di Renata Pompas
Titolo: Fata Morgana; memorie dall’invisibile.
Date: Fino al 4 gennaio 2025,
Dove: Palazzo Morando, Milano.
Libro: edito da Elekta e Nicola Trussardi,
Chiude a gennaio Fata Morgana: memorie dall’invisibile, una mostra ricca e articolata allestita nelle sale di Palazzo Morando (Milano), ideata da Massimiliano Gioni, Daniel Birnbaum e Marta Papini e promossa dalla Fondazione Nicola Trussardi. Il titolo richiama il poema di André Breton (1940) e introduce immediatamente il filo conduttore dell’esposizione: il dialogo tra arte e occultismo, un tema tornato d’attualità negli ultimi anni.

Breton definiva l’automatismo come “il puro automatismo psichico mediante il quale ci proponiamo di esprimere […] il funzionamento reale del pensiero […] al di fuori di ogni controllo esercitato dalla ragione”. Nelle sue esposizioni accostava opere di pazienti psichiatrici a quelle di artisti affermati, rivendicandone la pari dignità poetica e mettendo in discussione il confine tra arte “ufficiale” e “spontanea”.
“Un sottobosco di predicatori, visionari, personaggi eccentrici che vede come antesignani dell’automatismo surrealista”, hanno dichiarato i curatori, che hanno riportato quello spirito includendo nel percorso figure eccentriche, visionarie e marginali, che vengono considerate antecedenti dell’automatismo surrealista.
Nello stesso modo a palazzo Morando sono state mescolate le opere di artisti affermati, outsider, teosofi, medium, malati psichiatrici, commediografi, scrittori, cineasti, femministe, ecc. Di fronte a un impianto tematico tanto esteso – che presenta 78 autori e 200 opere (alcune come “Il latte dei sogni”, già viste alla Biennale di Venezia) distribuite su due piani – la suddivisione tematica in sezioni non è riuscita, a mio parere, a consentire una lettura più agevolata a tanta frammentazione.
Questi titoli delle sezioni: Spiriti guida, Medium e mistiche, Il messaggio automatico, Fiori di carne, Giardini cosmici, Le voci dello spirito, Corpi senza organi, Simulacra, Salvare il mondo. Non mi propongo di descrivere l’intera mostra, per la quale rimando al catalogo, ma di fare delle riflessioni sul tema presentando a titolo esemplificativo una piccola rosa di alcuni autori.

Molto suggestive appaiono le numerose tavole di Annie Besant (1847–1933), intellettuale, teosofa e attivista britannica che, insieme a C. W. Leadbeater, teorizzò le Thought-Forms, forme-pensiero dotate di vibrazione, colore e struttura, generate dall’attività mentale.
Una concezione che influenzò l’emergere della pittura astratta.

Accompagnata nella sala dalle opere di medium-artiste dell’epoca vittoriana.
Sono stata sorpresa dagli acquerelli di Emma Jung (1882-1955) che tramite forme e diagrammi interpretano la trasposizione dell’esperienza psicologica.

Un’intera sala dedicata a 16 dipinti astratti della serie Primordial Chaos, The Wu/Rose Series, Group 1 (Caos primordiale, Serie Wu/Rose, Gruppo 1) di Hilma af Klint (1862-1944), ultimamente riscoperta come “prima astrattista,” che sosteneva di trascrivere in automatismo le sue visioni astrali ottenute durante sedute spiritiche: realizzati con i colori a olio in tre tonalità: blu, verde e giallo. Un’interpretazione della nascita del mondo e della terra tramite segni grafici e colori simbolici, per condurre lo spettatore in un viaggio iniziatico.
Sebbene sia difficile separare di netto il dadaismo dal surrealismo, che per un certo periodo hanno camminato insieme, presenti in mostra un corpus di opere storiche importanti.


Di Man Ray (1890-1976) tre repliche degli originali in cui irrideva la cultura borghese stravolgendo il significato e la funzione di oggetti comuni (ready-made): il famoso Cadeau (Regalo, 1921), un ferro da stiro in ghisa con una fila di chiodi saldati sul fondo che ne impediscono l’uso; Indestructible Object (Oggetto indistruttibile, 1923), un metronomo che scandisce il tempo con attaccata al pendolo la fotografia dell’occhio della donna amata; L’Énigme d’Isidore Ducasse (L’enigma di Isidore Ducasse, 1920) una macchina da cucire nascosta sotto una coperta legata con una corda (di Man Ray Palazzo Reale sta esponendo una bellissima retrospettiva).
Il divertente A Guest + A Host = A Ghost (l’ospite + l’ospitante = un fantasma, 1953), dell’amico dadaista Marcel Duchamp (1887-1968: un gioco di parole scritte su involucri quadrati di caramelle da regalare agli invitati, precursore all’arte concettuale.

