L’uomo che vide l’infinito

L.uomo .che .600X300

di Sergio Ragaini. Un film straordinario sulla vita del matematico indiano Srinivasa Ramanujan, autodidatta, che sosteneva di ricevere le formule direttamente dal piano divino, visto e commentato dal nostro esperto scientifico.

Titolo originale: The man who knew Infinity (l’Uomo che conosceva l’Infinito)
Regia:
Matt Brown
Sceneggiatura:
Matt Brown
Personaggi principali:
Dev Patel, Jeremy Irons, Devika Bhise, Stephen Fry,
Data di uscita: 8 aprile 2016 (Regno Unito)
Tratto dal libro
The man who knew Infinity: A Life of the Genius Ramanujan, di Robert Kanigel (1991)
Durata:
108 minuti

numeriCos’è la Matematica? O, meglio, cosa sono le Matematiche? Molti, soprattutto chi in Italia non ha un’istruzione universitaria, pensano alle matematiche come a una serie di calcoli. Questo deriva dall’errata interpretazione nata soprattutto nella scuola italiana, a seguito della Riforma Gentile, influenzato dal pensiero crociano, per il quale “la matematica… conduce solo alla costruzione di sovrastrutture, e quindi non può essere utilizzata per modellizzare la realtà, ma solo per scopi pratici”. Altri, invece, le pensano come a una serie di dimostrazioni, rigorose, spesso cervellotiche, per provare cose ai più incomprensibili.
Bello, invece, scoprire la “matematica oltre la matematica”. Se le spogliamo da tutte le dimostrazioni, andando oltre le formule stesse, cosa risulta? La risposta è che, forse, dietro tutte questo formule ritroviamo il divino. Dietro le talvolta complesse dimostrazioni che sottendono la matematica, c’è l’essenza stessa delle cose. Non a caso, c’è chi dice che la matematica rappresenta un “sesto senso”. Infatti, permette di teorizzare, di modellizzare, quelle cose che noi stessi non possiamo concepire.

 Matematica, il linguaggio di Dio

ramanujam
Il matematico indiano  Srinivasa Ramanujan (1987-1920).

L’esempio dell’infinito, che fa parte del titolo del film, è fondamentale. Se ad una persona si dice “infinito”, nella sua mente compare l’dea di un numero grande quanto si vuole, che può essere ulteriormente ingrandito. Invece no: l’infinito è qualcosa a sé stante, qualcosa dal quale possiamo togliere moltissimi elementi ed averne ancora quanti ce n’erano in precedenza. È qualcosa, quindi, che si tocca con un’intuizione. E, forse, dietro quell’intuizione c’è l’essenza stessa di Dio.
Almeno, questo è per Srinivasa Ramanujan, un giovane di meno di 30 anni, che aveva un dono: “vedere” la matematica, senza doverla dimostrare. Ramanujan “vedeva” le formule, con una precisione incredibile. E non aveva bisogno di dimostrazioni, perché, per lui, erano così. Forse, in questo, toccava davvero l’infinito. Il titolo originale, invece, porta più l’idea sulla “conoscenza” dell’Infinito, quell’inconoscibile, che questo giovane, invece, conosceva.
Da dove derivavano queste formule? Dirà, poi, a Godfrey Harold Hardy, noto matematico inglese e per lui molto più di un semplice “tutor”, che queste gli derivano da Namagiri, divinità induista, consorte di Visnu, che nella trimurti induista rappresenta il conservatore. Secondo il giovane Srinivasa, Namagiri gli appariva, rivelandogli le formule. Questa divinità era quella cara alla sua famiglia. Srinivasa dirà anche che un’equazione non ha senso, se non esprime il pensiero di Dio.

