La scoperta della via proposta dal Sufismo e dal mistico Jalal ud-Din Rumi.

L’interesse verso la spiritualità si manifesta in modo differente per ciascuno di noi. Per alcuni si manifesta in età adulta, spesso dopo esperienze particolari, a volte drammatiche, a volte ai confini di quella che chiamiamo realtà.
Per altri è una chiamata che si propone e ripropone fin dall’infanzia. Io faccio parte di questa seconda categoria di persone, quelle che hanno percepito una forte attrazione verso il mondo dello spirito e l’invisibile fin da giovanissime.
Fin da bambina mi facevo mille domande su da dove veniamo, cosa ci facciamo in questo mondo e dove siamo diretti dopo la morte del corpo fisico. Le risposte che la religione cattolica mi forniva (non c’erano molte alternative negli anni ’70…) non mi bastavano e non chiarivano la peculiarità di certe mie percezioni.
Infatti percepivo cose di cui le altre persone non sembravano essere consapevoli. Quando i miei genitori iniziarono a frequentare un medium, finalmente anche io iniziai ad aver accesso a letture sulla medianità, la vita oltre la vita e la reincarnazione e questo mi rinfrancò moltissimo.
Un milione di domande senza risposte

A 17 anni scoprii di avere io stessa capacità medianiche e questo aprì orizzonti nuovi, ma fece anche sorgere nuove domande. E intanto la mia attrazione per percorsi differenti dalla religione cattolica aumentava.
Mi avvicinai prima all’Induismo, poi al Buddhismo, ma in qualche modo mi mancava quel senso di ‘Dio’ che mi era familiare e che mi rassicurava, pur non riuscendo a immaginarlo nemmeno lontanamente come appariva negli affreschi e nelle descrizioni che lo raffiguravano come un vecchio dalla barba bianca.
Per me Dio era qualcosa di Assoluto che trascendeva ogni possibilità di immaginazione e che amavo profondamente. Comunque sia, le mie domande continuavano a moltiplicarsi invece di trovare risposte, e la mia ricerca di spiritualità continuava.
L’incontro con il Mevlana, Jalal-ud-Din Rumi

Grazie a una serie di indicazioni a un certo punto approdai a letture sul Sufismo. In particolare, iniziai a leggere i poemi di Jalal-ud-Din Rumi, poeta persiano del XIII secolo, e scoprii che non era solo rinomato come poeta. Era soprattutto conosciuto per essere il fondatore della Via Sufi Mevlevi.
Il nome Mevlevi deriva da ‘Mevlana’ (la versione iraniana di ‘Maulana’, che significa ‘nostro Maestro’), un titolo dato a Rumi dai suoi allievi. E, cosa che su di me esercitò immediatamente una forte attrazione, scoprii che l’Ordine Mevlevi era anche noto come Ordine dei Dervisci Danzanti.
Vengono definiti dervisci i membri di una Confraternita o Via Sufi (in arabo Tariqah, al plurale Turuq), coloro che mirano a raggiungere Dio attraverso l’amore e il servizio praticando esercizi spirituali e impegnandosi a superare le illusioni e la separazione create dall’ego.
Ciò che distingueva i dervisci sulla Via Mevlevi era la pratica del Sama, o Sema, un rituale danzato in cui i partecipanti si muovono in cerchio girando su sé stessi (in inglese whirling), rispecchiando il movimento di rotazione e rivoluzione dei pianeti intorno al Sole.
Questa Via spirituale risuonava profondamente con la mia percezione e visione di Dio e della spiritualità. Inoltre, la mia medianità mi aveva portata letteralmente a incorporare i messaggi e gli insegnamenti di un famosissimo danzatore del passato che viveva la danza — e quindi la faceva vivere anche a me — come un modo per connettersi con Dio (ho raccontato dettagliatamente questa mia esperienza nel libro Verso l’Aldilà e Oltre, che ha la prefazione di Manuela Pompas. Sono molto grata a Manuela perché non solo ha seguito le evoluzioni della mia medianità, ma anche quella fase molto particolare della mia vita, e mi ha sempre incoraggiata e sostenuta).
La Via dei dervisci danzanti

Considerando le esperienze medianiche che mi avevano avvicinata alla danza, e il fatto che ero musicista e studiosa di astronomia e astrologia, era naturale che la Via dei dervisci danzanti mi attirasse profondamente.
Mi chiedevo se mai avrei avuto l’occasione di avvicinarmi a quel percorso e a sperimentarlo di persona. Oltretutto, la visione di Rumi, che descriveva Dio come l’Amato, coincideva con quella del danzatore che canalizzavo e con la mia.
Oltre alla danza, quello che più mi attirava nel Sufismo era l’accoglienza verso tutte le religioni e tutti i percorsi spirituali. Nonostante i Sufi fossero i mistici dell’Islam, Rumi si rivolgeva a tutti, indipendentemente dal credo e dai percorsi religiosi a cui appartenevano le persone che seguivano i suoi insegnamenti. Finalmente, una serie di circostanze mi portò a incontrare i dervisci.
Scoprii che l’Ordine Mevlevi era uno solo uno dei tanti Ordini Sufi esistenti, alcuni dei quali si erano estinti quando il Gran Maestro non era riuscito a trovare un successore idoneo a cui affidare la guida. Nel Sufismo, ogni Ordine – o Via – presenta pratiche differenti, perché ciascun ricercatore spirituale deve trovare le pratiche che meglio si adattano alla propria natura.
La pratica religiosa del dhikr

Una pratica fondamentale in tutti gli Ordini Sufi è lo dhikr, ossia la ripetizione di nomi che caratterizzano gli attributi di Dio, e di altre parole o frasi sacre — un’attività che mi richiamava alla mente la recitazione dei mantra, pratica a me già nota. Tuttavia, lo scopo dello dhikr, che letteralmente significa ricordo, è il costante mantenimento della memoria di Dio, in modo da coltivare la Sua presenza dentro di noi per avvicinarci a Lui.
Imparai che Allah significa Dio in arabo (a prescindere dalla religione che si pratica, poiché anche i cristiani di lingua araba si riferiscono a Dio chiamandolo Allah), e che il nostro cuore fa dhikr di continuo: Allah é il suono del nostro battito cardiaco — Al-lah, Al-lah, Al-lah, Al-llah —e il cuore è lo strumento che ci consente di entrare in connessione con la dimensione spirituale e con la presenza Divina.
Superare il senso di separazione e dualità

Nel Sufismo non c’é spazio per l’estremismo e neppure per il giudizio o il pregiudizio. L’obiettivo é andare oltre qualsiasi senso di separazione e dualità, e per far questo è necessario applicarsi costantemente per conoscere sé stessi e riconoscere le trappole tese dal nostro ego, praticando presenza e consapevolezza. Secondo i Sufi, la relazione con il Divino è unica e personale, nessuno può permettersi di giudicare il percorso di qualcun altro, qualunque esso sia.
La presenza del Maestro non deresponsabilizza gli allievi rispetto alle scelte personali, anzi, ha lo scopo di ricordar loro l’obiettivo, aiutandoli a comprendere la propria vera essenza per liberarsi dai preconcetti e dai condizionamenti.
Grazie all’incontro coi dervisci, stavo iniziando a innamorami di questo percorso sempre più. Dicono che quando l’allievo è pronto il Maestro appare. Non so se ero pronta, ma improvvisamente mi si presentò l’opportunità di incontrare il Gran Maestro della Via Sufi Naqshbandi, la Via del Cuore nel Sufismo. E questo incontro cambiò profondamente la mia vita.
(1a puntata – Continua)







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