Un altro caso limite di malattia e disperazione apparentemente senza soluzione
L’incontro con Paolo era motivato da una situazione contingente. Mi accennò succintamente alla sua situazione: gli avevano diagnosticato un’importante malattia ai polmoni, una sorta di enfisema che era destinato, secondo i libri di medicina, a peggiorare nel tempo fino agli esiti più nefasti.
La prognosi non era chiara tuttavia si ipotizzava qualche anno di vita con una difficoltà crescente connessa al poter respirare liberamente. Pur manifestando scetticismo verso approcci meno tradizionali, decise di affrontare nuove strade spinto più dalla necessità che dalla fiducia.
Ingegnere per studi e dirigente per lavoro, Paolo viveva una vita intensa con una moglie e tre figli che adorava. Il poco tempo che rimaneva lo dedicava al suo hobby preferito, ovvero cavalcare in libertà; ma gli spazi erano risicati e troppo saltuari per cui questo desiderio restava in larga parte inesaudito.
Non era contento del tipo di vita che conduceva: il lavoro procedeva senza scossoni, molto stancamente ripetitivo, mentre la relazione con la moglie lo lasciava insoddisfatto. Si sentiva giudicato, non supportato e spesso trattato come un bancomat che doveva solo dispensare denaro su richiesta.
Questa situazione si protraeva da tempo e tendeva a degenerare: la moglie acuiva le divergenze ed i figli avvertivano la mancanza di armonia creando a loro volta disagi a ripetizione.
La sua, un’esistenza inutile?

La malattia lo sorprese non poco e lo impaurì, mettendolo di fronte ad una eventualità non desiderata per di più avvenuta in età ancora giovanile, aspetto che lo costrinse a prendere in considerazione temi che aveva sempre trattato superficialmente, come il senso della vita, le relazioni, i valori più importanti e perfino la morte. Il risultato delle sue riflessioni non gli piacque molto perché colse immediatamente l’inutilità dell’esistenza fin lì vissuta, lo spreco di tempo, la necessità di cambiare qualcosa di importante. Tuttavia le idee erano confuse e una sottile paura che lo accompagnava in ogni istante confondeva le sue idee e le sue sensazioni.
Paolo era una persona certamente intelligente e risoluta e quando incontrò Osvaldo in un meeting di lavoro prese una decisione importante. Osvaldo era un fornitore, ma si lasciava andare, qualora la situazione lo permettesse, a chiacchiere ad ampio respiro. Iniziarono così a toccare l’argomento che preoccupava Paolo e con sorpresa Osvaldo gli indicò insperate possibilità parlando dei poteri della mente e di come si poteva innescare un meccanismo di autoguarigione, tutti argomenti che lo affascinavano e di cui Osvaldo era un esperto.
Paolo uscì da questo meeting motivato a saperne di più e con alcuni titoli di libri che avrebbe subito comprato, seguiti da altri testi che lo fecero entrare in una nuova ed affascinante dimensione non facile da approcciare per un ingegnere. Ma aveva finalmente una speranza seppur flebile, impalpabile e perfino sconosciuta.
Una speranza flebile, impalpabile e perfino sconosciuta

Così eccoci qui a fare conoscenza di persona in un seminario il cui obiettivo era stimolare il percorso di autoguarigione seguendo un percorso spirituale. Le basi di questo approccio sono condivise dalla moderna biologia come l’epigenetica e la PNEI, cosa che ha permesso alla parte razionale di Paolo di approcciarsi in modo più sereno, in particolare la stretta correlazione mente/coscienza con il corpo fisico.
La chiave di lettura del sintomo di Paolo era evidente: non si sentiva amato come avrebbe desiderato dalla sua famiglia, ma perfino da se stesso, impedendosi di vivere i suoi hobby, negandosi spazi di libertà a lui tanto cari ed infine accettando di sentirsi relegato in un ruolo troppo limitato per il suo acume ed intelligenza.
L’ingegnere che albergava in lui si mise in azione andando ad analizzare minuziosamente ogni dettaglio al fine di rendersi conto davvero di come questo meccanismo si stava manifestando nella sua vita e rendendosi conto fino a che punto era arrivato il suo livello di sopportazione. Purtroppo ci abituiamo a tutto, anche alle cose meno desiderate.
Sappiamo abbandonare l’infelicità, per conquistare la felicità?

