Il segreto di Shakespeare

Un libro di Roberta romani e Irene Bellini

Il segreto di Shakespeare

Quale italiano assistendo ad un’opera di Shakespeare non ha avvertito quel brivido che si sente quando s’incontra qualcosa di conosciuto? Chi non ha sentito la malia di quel secolo in cui la cultura del Bel Paese attraversava ogni scienza e ogni forma d’arte? Chi non ha riconosciuto il pensiero degli autori e dei grandi spiriti che hanno animato il Rinascimento italiano? Non è un caso se il problema dell’authorship dell’opera shakespeariana ha da sempre animato un acceso dibattito; ed infine non è un caso che uno scrittore come Jorghe Luis Borges abbia definito Shakespeare “il meno inglese dei poeti d’Inghilterra”.COP LIBRO
L’intento del Segreto di Shakespeare non è quello di contendere all’Inghilterra e allo Shakespeare Trust la proprietà di un marchio e il merito di averlo saputo mantenere vivo nel tempo, ma piuttosto quello di andare ad indagare sui motivi della presenza della cultura italiana, nell’opera di un uomo di studi limitati, che non risulta abbia mai viaggiato oltre Dover. E soprattutto di approfondire le ragioni di un mistero che da secoli impegna uomini di cultura e appassionati ricercatori di tutto il mondo. Partendo da queste premesse Roberta Romani ed Irene Bellini hanno lavorato per tre anni a riallacciare le fila dell’incredibile vicenda, che ha legato personalità diverse per esperienza di vita e cultura come William Shakespeare, Michel Agnolo e John Florio nel momento in cui l’Inghilterra elisabettiana si preparava alla grande ascesa, politica, economica e culturale che l’avrebbe portata ad uscire da quell’isolamento in cui era vissuta sino ad allora. Per comprendere questo periodo della storia inglese e l’importanza che la cultura avrebbe avuto sul suo sviluppo è necessario tornare ad eventi solo apparentemente lontani, avvenuti nel secolo precedente in Italia al tempo della caduta dell’Impero d’Oriente conquistato dai Turco–Ottomani nel 1453. Questo cambiamento politico nell’area del Mediterraneo poteva comportare, tra l’altro, l’inevitabile dispersione dell’immenso tesoro contenuto nelle biblioteche di Costantinopoli, del Medio Oriente e della Grecia, ultime custodi della cultura del mondo classico e medio orientale. Il pericolo venne scongiurato grazie all’interesse per questo patrimonio culturale avvertito da molti personaggi ai vertici dei diversi stati italiani che finanziarono le spedizioni per trasferire questo tesoro in Italia e al lavoro degli uomini di cultura che di fatto s’impegnarono nell’organizzazione. Migliaia di preziosi testi del passato furono tradotti integralmente nella lingua italiana che si parlava nelle diverse regioni, senza le manomissioni e i travisamenti operati sui contenuti in epoca medievale. La rivisitazione degli scrittori e dei filosofi della classicità favorirà infatti la creazione delle prime grandi biblioteche italiane a Venezia, Roma, Milano, Napoli, Messina e Firenze e parallelamente la nascita di quei cenacoli intellettuali, che si riveleranno veri laboratori del pensiero, e delle arti. Ed è da questo momento che l’Italia si accrediterà come la fonte della civiltà del mondo occidentale e la culla di quel fenomeno che solo nel XVIIII sarà dato il nome di “Rinascimento”. Il messaggio di spiritualità, bellezza e cultura, vera anima di quel periodo è lo stesso che emerge prepotentemente nell’opera shakespeariana, la più trasversale e universale di tutti i tempi, dove il riferimento ai testi latini e greci e agli autori italiani dal medioevo al XVI secolo è evidente e innegabile. La diversità delle voci che animano quest’opera non cessa di essere la fonte di dibattito e per questo gli studiosi, al pari di quella di Omero, non hanno esitato a definire l’opera di Shakespeare “rapsodica”, come una sinfonia che si snoda su molti accordi diversi. Rivisitare ed ispirarsi ad opere del presente e del passato per gli autori dell’epoca era prassi normale, consentita dall’assenza di una legge sul Diritto d’autore, che avrebbe dato la possibilità ad uno scrittore o ad un musicista di ricavare direttamente profitto dalla propria opera. Naturalmente non mancavano le modalità di guadagno, ma tutto rimaneva collegato alla figura di un ricco committente, di un mecenate amante della cultura e dell’arte. Questa situazione cambierà solo nel secolo successivo con il varo della legge che risolverà questo millenario problema.

