Il mondo sta a guardare

Il fenomeno del terrorismo di matrice confessionale

Il mondo sta a guardare

Jihadismo autoctono: una minaccia cullata in grembo da un Occidente sempre più distratto e sempre meno efficace nella difesa dei propri Paesi e delle proprie culture, come se il pericolo non ci riguardasse

C’è qualcosa di perverso in ciò che sta accadendo. Il mondo sta a guardare il suo stesso carnefice che, neppure troppo lentamente, lo sta mutilando,ISIS FLAG-ISIS PROPAGANDA VIDEO_0 distruggendo vite e culture, nel nome di un’interpretazione radicale e distorta di uno dei testi sacri e di una delle fedi religiose più diffusi sul pianeta.
Isis, lo Stato Islamico autoproclamatosi nel giugno del 2014, sotto la guida del califfo, sta avanzando massicciamente nel mondo arabo con le proprie truppe, continuando a minacciare e a colpire il resto del mondo occidentale con azioni isolate dei cosiddetti lupi solitari. Tutto questo, apparentemente, sotto lo sguardo distratto o non del tutto consapevole di quegli Stati non direttamente, o solo parzialmente, colpiti dal grave rischio in atto.

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Il califfo Abu Bakr al-Baghdadi, capo del'Isis.

Ciò che accade in Africa, si pensi alla Nigeria, dove quotidianamente decine, centinaia, migliaia di persone, perlopiù di fede cristiana, perdono la vita sotto le violenze dell’Isis e delle frange terroristiche islamiste, e ai paesi arabi, dalla Libia alla Siria, passando per l’Egitto, la Giordania, l’Iraq e il confine turco sotto il controllo curdo, dove la guerra è scoppiata apertamente e l’avanzata jihadista appare inarrestabile, sembra preoccupare solo mediaticamente i governi occidentali. A oggi, nonostante gli attentati di Parigi, Copenaghen, Sydney e Ottawa, la posizione dei governi appare ancora, per così dire, di studio.

Sicuramente l’attività di intelligence è stata potenziata sul fenomeno del terrorismo di matrice confessionale, come quasi certamente lo era anche prima dei tragici fatti di cronaca, ma nonostante i pacati proclami americani e francesi non sono state prese reali contromisure per impedire all’Isis di avanzare e guadagnare terreno e consenso nei paesi dell’Africa settentrionale e del vicino Oriente. Le navi, anche italiane, avvicinate alle coste libiche e i primi raid francesi sono apparsi solo come un messaggio tardivo e privo di minacce concrete al fondamentalismo. L’azione americana, nel tempo, è risultata prevalentemente di supporto all’opera degli eserciti nazionali, impegnati nel contenere, e più recentemente nel respingere, l’avanzata dell’Isis.

Pochi successi e poche reali contromisure
I successi, ottenuti o presunti, sembrano ancora limitati e non decisivi, e lasciano spazio al timore di un conflitto che possa protrarsi per molti anni, laddove sarebbe preferibile un intervento massiccio e risolutivo, in grado di annichilire definitivamente l’Isis e le sue propaggini prima che possa essere troppo tardi, evitando che troppe vite siano brutalmente cancellate dalla ferocia dei tagliagole incappucciati. L’impressione è che si combattano due conflitti, con due diversi approcci, in assenza di una reale contromisura al problema, come se si stesse cercando di somministrare un palliativo in luogo di una cura vera e propria.