Il surrealista romanzo-collage di Max Ernst (1891-1976) La femme 100 têtes (La donna dai 100 volti, 1929), realizzato con ritagli di fotografie di materiale scientifico, figure umane e ambientazioni fantastiche, che creano un mondo onirico e bizzarro.
Opere accompagnate dai disegni e dagli appunti di intellettuali dell’epoca, come ad esempio – tra gli altri – dello scrittore Victor Hugo (1802-1885); dell’ideatore del “Teatro della crudeltà” Antonin Artaud (1896-1948); del pittore Pierre Klossowski (1905-2001) esploratore del sadismo, del masochismo e dell’irrazionalità del desiderio; di Carol Rama (1918-2015) il cui masochismo era inteso come gesto di protesta.

Nello spirito di Breton alcune opere selezionate erano il frutto di traumi psichici dovuti alla Prima Guerra Mondiale, o di malattie mentali di ricoverati in istituti psichiatrici; raffinati e complesse le tre tavole ricamate da Johanna Natalie Wintsch (1871-1944) che riflettono la convinzione di poter captare energie invisibili, realizzati durante il periodo trascorso all’interno di istituti psichiatrici.

Altre opere di minor interesse estetico, dichiarate essere state eseguite sotto l’influenza di uno spirito guida o di extraterrestri marziani – come quelli della sensitiva Hélène Smith – arcangeli, angeli, ecc.
Ancora, un corpus di fotografie d’epoca documenta la moda delle sedute spiritiche diffusa a cavallo tra Ottocento e Novecento e l’attività di famose medium, tra cui Eusapia Palladino (1854-1918).
Interessanti le presenze di artisti contemporanei che hanno interpretato il movimento esoterico, i suoi personaggi, le sue pratiche, con dipinti, foto, video.


Giulia Andreani (1985) rielabora foto d’archivio di significato sociale e politico, in chiave femminista; in Conservative Ghost (Fantasma conservatore) rappresenta con un acrilico monocolore grigio-blu il fardello della maternità, facendo sgorgare da viso di una suffragetta un ectoplasma che contiene una madre e un bambino piangente. Dia 009
Di Andra Ursuţa (1979) Predators ‘R Us (I predatori siamo noi) è un’inquietante scultura in cristallo al piombo opalescente, riferita a un film horror fantascientifico americano in cui una donna semidistesa, priva della testa e delle mani, presenta delle appendici simili a tentacoli antropomorfi.
Inquietanti le sculture in bronzo nero di Kiki Smith (1954): come Tied to her nature (Legata alla sua natura), in cui una figura femminile distesa è sulla schiena abbracciata a una capra, nell’atto di trasportarla o di sovrastarla.

Infine, dell’artista polacca naturalizzata inglese Goshka Macuga (1967) – i cui lavori multimediali indagano la relazione tra politica, arte e memoria di fatti storici – è esposta l’installazione Madame Blavatsky, in cui l’aristocratica russa fondatrice della Società Teosofica è rappresentata sospesa tra due sedie, come nei trucchi usati nei salotti vittoriani dell’epoca per simulare la levitazione.
In conclusione, la mostra mette in scena un vasto territorio di immagini, credenze e pratiche che attraversano oltre un secolo di storia culturale. L’eterogeneità delle opere può talvolta risultare disorientante, ma è ciò che la mostra si propone: invita a considerare come l’invisibile – spirituale, psichico, simbolico – sia stato costantemente un motore dell’immaginazione artistica.
Più che offrire risposte univoche, l’esposizione suggerisce che l’invisibile è una dimensione che l’arte continua a interrogare per dare forma a ciò che sfugge, disturba o affascina. In questo senso, Fata Morgana non è soltanto un percorso espositivo, ma un invito a indagare ciò che, da sempre, abita ai margini del visibile.
In copertina, l’installazione “Madame Blavatsky” di Goshka Macuga:







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