito in settembre il mondo della moda e quello del cinema. Se ne sono andati Giorgio Armani e Robert Redford, che accomuno solo per ragioni di spazio.
Re Giorgio, il più grande
Armani l’avevo intervistato all’inizio degli anni ’70: non era ancora “Re Giorgio”, ma aveva già lanciato un suo stile, si era già distinto per la sua eleganza sobria. Mi raccontò – ma con grande modestia – dei suoi primi anni della Rinascente, il suo ingresso in questo mondo che sognava fin da bambino, i primi successi. L’ho incontrato qualche anno fa in piazza del Duomo, circondato dalle sue guardie del corpo, e mi ha sorriso, mi ha riconosciuto 50 anni dopo!
Forse è stato il più grande stilista italiano, apprezzato in tutto il mondo: a partire dagli anni ’70 ha inaugurando un nuovo linguaggio di eleganza minimalista sia nel guardaroba maschile che femminile, imponendo il suo stile sia al grande pubblico, sia nell’abbigliamento professionale internazionale e anche nel mondo del cinema. Suoi sono gli abiti di Richard Gere in American Gigolò e di Diane Keaton in Io e Annie e poi e in seguito i costumi di molti film e dei protagonisti del red carpet.
È stato un grande imprenditore, che seguiva da vicino tutte le sue creature, pretendendo la perfezione. Impegnato a livello internazionale non solo nella moda, ma anche nel campo culturale, nella ristorazione, nel cinema, si è interessato persino alla sostenibilità ambientale e al miglioramento della biodiversità. Ha lavorato tutta la vita, fino all’ultimo, ai suoi 91 anni, rimpiangendo come ha detto di aver dato poco tempo alla vita privata.
Un grande uomo, Re Giorgio appunto, che lascia una grande eredità non solo in termini economici (un impero di oltre 2 miliardi di euro), ma il suo messaggio di bellezza, di imprenditoria, di serietà professionale, di creatività.
Redford: divertimento e impegno sociale
Se ne è andato a 89 anni, con una carriera alle spalle di tutto rispetto. Lo ricordo nei primi film anni ’60-’70 – A piedi nudi nel parco, I tre giorni del condor – biondo, belloccio, poco grintoso. Invece mi è piaciuto in Corvo rosso non avrai il mio scalpo, mi sono innamorata di Come eravamo, mi sono divertita ne La stangata. E poi sono arrivati film sempre più impegnati, come Brubaker, ha imparato a coinvolgere il pubblico, il suo personaggio ha acquistato potere, come in L’uomo che sussurrava ai cavalli, Spy game, esibendo poi nell’età più matura una grande eleganza malgrado le rughe, come in Proposta indecente. Anche come regista ci ha dato dei piccoli capolavori, come Gente comune, Milagro, La leggenda di Bagger Vance. Attore, regista, produttore, quindi, ha fondato il Sundance Film Festival, sinonimo del cinema indipendente, dove ha dato spazio a giovani talenti (come Brad Pitt), lanciando anche messaggi di impegno sociale e politico.
Se ne sono andati due miti, che non potremo certo dimenticare e che potremo rievocare uno attraverso il museo della moda e l’altro rivedendo i film che ci ha lasciato.







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