Dimostrare è portare il divino sul piano umano
Che Dio parlasse in termini matematici è un’idea condivisa da grandi scienziati. Lo stesso Einstein era convinto che ci fosse un’equazione primitiva, che aveva permesso la nascita e la creazione di tutto il mondo, e forse dell’universo. Quell’equazione che il grande scienziato ha, forse, cercato per tutta la vita, avvicinandosi sempre di più alla sua essenza.
La matematica è lineare, precisa, rigorosa. Almeno per l’Occidente. Ma forse, per l’Oriente, è anche altro. E alla precisione formale si affianca quell’intuizione divina che ne costituisce l’essenza più bella. Ramanujan, spesso, vedeva di cattivo occhio il dimostrare l’ovvio, quello che già appariva evidente. Qualcuno sostiene che “l’originalissimo bagaglio matematico di Ramanujan non conteneva il concetto fondamentale di dimostrazione” (Angelo Mastroianni). Ammetto che una sensazione di questo tipo l’ho avuta anche io, in alcune dimostrazioni, che mi parevano “scontate”, e per cui mi sembrava tempo perso dover intervenire in maniera rigorosa.
L’idea di matematica che qui appare, forse, è di una matematica che agisce “a ritroso”. Nel senso che si vuole andare oltre la formula stessa. Qui, la formula viene prima della dimostrazione, viene vista come un’intuizione che la mostra. La dimostrazione serve a provarla. In questo la matematica diviene davvero “divina”: infatti, in questo caso rappresenta l’essenza di Dio, come il giovane Ramanujan farà notare. Lui, che “vede” Dio nelle formule, deve però scoprire che la dimostrazione è l’unico modo per portare questi divino nel terreno. La dimostrazione è, forse, la prova che Dio stesso riesce a pensare in termini matematici. La dimostrazione è avvicinarsi al pensiero di Dio. Che, però, vede tutto assieme. Dimostrare è l’unico modo per portare il divino nel terreno, costruendo, attraverso la dimostrazione stessa, una sorta di “scala” che sale al divino. Per il giovane, questo sarà un impatto, a tratti, brutale.

L’intuizione, un bagliore nel buio
locandina filmNel film, il discorso sulla logica viene ripreso in diversi casi, ed evidenzia, forse, le differenze tra la matematica “divina” di Ramanujan, e quella “umana” dei membri del Trinity College. Il rapporto tra logica e intuizione viene ricordato dallo stesso Hardy. L’intuizione è quella cosa che fa vedere la via da seguire. È come un bagliore nel buio, una scintilla nella notte. È quella cosa che si apre, che fa vedere dove andare. Poi, il cammino faticoso è proprio raggiungere quella meta. E lì interviene la logica.
Forse, però, Ramanujan era “già” lì. La sua intuizione, il suo “ricevere le cose direttamente dalla bocca della dea” lo aveva già portato a quella meta. Per lui. La dimostrazione era solo un regresso, un tornare indietro, un ritornare a percorrere passi che già si erano percorsi. È come se una persona arrivasse in volo su una cima di una montagna: poi non avrebbe più bisogno di camminare per raggiungerla. Per Ramanujan era così. Non per la logica del tempo, però, soprattutto per quell’Occidente dove tutto era passaggi logici per dimostrare le cose. Dove tutto passava dalla mente umana, quando lui, in un istante, aveva toccato la mente divina. Ma sarà l’Occidente che, poi, tornerà verso l’intuizione pura. Hardy dirà, chiedendo la nomina del giovane nel Corpo Docente di Cambridge, che la Matematica è lì, e noi la dobbiamo solo scoprire. Questo veniva affermato anche da un grande matematico dell’Università di Pavia, Enrico Magenes, allorché affermava che “Noi non dobbiamo inventare la Matematica: il buon Dio l’ha già messa dentro di noi”.

Madras-Cambridge: un sogno lungo seimila miglia

Ramanujan con la moglie
Ramanujuan (Dev Patel) in una scena del film con la moglie Janaky (Devika Bhise).

Sin qui la matematica, con la quale il giovane Ramanujan dovrà misurarsi. Ma il film è anche storia. E proprio da questa storia nascerà la vicenda umana del giovane matematico che, in un istante, ha raggiunto l’infinito. Una storia fatta di momenti, che caratterizzano pochi anni: quelli tra il 1914 e il 1920. Tuttavia, questi pochi anni sono stati importanti, per il destino del pianeta. Due luoghi geografici: Madras, in India, e il prestigioso Trinity College, a Cambridge, in Inghilterra, quell’Inghilterra vittoriana che rappresentava, in sé, una potenza di grande importanza mondiale.
L’India, ancora colonia britannica (otterrà l’indipendenza solo nel 1947, benché esistessero già movimenti indipendentisti) era un mondo diverso. Il “respiro” inglese giungeva, senza dubbio, anche attraverso la lingua, lingua ufficiale dal 1828. Molti, però, in India non sapevano scrivere. Vedremo Janaky, moglie di Ramanujan, che dovrà farsi scrivere le lettere, firmando con una croce.
Ramanujan, invece, sapeva scrivere. E, soprattutto, sapeva volare sopra le cose. Rappresentava l’essenza stessa della matematica. Forse lui stesso era stato “parte”, come intuizione, della creazione divina, entrandovi in contatto. Ne aveva respirata l’essenza. Ed ora questa creazione prendeva la forma di serie e formule. Che il giovane non dimostrava, come dicevo. Per lui erano vere, non aveva bisogno di dimostrarle.

cambridge trinity college
Cambridge, il Trinity College.

