Esattamente un anno fa, Angelina Jolie ha scritto a una lettera al New York Times, annunciando la sua decisione di sottoporsi a una duplice mastectomia, per prevenire il cancro al seno. In realtà questo non si era manifestato, ma lei è portatrice di una mutazione genetica ereditata dalla madre (morta di tumore), che ne aumenta il rischio.
Il mese scorso l’attrice è uscita con un altro annuncio choc: presto si sottoporrà a un nuovo intervento chirurgico, facendosi togliere le ovaie, sempre a scopo preventivo. Angelina coraggiosa, come hanno titolato molti giornali, o la sua azione è stata eccessiva e inutile? Non è folle togliersi parti del corpo per prevenire una malattia che non c’è ancora e che forse non si manifesterà mai? Il suo esempio può essere positivo per chi è a rischio e affronta il suo problema senza far finta di ignorarlo, ma nello stesso tempo può essere follemente emulativo, tanto da spingerà donne psicologicamente fragili a seguire il suo esempio? Questo per la verità è già accaduto, soprattutto negli Stati Uniti, dove il numero di richieste di interventi al seno sano è in aumento anche tra le giovani donne. Un fenomeno a catena, che hanno chiamato “effetto Jolie”.
E in Italia? Lo chiediamo a Maria Giovanna Luini, medico chirurgo, senologo e comunicatore scientifico dello IEO (Istituto Europeo di Oncologia), che ci illustra la posizione della medicina ufficiale. “Angelina Jolie ha evidentemente forti ragioni per una scelta così radicale”, afferma “e cioè un rischio altissimo di una mutazione in atto del BRCA1 (un gene oncosoppressore che codifica una proteina di suscettibilità al cancro della mammella tipo 1). Lei evidentemente è consapevole che il tumore in chi ha questo tipo di mutazione è molto aggressivo e quindi ha deciso per un’operazione di tipo preventivo, togliendosi prima il seno e ora le ovaie. E poiché questo tipo di tumore se si sviluppa nelle ovaie può anche essere mortale, lei ha fatto bene a decidere di operarsi.
Però da noi non c’è da preoccuparsi per l’effetto di emulazione, che tanto ha suscitato scalpore in America: a parte che è una scelta personale da rispettare, nessun chirurgo toglierebbe preventivamente seno o ovaie senza esami specifici, come appunto un test genetico che evidenzi il rischio di mutazione. E c’è anche chi, pur conoscendo questo rischio, potrebbe decidere di non farsi operare: in questo caso ogni sei mesi occorre ripetere gli esami, che sono personalizzati”.
Secondo Corrado Tinterri, responsabile dell’Unità operativa di senologia dell’Humanitas di Rozzano, anche in Italia dopo l’affare Jolie le richieste di test genetici sono aumentate, del trenta per cento. E, secondo l’American Cancer Society, chi ha questa mutazione genetica (ovvero i geni BRCA1 e BRCA2 positivi) ogni anno a partire dai trent’anni deve sottoporsi a mammografia, ecografia e risonanza magnetica della mammella.
Epigenetica: un altro punto di vista
Ma c’è un altro punto di vista, quello dell’epigenetica. Noi sappiamo che la genetica non è determinante in modo assoluto, mentre non sappiamo ancora perché un gene si attiva. Il DNA non determina da solo la salute, ma è condizionato da vari fattori, tra cui lo stress, le emozioni, dal’ambiente.
“La medicina predittiva non è ancora così precisa”, afferma il dottor Pier Mario Biava, medico e ricercatore, autore di Il cancro e la ricerca del senso perduto. “E questi test, come quello che ha fatto Angelina Jolie, non sono così determinanti. Essi mostrano che c’è un rischio aumentato, ma non così elevato da spingere a un intervento così radicale, come la mastectomia bilaterale. Secondo gli studi attuali, i geni alterati nel seno sono centinaia, ma la scienza non sa ancora come e quando si attivano o si spengono e sicuramente non si attivano e non si spengono da soli. Il concetto attuale di medicina è molto riduttivo. Oggi si sono messe a punto terapie che vanno a colpire il bersaglio (target therapy) con gli anticorpi monoclonali.
