È necessario uno sforzo per abbandonare la strada verso la rovina, senza più ritardi.

«Questo è il collasso climatico in tempo reale». Lo ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, nel suo messaggio rivolto al pianeta per il 2025, facendo un bilancio della situazione degli ultimi tempi. Sono stati i dieci anni più caldi di sempre, quelli dal 2014 al 2024. Tanto che Guterres ha aggiunto: «Dobbiamo abbandonare questa strada verso la rovina». Il segretario generale dell’Onu, poi, ha sottolineato che i Paesi devono proseguire lungo un tracciato di un percorso più sicuro, con iniziative efficaci, non più rimandabili.
Quel che è certo è che l’attuale scenario presenta vari risvolti critici legati anche alla situazione politica internazionale. Nello stesso tempo, però, ci sono timidi segnali di nuove consapevolezze e piccoli passi da parte della cittadinanza. Nei prossimi mesi assisteremo ad alcuni momenti chiave che, secondo gli esperti, ci daranno una dimensione concreta e verosimile dei traguardi raggiunti: il mondo sta davvero facendo progressi nella lotta contro il cambiamento climatico o sarà necessario uno sforzo maggiore, senza ulteriori ritardi?
Un anno decisivo

Per analisti e scienziati il 2025 potrebbe essere l’anno in cui le emissioni globali di gas serra raggiungeranno il loro massimo storico, prima di iniziare a diminuire. Questo punto di svolta è fondamentale per mantenere l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali.
Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), la crescita dell’energia rinnovabile e l’elettrificazione dei trasporti potrebbero contribuire a frenare l’aumento delle emissioni già nei prossimi mesi. Tuttavia, affinché il declino sia significativo, sarà necessario un forte impegno politico e finanziario.
Secondo il Gruppo Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico (IPCC), per mantenere il riscaldamento globale entro il limite di 1,5°C è necessario ridurre le emissioni globali del 43% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019. Il precedente ciclo di contributi determinati a livello nazionale (NDC), nel 2020, ha portato solo a una riduzione tra il 4% e il 10% nel 2020 ha portato solo a una riduzione tra il 4% e il 10%. Le attuali tendenze stanno andando nella direzione sbagliata: il 2023 ha registrato un record globale di emissioni di gas serra, con un aumento dell’1,1% rispetto ai livelli del 2022.
La seconda presidenza di Trump
Sono diversi gli esperti che guardano con sospetto al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca: il suo secondo mandato, cominciato il 20 gennaio 2025, potrebbe rappresentare una forte battuta d’arresto per l’azione diretta contro il climate change.
Trump ha già dichiarato di voler ritirare gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi – il trattato giuridicamente vincolante delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico – e potrebbe persino far uscire il Paese dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), che sostiene le iniziative condivise tra gli Stati, volte a contrastare il riscaldamento globale.
Altri fanno notare che ormai la transizione energetica ha acquisito slancio, indipendentemente dalle decisioni di Trump. «Il risultato di questa elezione sarà visto come un duro colpo all’azione climatica globale», ha dichiarato a novembre Christiana Figueres, ex capo della politica climatica dell’ONU, alla BBC. «Tuttavia, non può e non fermerà i cambiamenti in atto per decarbonizzare l’economia e raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi».
Eppur qualcosa si muove

Stientje van Veldhoven, direttrice regionale per l’Europa del World Resources Institute (WRI) ed ex ministro dell’Ambiente dei Paesi Bassi, ha sottolineato che, già a partire dall’ultima presidenza Trump – iniziata il 20 gennaio 2017 e terminata il 20 gennaio 2021 – l’economia globale è cambiata notevolmente e, a differenza di quel che accadeva otto anni fa, oggi è molto più favorevole al passsaggio a fonti di energia rinnovabile (solare, eolica, idroelettrica, biomassa, geotermica) e soluzioni a basse emissioni di carbonio.
Negli Stati Uniti tali soluzioni green stanno prosperando grazie agli investimenti dell’Inflation Reduction Act (IRA), approvato sotto l’amministrazione Biden. La maggior parte di questi fondi è stata destinata a Stati che hanno eletto rappresentanti repubblicani, il che significa che Trump potrebbe incontrare opposizione all’interno del suo stesso partito se tentasse di ostacolare la crescita delle rinnovabili.
Nel frattempo, sempre più sindaci e i governatori americani potrebbero intervenire per contrastare le variazioni climatiche nelle loro zone e ridurre le bollette energetiche dei cittadini. È quanto sta già accadendo in alcuni Stati: il Vermont, ad esempio, sta ripristinando le pianure alluvionali per proteggere le aree soggette a inondazioni, mentre il Texas sta costruendo abitazioni più resistenti alle tempeste che si verificano con sempre maggiore frequenza.
Sempre van Veldhoven, inoltre, ha sottolineato che la Cina – che tra il 2024 e il 2030 dovrebbe rappresentare quasi il 60% della capacità mondiale di energia rinnovabile installata – non è dipendente dagli Stati Uniti per quanto riguarda la transizione energetica.
L’azione legale in Svizzera e i precedenti

