Regia: John Turturro.
Cast: Woody Allen, John Turturro, Sharon Stone, Sofia Vargara, Vanessa Paradis.
Commedia
Giudizio: **** DA NON PERDERE
Da un po’ di tempo non vedevamo più il Woody Allen dei primi tempi, spiritoso, arguto, divertente, con le nevrosi che hanno accompagnato tutti i suoi film e la cultura ebraica affrontata spesso con ironia feroce. Gli ultimi più che film sembravano spot pubblicitari di Parigi, Barcellona, Roma, pagati dalle varie aziende di soggiorno, ….

Sul web troviamo più di un sito dedicato alle sue folgoranti battute. Tra le tante: “Recentemente ho letto la Bibbia. Non male. Ma il personaggio principale è poco credibile”. Oppure: “Il mondo sta rimanendo senza geni… Einstein è morto, Beethoven è diventato sordo… e io incomincio a non sentirmi bene”. E ancora: “Ci tengo molto al mio orologio. Me l’ha venduto mio padre sul letto di morte!”.
Ed ecco finalmente un altro film indovinato, leggero e divertente, dove Allen non firma la regia, ma è protagonista insieme al regista John Turturro (ma per la parte ebraica ha sicuramente contribuito anche ai testi). Lo vediamo in un ruolo che gli calza perfettamente, quella di un libraio antiquario, Murray, un omino che vive nel quartiere di Williamsburg, isola chassidica all’interno di Brooklyn, dove domina l’ebraismo ortodosso (lui è molto poco ortodosso… e non solo perché vive con un donna di colore e i suoi quattro figli).

Costretto a chiudere la libreria, per sbarcare il lunario Murray si trasforma in un improvvisato ma niente affatto sprovveduto lenone: infatti convince il suo amico Fioravante/Turturro, un italo-americano tuttofare, elettricista, idraulico e fioraio (che

però cita poesie e conosce più lingue), a intraprendere il “mestiere più vecchio del mondo”, impegnandosi a procurargli in cambio di una cospicua percentuale donne ricche e inappagate, anche in partouse à trois, da saziare. L’idea gli nasce quando la pediatra dei suoi figli gli confessa la sua insoddisfazione. E così il timido e riservato Fioravante, con il nick name di Virgilio e un passaparola tra le sue signore di Manhattan, diventa un gigolò di successo, non tanto per le sue doti di stallone ma per il suo garbo, la sua sensibilità, la sua capacità di ascoltare e capire.

Le prime clienti sono una ringiovanita Sharon Stone (che in una sequenza accavalla le gambe citando se stessa nella famosa scena dell’interrogatorio sexy di Basic instinct, ma in modo meno hard) e la sua avvenente e opulenta amica (Sophia Vergara). Nel frattempo conosce la vedova di un rabbino (Vanessa Paradis), che per le sue tradizioni religiose non può stringere le mani né essere toccata; ne nasce una tenera amicizia, anzi un amore impossibile che non può sfociare in una relazione. Ma per lei Fioravante decide di interrompere la sua carriera di gigolò. Ma questo non sarà il finale. Seguito e poi denunciato da un “vigilante”, innamorato della vedova (Liev Schreiber), Murray viene rapito da alcuni ortodossi e portato al cospetto di un tribunale yiddish, dove viene processato a porte chiuse con un rito esilarante ma anche un po’ inquietante che ci riporta indietro di secoli, in un mondo dove vige l’intolleranza.
E’ dunque una commedia garbata, di respiro leggero, dove i due protagonisti che rivestono improbabili panni in cui non si identificano, si prendono anche in giro, divertendosi e divertendo.

Abbastanza indovinata la colonna sonora, che propone pezzi jazz e dixieland scelti sicuramente da Allen nelle sue vesti di musicista (come il primo brano, Canadian sunset, o My romance, con il sax di Gene Ammons), mentre Turturro (presto di nuovo protagonista in un film di Moretti) sceglie alcune canzoni napoletane, di cui si è innamorato girando il suo film-documentario su Napoli, Passione, del 2010, come La violetera e Il torrente, entrambe interpretate da Dalida, oppure Luna rossa, cantata dalla tunisina/napoletana M’Barka Ben Taleb e Tu si’ ‘na cosa grande, voce sommessa di Vanessa Paradis.







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