Tuttavia non ci si può limitare a studiare le singole alterazioni: il cancro è una malattia molto complessa, ci sono tanti eventi personali, stati psicologici, emozionali, che possono cambiare la storia di un individuo. Più che soluzioni così drastiche come l’intervento chirurgico sarebbe più prudente fare una sorveglianza attiva. Tuttavia per molti medici questo atteggiamento è ancora prevalente, si ritiene il più avanzato.
Ma oggi sta cambiando il pensiero scientifico: fino ad ora si pensava che la genetica programmasse la nostra vita, la nostra salute, ma oggi si parla di un codice epigenetico, che tiene conto di molti altri fattori, compreso l’ambiente, familiare, sociale, ecologico…“.
“La malattia non è un nemico da uccidere, ma da capire”
“Oggi si sono accorti che non è tutto determinato dalla genetica, ma dall’epigenetica. Ma chi controlla l’epigenetica? Non lo sappiamo. La scienza, che si ritiene padrona della conoscenza, è materialistica e non accetta la realtà dell’anima. E non sa ancora che cos’è la vita: in una visione riduzionistica, essa è il risultato una serie di reazioni biochimiche nella cellula”, ci dice Nader Butto, laureatosi in Italia, a Torino, specialista in cardiologia invasiva presso l’ospedale Rabin Medical Center di Gerusalemme, che ha tenuto un’interessante conferenza sul cancro in un convegno organizzato a Mantova da Alessandra Maccarini.

“Per l’attuale medicina la malattia è un nemico da uccidere, un errore che va attaccato con tutte le armi a nostra disposizione. In realtà il cancro non è un nemico, ma una massa anomala di tessuti che cresce in eccesso e in modo scoordinato, per la reazione di alcune cellule deboli che, per difendersi dalla minaccia di morire, incominciano a moltiplicarsi per sopravvivere. La medicina lo attribuisce sempre a cause esterne: una mutazione genetica (che è una conseguenza e quindi non la causa), microbi, parassiti, funghi, infezioni virali, carenze, sostanze radioattive, ma anche stress: ma tutti questi elementi lo favoriscono, non lo causano. Tutto è legato alla psiche, a come una persona affronta la vita, le emozioni, lo stress. Secondo le statistiche i casi di cancro legati alla genetica sarebbero l’5-10 per cento, quelli legati a fattori ambientali il 90-95 per cento: in realtè quelli legati alla genetica sono l’1 per cento e il 99 quelli legati all’ambiente; senza contare che la maggior parte dei fattori causali sono ignoti. Non si muore di cancro, ma per le cause che l’hanno provocato: traumi, stress, alimentazione sbagliata, acidosi, sostanze chimiche, sostanze radioattive, raggi, X, beta…
Per quanto riguarda Angelina Jolie, la mastectomia bilaterale è inutile. Con questa logica dovremmo togliere tutti i nostri organi, così… non rischiamo di ammalarci. Non abbiamo elementi per attribuire il cancro alla genetica. Inoltre il cancro è una malattia reversibile, quindi si può prevenire e anche guarire. I successi più grandi ci vengono dalla chirurgia e in qualche caso dalla chemio. Purtroppo in tutto il mondo le linee guida, il cosiddetto protocollo, è determinato dalle case farmaceutiche. Ed è, terribile a dirsi, una malattia che “rende” 400 miliardi all’anno…”.
D’altronde un recente studio sulle cellule tumorali della prostata, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, ha evidenziato che la chemioterapia può stimolare nelle cellule sane la secrezione di una proteina che rende immune il tumore ad altri trattamenti chemioterapici.
“Per affrontare il cancro, come ogni altra malattia, occorre cambiare direzione, creare un nuovo paradigma di medicina unificata, un nuovo modello sistemico, che tenga conta di numerosi parametri, l’aspetto biologico, genetico, psicologico, ambientale”, conclude Butto.
Per saperne di più:
La videoconferenza di Butto: https://www.youtube.com/watch?v=VpcAKbnQviQ
Anna Villarini: Prevenire i tumori mangiando con gusto
e Prevenire in cucina mangiando con gusto – Sperling & Kupfer ed.







Leave a Reply