La sua origine poteva creargli dei problemi. Verrà definito, cercando un impiego, uno “straccione”. Gli verrà negato un lavoro perché “non laureato”. Si sentirà, citando le sue parole “incompreso come Galileo”. Forse, nel flusso delle cose, questo era il suo karma: sentire su di sé l’inadeguatezza. Nello stesso tempo, però, non smetterà di “considerare il numero un amico intimo”, facendo addirittura i conti senza abaco, come se il numero fosse parte di sé stesso.Poi, il nuovo mondo. Poi, l’Inghilterra, in quel Trinity College dove potrà incontrare, in un colpo solo, matematici come il citato Hardy, come John Edensor Littlewood o Bertrand Russell. È interessante vedere questo giovane che si muove in un mondo per lui nuovo, estraneo. Attraverso una traversata che per gli Indù era tabù, come tutti i viaggi per mare (“noi non possiamo attraversare il mare”, gli dirà più volte la moglie). Quelle “seimila miglia”, di traversata navale che lo hanno condotto lì, lasciando la moglie e la madre, tra la tristezza, lo portano in un ambiente che non è il suo. Fisicamente, ma anche matematicamente, trovandosi, come dicevo, in un luogo dove tutto è dimostrazione. E dove un suo docente non accetterà di buon grado il suo alzarsi, andare alla lavagna, e scrivere la formula finale di una dimostrazione. Alla richiesta di come avesse fatto a saperlo, ha risposto: “Lo so e basta”. Questo era il suo spirito matematico.

godfrey harold hardy1
Il matematico G.H Hardy.
Geremy Irons
Geremy Irons interpreta Hardy.

Ma il giovane indiano troverà in Hardy, noto per le sue idee “trasgressive”, un amico sincero. Che lo aiuterà ad incanalare le sue idee, il suo fiume vitale traboccante di matematica, verso una logica occidentale, come in Occidente veniva richiesto.
Gli citerà Eulero e Jacobi, i quali, grazie alla loro profonda logica, avevano dato forma alle loro visioni matematiche. E, gradatamente, lo porterà, quasi in maniera subitanea, a fornire dimostrazioni perfette, precise, eleganti. Cosa fondamentale in matematica, dove il matematico è mosso, essenzialmente, dal senso del bello. Il contatto con l’Oriente, con l’India, con la moglie, sarà forse sempre più vago, forse con una vaga evanescenza. Forse, il simbolo dietro a questo sarà il progressivo inserimento di Ramanujan nel mondo in cui si trova, quel mondo occidentale che potrebbe diventare la sua nuova vita. Quella vita che, ormai, per lui è sempre più improntata a qualcosa che lo caratterizza con bellezza.
Poi, la guerra. In quel 1915, non molto dopo il suo arrivo a Cambridge. Quella guerra che cambierà la sua esistenza. Quella guerra che porterà le sue sofferenze anche nel cortile del College, nel quale verranno allestite tende mediche, per curare i numerosi feriti. Quella guerra che lo coglierà per la strada, durante un bombardamento di un dirigibile tedesco. E che lo porterà a vedere la morte in faccia, nel volto di una ragazza morta, proprio davanti a lui. E che segnerà, in un certo senso, la separazione con l’Oriente, nonostante la moglie fosse più che mai risoluta ad andare da lui. Quella guerra che acuirà il contrasto tra persone, tra etnie. E lo stesso Ramanujan ne farà direttamente le spese.

Uomo che vide infinitoUna guerra che cambierà gli schieramenti. E che vedrà mondi opposti che confluiscono assieme: Littlewood che si occuperà di balistica, indossando la divisa militare, Bertrand Russell che verrà allontanato da Cambridge per le sue idee pacifiste, in particolare per la sua pubblicazione del suo: Principi di riforma sociale (1916). Hardy che, pur restando contro il conflitto, riuscirà a “mediare” a sufficienza, dicendo di essere un matematico ma non un politico. Sarà però proprio un militare, il generale Mac Mahon, che sancirà l’incredibilità delle scoperte matematiche di Ramanujan. Un volto della guerra che, in una volta, diviene il volto della scoperta.
Tuttavia, probabilmente, mai Ramanujan avrebbe potuto immaginare che la morte, tanto vicina a lui durante la guerra, l’avrebbe trascinato con sé. Con quella che era, allora, la vera piaga del secolo: la tubercolosi. Qualche colpo di tosse, troppo insistente e frequente per essere un malessere passeggero. E poi la diagnosi, infausta, categorica. Che suona come una condanna. Ma che non suonava come una condanna per il giovane.