Italia: una posizione preoccupante
Preoccupante la posizione italiana che, se da una parte dichiara il proprio sostegno alle attività dell’ONU, dall’altra continua a ritenere l’intervento militare una non soluzione, prediligendo la via del negoziato. Negoziato che appare utopistico considerando l’interlocutore e l’assoluta non convenzionalità del confronto. Posizione italiana che preoccupa maggiormente se considerata anche sotto l’ottica del continuo flusso di immigrati dalle coste libiche, BARCONE (2)davanti a cui sarebbe quantomeno opportuno attuare un blocco navale per impedire l’ulteriore degenerare di una situazione già largamente sfuggita di mano.
Quasi per assurdo, in questo gioco di ruolo in cui tutto sembra stravolto dalla nuova realtà terroristica nata da una costola di Al-Qaida in Iraq, sono proprio i Paesi arabi a interpretare la parte degli avversari più determinati a colpire realmente lo Stato Islamico. Lo testimoniano i tempestivi e concreti attacchi portati ai tagliagole dell’Isis dall’aviazione di Amman e de Il Cairo dopo le terribili esecuzioni del pilota giordano Muad Kasasbeah e dei ventuno copti egiziani in Libia.
Di fronte allo standby occidentale, l’Isis avanza e non solo sui deserti al di là del Mediterraneo. È infatti noto ormai da tempo che, nei paesi occidentali e in Italia, come nel resto del mondo, anche grazie alla propaganda mediatica e al sempre più diffuso mezzo di informazione globale, il web, un crescente numero di persone, musulmani e non, si avvicinano a un’interpretazione fondamentalista del Corano e della Sunnah, dando origine a una latente rete jihadista dormiente pronta ad azionarsi in ogni parte del pianeta, in qualsiasi momento, con effetti sempre e comunque deflagranti.

Jahidismo autoctono: un fenomeno in espansione
Un fenomeno in espansione, che mira a sovvertire l’ordine costituto, prevalentemente in occidente, è proprio il cosiddetto Jahidismo autoctono, quello cioè originato dai musulmani di seconda o terza generazione nati e residenti in Europa e in America, e dai convertiti, cittadini di tradizione, fede e cultura che nulla hanno a che vedere con l’Islam e che decidono di avvicinarsi alla parola e agli insegnamenti del Profeta e della sua Sunnah.
isis 600x300Questo fenomeno, detto di radicalizzazione, rischia di creare un enorme e ingestibile problema, reso ancora più raccapricciante dalla sua invisibilità. Un problema che spaventa per il messaggio che passa attraverso l’informazione di massa, lontano dall’essere un invito alla pace, mirato al proselitismo e al reclutamento di adepti disposti a tutto, anche a immolarsi per la radicale e distorta interpretazione degli insegnamenti coranici.
Si assiste di fatto alla trasformazione dell’Islam, una delle principali religioni, nella più grande espressione del terrorismo. La causa di questo mutamento va ricercata secondo alcuni nella lettura pretestuosamente alterata e letterale del testo sacro, per altri nel Corano stesso che, se non interpretato a seguito di una lettura storica, scientifica ed esegetica, inciterebbe alla violenza contro gli infedeli. Difficoltà, questa, indotta dalla mancanza nell’Islam di tali criteri, sostituiti dall’applicazione esclusiva di una lettura fideista.

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Abu-Mohammed-al-Adnani, portavoce dell'Isis, violento anche nelle sue minacce: ""Conquisteremo la vostra Roma, e schiavizzeremo le vostre donne".