Nel frattempo, cresce la consapevolezza ambientale delle persone. Per esempio, fa riflettere il fatto che, a marzo 2025, la Corte di Giustizia dell’Unione europea (CGUE) emetterà una sentenza che potrebbe ridefinire il futuro delle cause legali sul clima.
Il caso riguarda un gruppo di anziane svizzere che hanno citato in giudizio il governo elvetico per non aver adottato misure sufficienti contro il cambiamento climatico. Le querelanti sostengono che l’azione climatica insufficiente del loro governo violi i loro diritti umani, in particolare il diritto alla vita e alla salute.
La Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), che fa parte del Consiglio d’Europa (un’istituzione separata dall’Unione Europea), emetterà una sentenza che potrebbe influenzare molte altre cause simili in tutto il mondo. Una decisione particolarmente attesa: «Se la Corte stabilisce che la Svizzera ha violato i diritti umani per non aver agito abbastanza rapidamente sul clima, questa sentenza potrebbe essere usata come base per altre cause contro governi e aziende», ha spiegato Joana Setzer, Associate Professorial Research Fellow al Grantham Research Institute, presso la London School of Economics and Political Science.
Come ricorda Flavia Belladonna di Asvis (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile), ci sono stati già alcuni precedenti legali interessanti legati, in particolare, ai ragazzi della Generazione Z. Negli Stati Uniti, nel 2020, 16 giovani hanno ottenuto una storica vittoria contro lo Stato del Montana, nell’ambito del primo processo per il clima che ha chiamato in causa la Costituzione a stelle e strisce.
Gli attivisti avevano denunciato il sistema energetico basato sui combustibili fossili, accusandolo di degradare ed esaurire le risorse pubbliche protette dalla loro carta costituzionale, tra cui l’atmosfera, i fiumi, i laghi, la fauna selvatica e le risorse ittiche.
In Germania, nel 2021, la Corte costituzionale federale ha stabilito che la legge tedesca sulla protezione del clima violava i diritti fondamentali delle giovani generazioni, imponendo un rafforzamento delle misure di tutela ambientale.
Timide speranze
In Italia, sempre nel 2021, nell’ambito della campagna “Giudizio universale”, oltre 200 ricorrenti, tra cui il climatologo Luca Mercalli, insieme a 24 associazioni – hanno intentato un’azione legale contro lo Stato italiano per inadempienza climatica. Dopo una sentenza di primo grado ritenuta deludente, i promotori hanno presentato appello, supportato da rapporti scientifici, e ora attendono l’esito del procedimento. In Ecuador, nel 2021, è stata riconosciuta la tutela dei “diritti della natura” per la Foresta Protetta di Los Cedros. Più recentemente, nel gennaio 2025, le organizzazioni ambientaliste Uplift e Greenpeace UK hanno vinto una causa contro il governo britannico: la Court of Session scozzese ha riconosciuto che, nel concedere le autorizzazioni per i giacimenti di petrolio e gas Rosebank e Jackdaw, il governo non ha adeguatamente valutato il loro impatto climatico.
Appuntamenti clou

Nel corso del 2025 sono in programma alcuni eventi molto attesi. Il primo dovrebbe avvenire prima dell’inizio dell’estate. Entro giugno, infatti, i governi del mondo dovranno ratificare il Trattato globale sugli oceani, un accordo storico volto a proteggere le acque internazionali. Firmato nel 2023, il trattato mira a creare aree marine protette in alto mare, preservando gli ecosistemi oceanici e contribuendo alla lotta contro il cambiamento climatico.
L’oceano – come sappiamo e abbiamo sottolineato in diverse occasioni anche qui su Karmanews.it – svolge un ruolo cruciale nell’assorbire il calore in eccesso e l’anidride carbonica, ma è sempre più sotto pressione a causa della pesca eccessiva, dell’inquinamento e dell’acidificazione. Attualmente, meno dell’1% delle acque internazionali è protetto, mentre l’obiettivo del trattato è raggiungere il 30% entro il 2030.
Affinché il trattato entri in vigore, almeno 60 Paesi devono ratificarlo entro la metà del 2025. Finora, solo pochissime nazioni hanno completato il processo di ratifica: ciò significa che i prossimi mesi saranno cruciali per il suo futuro. Se fosse ratificato, il trattato potrebbe portare alla creazione della più grande rete di aree marine protette mai vista, limitando le attività industriali e aiutando a preservare la biodiversità marina.
Il G20 e la COP30 in Brasile

A settembre 2025, i leader delle venti economie più grandi del mondo si incontreranno in Brasile per discutere questioni globali, tra cui, per l’appunto, il cambiamento climatico e la transizione energetica. Il G20 gioca un ruolo fondamentale, poiché i suoi membri rappresentano circa il 75% delle emissioni globali di gas serra. Il Brasile, che ospiterà l’incontro, ha dichiarato che la sostenibilità sarà una priorità della sua presidenza.
Un elemento chiave sarà il dibattito sulla graduale eliminazione dei combustibili fossili e sulla maniera in cui tale processo deve avere luogo. Una questione, quest’ultima, rimasta in sospeso dopo la COP28, svoltasi dal 30 novembre al 13 dicembre 2023 a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. A novembre 2025, poi, a Belém, sempre nel Paese carioca, si terrà la COP30, il più grande summit globale sul clima.
Sarà la prima volta che un vertice ONU sul clima si terrà nel cuore della foresta amazzonica, una regione essenziale per la regolazione del clima globale, alle prese con tassi crescenti e allarmanti di deforestazione. Uno dei temi cruciali riguarderà il finanziamento climatico. Le Nazioni in via di sviluppo chiedono da anni ai Paesi ricchi di fornire maggiori fondi per adattarsi agli impatti climatici e sviluppare infrastrutture sostenibili. Tuttavia finora, gli impegni finanziari non sono stati all’altezza delle aspettative.
Per saperne di più:
Della stessa autrice su Karmanews:
Un articolo sugli oceani
E inoltre:
10 tappe storiche del riscaldamento globale
Ambiente e Gen Z: come ripensare le politiche







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