La morte, un contatto con l’infinito
Ramanujan Stephen FryForse, in quel momento, la morte era solo l’occasione per venire a contatto con quell’infinito che, per la sua, seppur breve, vita, aveva inseguito, aveva intuito. E che, in quel momento, poteva finalmente raggiungere. In fondo, anche per Platone le forme della natura non sono altro che copie imperfette di forme che si trovano nel Mondo delle Idee. Per Platone, oltre gli enti matematici c’è l’intuizione suprema. Quella da cui tutto prende forma.
Forse, questo giovane l’aveva finalmente toccata. Forse, era da questo che derivavano le sue formule, così precise, e molto spesso non dimostrate: da quell’intuizione che genera tutto. Quel qualcosa che, finalmente, poteva ritrovare.
In questo si ha il compimento di un’altra tematica, un’altra possibile lettura del film: quella più spirituale. Il rapporto tra Ramanujan e Hardy era anche il rapporto tra la spiritualità e una sorta di “ateo agnosticismo”. Per Ramanujan la matematica era essenza divina, per Hardy era solo una serie logica di formulazioni. Due mondi diversi, che sempre di più vengono a contatto, che sempre di più si mescolano, si compenetrano. Sino, a tratti, a sovrapporsi. Quella spiritualità che, in qualche modo, ha portato Ramanujan ad entrare in una chiesa (era induista), forse trascinerà, almeno un po’, anche Hardy con sé. Aprendo, forse, anche a questo matematico, negli anni che gli rimarranno (morirà nel 1947), una nuova vita, nuove percezioni.
Proprio all’apice della sua carriera, proprio quando era stato finalmente ammesso tra il corpo docente del prestigioso Trinity College, il giovane Ramanujan decide di tornare in India. Sa che ormai la fine è vicina, e che sarebbe stato insensato rimanere lì a morire, lontano dagli affetti.

Grazie a Ramanujan, nuovi mondi matematici

Ramanujan al college
Ramanujan con i docenti del college.

A guerra finita, nel 1919, decide di tornare a casa, nella sua Madras, dalla moglie e dalla madre. Il saluto con Hardy è bello, da veri amici. Hardy gli dà appuntamento ad un anno da quel momento. Forse entrambi sapevano che era un addio. Ma non vogliono riconoscerlo: si dicono arrivederci. Poi la fine, che è anche l’inizio del film. Quel 1920, quella lettera che Hardy riceve. Che non annunciava il ritorno del giovane, ma la sua morte, a soli 32 anni. Poche parole: tutto era chiaro. E poi il discorso, il ricordo, le immagini dell’ultimo periodo della sua vita, la sua cremazione.
Tutto è finito? No, tutto comincia. Come anche nella cultura buddhista si dice, non c’è prima né poi, ma, solo, c’è qualcosa. L’opera di Ramanujan ha aperto la strada a mondi matematici nuovi. Comprese le equazioni che descrivono i buchi neri, come verrà ricordato alla fine. In fondo, i buchi neri aprono a nuovi mondi, permettono il passaggio tra universi. Di questo argomento si è occupato, tra gli altri, anche il grande fisico inglese Stephen Hawking, a cui è stato dedicata La teoria del tutto. Un film che tuttavia appare meno entusiasmante di questo
E Ramanujan, con la sua opera, aveva anticipato tutto questo. Toccando l’infinito e scoprendo che era in lui e parlava il linguaggio matematico. La sua opera sarà sempre con noi: nulla di lui è svanito, solo la sua immagine fisica. Che, in fondo è poca cosa. Lui è qui, e sorride ai nuovi matematici, che sempre di più approfondiscono questo meraviglioso mondo. Che, citando le parole del matematico Morris Kline, “forse è follia, ma divina follia”. Ed bello pensarlo davvero come una manifestazione del divino. E, forse, con la musica, la manifestazione più bella.

Per saperne di più
Un articolo interessante sulla vita di Ramanujan: http://www.torinoscienza.it/personaggi/srinivasa_iyengar_ramanujan_19919.html

 

Nato a Milano. Laureato in Matematica, ha sempre visto la matematica e la fisica come una sorta di “sesto senso”, che ci fa intuire nuovi mondi, anche dentro di noi. Cercando una visione unitaria dell'uomo e della cultura, si è occupato di diverse cose, spaziando dall'insegnamento al giornalismo. Ha collaborato con diverse riviste, occupandosi dei più disparati argomenti, dal cinema al turismo, alla spiritualità. Parte importante, per lui, è anche la musica, che pratica attivamente, e che per lui è anche un modo per andare al cuore dell'uomo.