C'è un Islam di pace e uno di guerra?
È un dato di fatto che l’Islam sia stato profondamente politicizzato, abusato ideologicamente e distorto, divenendo ostaggio dei fondamentalisti. Fondamentalisti che ignorano i versetti del Corano che non convengono con le loro dichiarazioni e annunciano una guerra unilaterale contro chi non condivide la loro visione, violando i concetti coranici di fratellanza e pacifiche relazioni con i non musulmani.
Il paradosso vuole che spesso le guide dei fondamentalisti siano teologi, come Abu Bakr al-Baghdadi, l’autoproclamato califfo dello Stato Islamico, che nonostante abbia conseguito un dottorato in studi islamici e abbia frequentato moschee dove convivevano sciiti e sunniti, si fa portavoce di un’interpretazione radicale, ergendosi a nuovo profeta, sebbene continui a sottomettere le proprie azioni ai presunti dettami di Allah e di Maometto, giustificandole come un volere superiore.
L'Islam è un sistema religioso, politico, giuridico e sociale instaurato dal VII secolo con Muhammad, dichiaratosi ultimo Profeta a cui Allah avrebbe trasmesso i precetti compilati nel Corano, fisso, immutabile, non interpretabile, formato da 114 capitoli chiamati Sure, ognuna formata da un numero variabile di Ayat, versetti. Il Corano, come molti degli altri testi sacri, non è un testo di pace, se preso letteralmente. Esistono Sure che persuadono alla violenza o non la negano (vds. Sure 5:51, 9:5, 9:81, 8:12, 5:33, 47:4) in cui gli jihadisti moderni trovano l’origine, l’autorizzazione e il fine alla pratica delle brutalità (comprese le decapitazioni) contro gli infedeli, sebbene molti studiosi dell’Islam non convalidino l’interpretazione letterale. L’islamismo estremista estrapola dal contesto storico queste Sure presentandole come immutevoli quando non lo sono e le manipola in nome del fanatismo per giustificare e incoraggiare persecuzione e martirio per fini politici. Una falsa ortodossia riformista che mira al ritorno all’essenza dell’Islam, sfruttando la scarsa conoscenza del Corano, al tempo stesso summa teologica, codice giuridico e sociale, trattato morale e manuale di usi quotidiani. Ma atteso che “Non c’è costrizione nella religione” [Sura 2:256], questo utilizzo risponde solo a un fanatismo esecrabile. Il Corano chiede di abbracciare genti diverse, eppure gli estremisti perseverano nell’idea che chi respinge la loro ideologia debba essere ucciso, in contrasto con il messaggio in cui Allah dichiara che chi uccide una persona è come se uccidesse tutta l’umanità, mentre chi salva una persona è come se salvasse tutta l’umanità. Inoltre riducono il jihad a guerra e sterminio, al contrario da intendere come sforzo per migliorare individuo e società e portare la vita più vicina al modello divino, e lo dichiarano in nome dell’umanità musulmana, senza l’autorità e il permesso per farlo, pensando ancora di morire da martiri e per questo ricompensati con il paradiso, mentre non sono altro che terroristi che uccidono e che non sono considerati martiri secondo la legge islamica, in quanto i buoni propositi non giustificano atti illegali, poiché il jihad va perseguito con onore e guidato da codici morali di condotta.
an-islamic-state-militant-pushes-over-a-statue-inside-the-mosul-museum-in-the-northern-iraqi-governorate-of-nineveh-as-shown-in-this-image-from-the-media-office-of-the-nineveh-branch-of-is-group-on-february-26-2015In questo processo di imposizione di un’ideologia sulle altre, non c’è spazio per il rispetto e la pietà per chi negli anni ha, spesso ipocritamente e spinto solo da un falso perbenismo elettorale, speso leggi e parole al fine di un’integrazione a ogni costo, accantonando o chiudendo un occhio sulle compressioni storiche e culturali operate nei confronti dei padroni di casa.
Si pensi alla cieca follia, alla mancanza di cultura e alla pericolosa deriva intellettuale dell’Isis, affiancata alla ferocia e alla presunzione di superiorità e impunità, che ha portato all’inaccettabile barbarie dei fatti di Mosul, in Iraq, dove i tagliagole hanno distrutto statue millenarie e reperti archeologici di inestimabile valore storico con mazze, trapani e picconi come fossero nulla, legittimando il proprio operato come epurazione dalle eretiche rappresentazioni idolatre. La stessa ignoranza culturale che porta l’Isis a non risparmiare santuari di altre confessioni, tra cui anche luoghi di culto musulmani, distrutti lungo la propria avanzata. Proprio come fecero i talebani in Afghanistan nel 2001, con la distruzione dei Buddha di Bamiyan. Questo fatto è indice della totale assenza di senso di cultura collettiva e profondo disprezzo nei confronti di tutto ciò che non è Islam radicale, pericolosa avvisaglia di quanto potrebbe accadere in occidente se gli adepti dello Stato Islamico ini-ziassero ad agire apertamente.
I musulmani radicalizzati e i convertiti all’Islam, definiti homegrown, sono figli della globalizzazione, sono la generazione di internet, del web, degli smartphone, della cultura a portata di mano che si perde nel fanatismo e nell’auto-degrado intellettuale. I social-network, la vita virtuale, l’assenza di valori e altre molteplici concause, spingono i più o meno giovani non verso una cultura finalmente disponibile per tutti ma verso la devianza, ancora di più verso il chiaroscuro di realtà accattivanti e pericolose. In questo scenario, la propaganda jihadista attecchisce facilmente, irretendo tiepidi musulmani e non musulmani che vedono nei messaggi del califfato universale, spesso neppure realmente compreso, il modo per affrancarsi da realtà di degrado personale, culturale e sociale.