I protagonisti del Segreto di Shakespeare sono William Shakespeare (sotto, in un ritratto a olio), Michel Agnolo e John Florio, insieme ad un centinaio di personaggi storici; politici, re, regine, papi, cortigiani, religiosi, letterati e filosofi che entrano nelle loro vite determinandone spesso percorsi e scelte. Un’accurata analisi delle biografie di questi personaggi, solo apparentemente minori rispetto alla storia, ha reso possibile ricostruire le ritratto di WILLIAM SHAKESPEARE-400meno note vite dei Florio e riallacciare le fila di un racconto assolutamente aderente alla realtà, teso a chiarire un progetto culturale portato avanti nell’Inghilterra di quattrocento anni fa, da uomini intelligenti, lungimiranti e determinati. L’indagine che hoportato avanti nel libro con Irene Bellini, si basa su alcuni dati essenziali. Il primo è l’esistenza della straordinaria biblioteca composta da 340 volumi, di cui 252 in italiano (superiore al tempo a quella di qualsiasi università inglese), con cui i Florio, tornano in Inghilterra nella seconda metà del 1500, una notizia che ci ha consentito di accantonare il dibattito sugli evidenti riferimenti letterari presenti nelle opere shakespeariane e privilegiare l’indagine storica e geopolitica da cui inevitabilmente sono gli altri elementi che hanno favorito l’esistenza di tutta l’opera shakespeariana: la grande cultura e l’esperienza di chi ha trovato, concepito, scritto le storie e creato una nuova lingua per raccontarle; il sostegno finanziario e la volontà politica dell’Inghilterra del XVI secolo per la diffusione della cultura nei diversi livelli sociali attraverso il teatro; la creatività e la fantasia di chi ha saputo convertire tutto questo in uno spettacolo gradevole e accessibile a tutti.
Partendo da queste premesse, è stato possibile far riemergere la storia che è alla base della grande operazione culturale, el passaggio del testimone dall’Italia rinascimentale all’Inghilterra elisabettiana, che hanno di fatto messo le basi della drammaturgia moderna. Chi, se non un italiano poteva conoscere quello che il Rinascimento aveva portato nella politica, nella letteratura, nella filosofia, nell’arte? Solo nel secolo precedente Niccolò Macchiavelli aveva individuato e scritto a proposito dello sviluppo di una civiltà “della necessaria connessione tra Cultura, Istituzioni e Finanza, che si era rivelata vincente in tanti stati italiani (nella Repubblica di Firenze, di Venezia, nel Ducato di Milano, di Ferrara, di Mantova ecc..). Un modello subito adottato per un paese politicamente ed istituzionalmente unito come l’Inghilterra che aspirava a costruire il suo impero. Tutto il lavoro dei Florio sulla lingua, sulla cultura e sul teatro risulta di fatto connesso a questo progetto che li renderà a tutti gli effetti i veri ambasciatori dell’Umanesimo e del Rinascimento italiano in terra inglese. Italianissimo il padre e “italiano anglificato o angelificato” come amava definirsi giocando sulle parole il figlio John, si stabiliranno definitivamente in Inghilterra dalla seconda metà degli anni ’70 del 1500, nel momento della grande colonizzazione del nuovo mondo, quando il futuro per l’isola si presenta ricco di promesse e la Corona, la nobiltà, ma anche le classi emergenti di esploratori, mercanti e banchieri, avvertono la necessità della diffusione di una cultura più completa e raffinata che avrebbe fatto dell’inglese la lingua del nuovo mondo. Se infatti dall’ovest dall’Atlantico arrivava la possibilità della conquista delle ricche e sconfinate terre