Gli spagnoli la chiamano añoranza, i portoghesi saudade, i tedeschi Sehnsucht, gli inglesi homesickness. Che si tratti di un passo di tango piuttosto che di flamenco, di accordi alla chitarra di una canzone del fado o di una sonata per pianoforte di Chopin, così come di una poesia o un romanzo di stampo romantico, il sentimento a cui si fa riferimento è sempre lo stesso e, rievocando un’esperienza felice del nostro passato, soprattutto se legata alle nostre origini, alla nostra casa, è caratterizzato da tristezza, rimpianto, struggimento, malinconia. «La nostalgia è la sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare», affermava lo scrittore Milan Kundera. Lo dice l’etimologia stessa della parola, composta da nostos, che in greco vuol dire, appunto, ritorno, e algos, dolore.
Eppure, malgrado l’origine greca del termine e il suo richiamo al mondo letterario ellenico – Ulisse è l’eroe nostalgico per eccellenza – esso è stato coniato nel 1688 da uno studente di medicina alsaziano, Johannes Hofer, il quale, in una sua dissertazione svolta nell’ambito di studi all’Università di Basilea, creò quello che all’epoca era un neologismo per descrivere un “disturbo neurologico di causa essenzialmente demoniaca”. In particolare, Hofer aveva in mente le reazioni psicofisiche dei soldati elvetici all’estero che si ammalavano lontano dalla famiglia, dagli affetti e dalla patria. Così identificata, tra XVII e XVIII secolo la nostalgia fu considerata e trattata, sempre di più, una malattia psichica a tutti gli effetti, da combattere con oppio, sanguisughe e passeggiate solitarie nelle Alpi.
Dalle rimembranze leopardiane al Paradiso perduto di Proust

Per molto tempo tale accezione è rimasta in voga anche tra artisti e letterati, trovando massima espressione nel Romanticismo tedesco, soprattutto nell’ambito dell’esaltazione dei valori del passato – del tempus acti, del buon tempo andato – che andavano a sposarsi perfettamente con ideali di patriottismo e di nazionalismo, così come all’impeto e all’assalto dello Sturm und Drang. Ricordate il tema leopardiano delle rimembranze? Sì, proprio quello celebrato dalla poesia Le ricordanze (“Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea. Tornare ancor per uso a contemplarvi…”), presente anche in molti passi dello Zibaldone, così come in altri poemi quali Alla luna (“O graziosa luna, io mi rammento…”) e A Silvia (“Silvia, rimembri ancora…”), per non parlare dei versi de L’infinito: “(…) e mi sovviene l’eterno e le morti stagioni, e la presenta e viva, e il suon di lei: così tra questa immensità s’annega il pensier mio.
E il naufragar m’è dolce in questo mar”.
Determinante è stata, poi, la lezione de La recherche di Marcel Proust (a dx.) dei primi anni del Novecento quando, in pieno futurismo, lo scrittore va in qualche modo controcorrente e celebra il passato perché “i veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduti”, affrontando il tema delle memorie involontarie che, scaturendo da un evento inaspettato, sia pure il semplice profumo di una madeleine che riporta all’infanzia, proviamo un dolce e malinconico magone.
Gli studi innovativi di Constantine Sedikides
Anche a partire da quell’importante riflessione dello scrittore, alcune scuole psicologiche dell’epoca moderna e di quella contemporanea hanno riscoperto il valore positivo della nostalgia, rivalutando il ricordo di fatti e sensazioni che, invece di rattristarci, generano felicità nel presente, rendono la mente più aperta, progettuale e creativa e ci predispongono a crearci nel presente quelle occasioni che un domani ricorderemo con nostalgia, la quale non deve renderci prigionieri del passato, ma aiutarci a costruire la nostra identità attraverso la biografia che abbiamo alle spalle, dando così un senso anche al presente e gettando dei ponti virtuosi per il futuro (si veda, per esempio, La guarigione del sé, di Heinz Kohut).
Che la nostalgia possa costituire una vera e propria risorsa, per un individuo e per la collettività, ne è convinto Constantine Sedikides (foto a sin.), professore di Psicologia Sociale e di Personalità nel Dipartimento di Psicologia presso l’Università di Southampton, nel Regno Unito; a cavallo degli anni Duemila, lo studioso, insieme ai suoi colleghi e collaboratori, inaugurò un innovativo filone nell’ambito dello studio di tale materia. Tutto ebbe origine quando Sedikides, nato e cresciuto in Grecia e con esperienze accademiche in America, prima di approdare in Gran Bretagna si accorse di provare uno strano senso di malinconia tutte le volte che gli capitava di pensare alla sua vecchia casa in Nord Carolina, agli amici che aveva lì, ai piatti di okra fritta che mangiava nella cittadina di Chapel Hill. Eppure non era depresso o scontento della sua nuova vita. Fu allora che giunse a una conclusione interessante e proficua che gli permise di approdare a nuovi studi. «La nostalgia mi aiutava a pensare che la mia vita avesse radici e continuità e mi consentiva di stare bene con me stesso e vivere bene le relazioni».
Uno stato d’animo dalla funzione esistenziale e dal valore ancestrale
Oggi il percorso che egli cominciò insieme ai suoi colleghi – in particolare Tim Wildshut – e collaboratori annovera dozzine di ricercatori impegnati in ricerche empiriche in molti Paesi.

