Salvata all’ultimo minuto. Dall’aldilà, da un medico solerte e da un Pronto Soccorso efficiente.
Questa volta ho deciso di dedicare questo editoriale a me stessa, per raccontare un’esperienza personale che in fondo riguarda una tematica da me sempre affrontata su un piano teorico: la morte, la mia morte, miracolosamente scampata. E una volta tanto ho ottime, serissime ragioni per il ritardo del giornale, che starà online fino alla fine di agosto.
In moltissime conferenze e anche nei miei libri ho trattato questo spinoso argomento (è uno dei grandi tabù dei nostri tempi), affrontando temi che riguardano la vita oltre la vita, la NDE, l’OOBE, la reincarnazione…
Ricordo le mie morti in altre esistenze e ho visto l’aldilà…
Ma sembrava quasi solo teoria…
La vita è veramente appesa a un filo
L’anno scorso, stavo guidavo in autostrada sulla Milano Laghi. Ero sulla corsia di sorpasso e, poco prima della curva di Gallarate, la batteria si è spenta, quindi si sono bloccati freni e luci. Non so come ho fatto, sono riuscita a tagliare il flusso delle macchine e ad arrivare alla corsia di emergenza, quasi contro il muro della curva, mentre sopraggiungeva un camion che mi ha sfiorata strombazzando e che, per un pelo non mi ha travolta. Salva per miracolo. Per una settimana mi è rimasta negli occhi l’immagine del camion che travolgeva la mia auto. Chissà se sopra di me c’era un angelo che ha creato un invisibile tunnel di luce facendomi attraversare tre corsie indenne. Ma non era ancora arrivato il mio momento…
E poi si è rotto l’impianto elettrico

Il 3 luglio scorso ho iniziato a sentirmi debole: oh, guarda, polso a 42 (cosa vuol dire?), corpo pesantissimo, fatica a camminare e soprattutto a respirare salendo anche solo 3 gradini.
Sto a letto un giorno pensando che bastasse (noi Acquari soffriamo di sindrome di Nembo Kid: siamo invincibili, a noi non può succedere niente, superiamo ogni problema con la volontà…) e il giorno dopo dovevo andare a fare un’intervista.
Sentendo che avrei potuto svenire, chiedo a degli amici di accompagnarmi, ma nessuno è disponibile. Oddio, e se svengo mentre guido? Non svengo. Però rientrando a Milano vado a fare un elettrocardiogramma.
Mi chiama il medico, mentre sono in metropolitana. Mi dice: «Signora, se non è ancora caduta per terra, corra al Pronto Soccorso». Passo per casa, prendo camicia da notte, spazzolino e computer (come vivere senza?) e vado al PS dell’Ospedale san Luca. E qui accade tutto di corsa, non faccio neanche a tempo a metabolizzare quello che mi sta accadendo., mi sembra di essere in un film. La vita è proprio Maya.
«Signora, lei è i pericolo di vita». Nel mio sistema cardiaco si è rotto l’impianto elettrico. Il tempo di avvisare mio figlio e sono già in sala operatoria, per mettere un pacemaker.

L’operazione in sé è stata di routine. Il problema era se non arrivavo in tempo, se non facevo l‘EEC, se se se. Invece tutto è perfetto così com’è.
Ero anche pronta a morire. Ho avuto la sensazione mentre entravo al Pronto Soccorso che il cuore si stesse spegnendo lentamente, ma era una sensazione dolce, tanto che mi sono detta: se morissi sotto anestesia non soffrirei. Invece: ottima équipe di medici, mi hanno salvato la vita. Evidentemente dall’aldiilà non mi hanno voluta.
La prima domanda che ho fatto ai medici è stata se potevo continare a viaggiare, se potevo tornare in India. Certamente. Il pacemaker migliora la vita, non la blocca. Mi sono anche fatta i complimenti da sola, perché sono stata coerente con la mia filosofia di vita, ciò che trasmetto nelle mie conferenze. “La morte non esiste, è solo un passaggio”. E sono ancora qui.
Ancora una volta in ritardo con il giornale. Ma ci sono.







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