americane, dal sud, dal Mediterraneo e dall’Italia, soffiava l’ammaliante vento dell’arte, della filosofia, della poesia, della cultura, della bellezza e di un modo più intenso e profondo di concepire la vita. Agli esploratori, ai banchieri, ai Shakespearenavigatori era affidato il compito della conquista di nuove terre, di commerci, di ricchezze, mentre agli scienziati, ai filosofi, ai letterati, quello di studiare e riflettere sulle nuove scoperte destinate a cambiare il rapporto dell’uomo con l’universo. Con gli studi fatti da Copernico la terra non appariva più secondo la vecchia concezione aristotelica al centro del sistema solare, ma uno tanti dei pianeti che girano intorno al Sole, vagando tra gli infiniti sistemi dell’universo come anticipava nei suoi scritti anche il filosofo Giordano Bruno, intimo amico di John Florio, durante il suo soggiorno a Londra. Il mezzo idoneo per sostenere l’evoluzione di un popolo composto per maggior parte da analfabeti era la comunicazione orale e di fatto sarà il teatro a svolgere un ruolo determinante nello sviluppo del paese attraverso un linguaggio comprensibile a tutti i livelli sociali.

Nessuno meglio dei Florio (sopra, a destra, un ritratto di John Florio che molti scambiano con Shakespeare) poteva portare avanti questo progetto grazie al loro bagaglio culturale e al patrimonio rappresentato dall’imponente biblioteca che conteneva testi non ancora tradotti in Inglese. Da sempre protetti dalla Corona, onorati dai vertici della società e della politica, i Florio hanno però il problema di non poter comparire ufficialmente come autori di teatro per diversi motivi, primo fra tutti quello di essere stati in momenti diversi maestri e tutori di grandi personaggi; Michel Agnolo della giovane Elisabetta, di Edoardo VI e di tanti giovani nobili della corte dei Tudor. John della regina Anna, dell’erede al trono Heny Stuart, dei suoi fratelli e della generazione successiva di quei nobili, di cui in precedenza, era stato maestro il padre. Inoltre Michel Agnolo nel suo secondo soggiorno inglese, dopo essere sfuggito alla Santa Inquisizione sarà costretto a vivere in incognito, mentre al contrario John vivrà nel mondo della nobiltà e della corona. Per frequentare gli ambienti del teatro e dello spettacolo le rigide regole della società del tempo, richiedevano personaggi lontani da questi prestigiosi ambienti. Ed è a questo punto che entra nel progetto lo sconosciuto, intelligente e scaltro uomo di Stratford, che avrebbe consentito ai Florio di rimanere nell’ombra, ruolo che Shakespeare saprà svolgere con indubbie capacità, con discrezione, ma senza perdere di vista i vantaggi che ne potevano derivare.
L’indagine copre gli anni che vanno dal 1520, data approssimativa della nascita di Michel Agnolo Florio, al debutto sulle scene come autore di William Shakespeare nel 1592, fino alla morte di John Florio nel 1625. Sarà John, perfettamente bilingue infatti, a scrivere il primo vocabolario italiano-inglese, portando nella seconda edizione la nuova lingua da 6000 ai 150.000 vocaboli presi soprattutto dai diversi dialetti italiani. Ma sarà Michel Agnolo a mettere in scena la sua esperienza e i momenti più drammatici della sua vita. Al contrario dell’uomo di Stratford, abilissimo e spericolato negli affari, i Florio si dimostreranno molto disinteressati, per non dire incapaci a rapportarsi con il denaro, al punto da finire in miseria, come è testimoniato nel primo capitolo del libro dove sono messi a confronto i testamenti di William Shakespeare e John Florio.