E, non a caso, lo strumento principale impiegato nelle loro indagini è la cosiddetta “scala della nostalgia di Southampton”, un questionario ad hoc per misurare quantitativamente lo stato d’animo. Le indagini basate sul lavoro di Sedikides, del collega Wildschut e di altri ricercatori del loro team hanno ribaltato secoli di pregiudizi in materia, spostando il focus dell’attenzione dalla “psicosi dell’emigrante”, dall’“idioma dell’esilio” (si pensi, per esempio, al suo libro The Future of Nostalgia della professoressa Svetlana Boym), con la quale essa veniva spesso identificata, a un sentimento investito quasi da un potere evolutivo di natura ancestrale: «Se riesci a scegliere un ricordo per mantenere un livello di comfort fisiologico, almeno soggettivamente, può trattarsi di un adattamento incredibile e complesso», ha spiegato Wildschut.
Altri esperimenti, come quello di Clay Routledge dell’Università del Nord Dakota, hanno dimostrato che la nostalgia può servire da schermo contro i momenti più bui: metterebbe, infatti, un freno alla tristezza che, altrimenti, potrebbe sfociare in un pericoloso nichilismo, e quindi, in questo caso, essa avrebbe una funzione esistenziale, conservativa, fondamentale. Certo, è evidente che ci siano anche risvolti malinconici e note meste, dal sapore agrodolce, nel provare tale sentimento, ma – ed è ciò che ci dicono gli studi di Sedikides e quelli affini – i suoi effetti positivi supererebbero, in numero e in frequenza, quelli negativi. E se c’è ancora qualche scettico, provi a vedere il quadro d’insieme secondo questa ulteriore chiave di lettura: i ricordi nostalgici hanno il potere di rafforzare l’identità personale, ma anche quella collettiva, secondo un circolo virtuoso per cui la consapevolezza e l’orgoglio di appartenere a una comunità di persone e di interagire con esse, oltre che aumentare la coesione sociale, migliora la nostra autostima.
«Credo che provare della nostalgia due o tre volte alla settimana possa fare bene», ha dichiarato Sedikides, intervistato dal New York Times. «L’esperienza è un bene prezioso. Quando Humphrey Bogart dice “Avremo sempre Parigi” (in una delle scene più drammatiche e celebri della storia del cinema, in Casablanca, foto sopra, ndr), compie un esercizio di nostalgia. Ce l’abbiamo, e nessuno potrà mai togliercela. È il nostro diamante».







Leave a Reply