Prese in cuor suo delle decisioni di cambiamento, o almeno questa era la sensazione che ebbi dall’esterno e questo per me è sempre un ottimo inizio.
Tuttavia poi occorre verificare cosa accade realmente poiché le abitudini sono consolidate così tanto da invogliare il soggetto a rientrare nel suo alveo tradizionale, agendo come le sirene per Ulisse.
Sovente ci troviamo a scegliere tra una infelicità certa ed una felicità incerta, ma la scelta finale non è sempre quella che auspicheremmo.
In seguito, come sovente succede, lo persi di vista.
Ebbi notizie di Paolo qualche mese dopo attraverso amici comuni: si era separato dalla moglie e come sappiamo questo tipo di cambiamenti sono sempre difficili e complicati. Passarono ulteriori mesi e ricevetti una telefonata da Paolo. La sua voce era squillante, forte, determinata.
Mi invitò a passare a trovarlo in una località del Monferrato nella quale si era trasferito da poco tempo senza dirmi null’altro. Trovai un pomeriggio libero e ci andai con gioia.
Una nuova vita, felice
Si era trasferito in piena campagna in una fattoria che aveva trovato in modo rocambolesco e che si era comprato con la liquidazione ottenuta dopo aver abbandonato il lavoro dirigenziale.
Mi venne incontro vestito come un vero cow-boy con tanto di cappello a tese larghe, pantaloni con rinforzi in cuoio, fazzoletto al collo ed un grande sorriso stampato in viso. Tutto intorno decine di cavalli che pascolavano tranquilli godendosi la primavera inoltrata.
Ma il vero protagonista era Paolo. Non solo sorridente e felice, ma anche concentrato nel suo nuovo lavoro, quello agognato da sempre e che lo stava chiamando da tempo. Mi snocciolò una sequenza di numeri: quanti cavalli, dove stavano, il mangime, le dimensioni della fattoria, gli ettari di territorio, la quantità di lavoro enorme da svolgere così che alla fine della giornata gli restavano le sole forze per mangiare un boccone prima di crollare esausto, ma soddisfatto sulla sedia della cucina.
Mi raccontò anche delle difficoltà passate con il divorzio dalla moglie, il disagio per la nuova relazione con i figli lontani, ma della malattia nessun accenno. Così osai chiedergli come stava evolvendo, quali erano i risultati delle ultime analisi previste.
Medici increduli davanti agli esiti

Mi guardò stranito, come fosse obbligato a parlare di un argomento passato di cui faceva fatica a ricordare i dettagli. Poi accennò a esami che non rilevavano più traccia di malattia, medici increduli davanti agli esiti e che non sapevano cosa dire. Mi rispondeva come se l’argomento fosse qualcosa di nessuna importanza, come fosse una parte di sé che non esisteva più, un ricordo passato che era solo un peso: insomma era inequivocabilmente guarito.
Adesso la sua attenzione era focalizzata unicamente sui cavalli e sull’organizzazione della fattoria e non aveva tempo, né voglia, da dedicare alla malattia che non dava più segni di vita.Paolo era totalmente un’altra persona: felice, ingaggiata nella sfida organizzativa che stava vivendo e consapevole di vivere una vita di gioia.
Aveva compiuto una grande trasformazione in ogni ambito della vita e, cosa fondamentale, era davvero felice delle scelte fatte.
La malattia, un disagio esistenziale

La malattia, che in chiave spirituale arriva per avvertirci di un disagio che diviene insopportabile, aveva esaurito la sua funzione e, quindi, poteva ritirarsi in buon ordine. Infatti l’origine della malattia era il disagio che provava nella vita, il senso di inutilità e questa situazione si manifestava nel mondo fisico con la malattia nella quale sistemi, organi, cellule e sostanze chimiche smettevano di agire in armonia tra loro in puro stile epigenetico.
Nel caso suo l’intensità della malattia testimoniava un eguale disagio percepito nella vita e, quindi, per ottenere la guarigione occorreva ribaltare l’esistenza, cosa che fece. Però non occorre sempre agire stravolgendo le proprie abitudini: il più delle volte è sufficiente vedere il proprio mondo con occhi diversi: ad esempio vedere l’amore, anche se mal indirizzato, laddove si percepiva attrito o indifferenza. Pertanto inseguire la salute implica in primis perseguire il proprio benessere psicofisico.
Paolo ci ha mostrato che una persona felice è sana come conseguenza della felicità.







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