Accurate ricerche e prove inedite ci hanno permesso di evidenziare come le esperienze vissute da Michel Agnolo si riflettono nel tormentato Amleto e nel saggio Prospero, protagonista della Tempesta (sotto, una scena di quest'opera diretta da Strehler nel '77), in modo così coinvolgente da da testimoniarne l’esperienza diretta. Le nuove parole create da John inoltre compariranno nelle opere di ShakesImage634458982480428000peare prima ancora che il nuovo vocabolario inglese sia stato stampato e in seguito il nuovo vocabolario si rivelerà indispensabile per tradurre molti importanti testi sino ad allora sconosciuti in Inghilterra.
Ma nel messaggio shakespeariano c’è di più delle parole. C’è l’apoteosi del “pensiero” e del “corretto agire” che allude ad un modo di vivere nel quale l’anima è fondamento e fine della vita. Al contrario di quella del Bardo di Stratford, di cui non si sono trovate che sei o sette firme autografe su documenti ufficiali, le vite dei Florio risultano interamente dedicare allo studio e alla cultura. Seguendo questa traccia i tasselli, da sempre mancanti nelle lacunose biografie di Shakespeare, hanno trovato più corrette risposte a molte domande irrisolte da secoli.
Chi può essere riuscito a mettere insieme, escludendo le varie opere letterarie, ben 37 capolavori per il teatro in meno di vent’anni? L’autodidatta di Stratford o i due umanisti italiani? Chi ha conosciuto e descritto il Bel Paese, nei particolari dalla Sicilia alle Alpi, dai luoghi famosi e conosciuti, di Firenze, Palermo, Napoli, Messina, Venezia, Padova, Pavia, a quelli più nascosti o addirittura scomparsi? Un esempio fra tutti sono i porti fluviali di Firenze, Verona, Milano attivi fino XVII secolo. Chi ha viaggiato solo tra Stratford e Londra, o chi ha vissuto granparte della sua vita in Italia? A William Shakespeare, vanno sicuramente riconosciuti i giusti meriti, ma allo stesso tempo rimangono veramente troppe le capacità che gli vengono attribuite dalle biografie ricostruite cento anni dopo la sua morte. Seguendo il filo rosso della filosofia, della storia insieme all’analisi accurata degli eventi, si possono spiegare i motivi delle tante anime che emergono nell’opera shkespeariana, la sua complessità, l’indubbia componente “rapsodica” e allo stesso tempo si chiariscono anche i diversi eventi, che hanno portato nel corso dei secoli, quando per caso, quando volontariamente ad occultare la realtà.
Un tassello importante per la soluzione di uno dei tanti misteri dell’opera shakespeariana è lo “Statuto d'Anna” del 1710, che costituisce il primo atto del futuro ‘Diritto d’autore’, dove per la prima volta in Inghilterra e nel mondo, viene abbattuto il sistema dei privilegi sui testi letterari e teatrali che garantirà il copyright agli autori delle opere letterarie per una durata di quattordici anni, rinnovabili successivamente, nel caso in cui l'autore fosse ancora in vita. queen_annePer quello che riguarda le opere a firma Shakespeare, un secolo dopo la morte di tutti i probabili autori e in mancanza di eredi, le opere che seguitavano ad essere rappresentate con enorme successo ed erano rimaste per le leggi in vigore precedentemente sempre di proprietà di chi aveva finanziato il teatro. In questo caso dei Conti di Pembroke, che per tre generazioni, protettori e mecenati dei Florio, fin dalle prime opere avevano finanziato il teatro guadagnando con un’altra formula sulle rappresentazioni. Esaurita questa prima formula, viene varato il Diritto d’autore, che con il copyright sul nome di Shakespeare, ormai noto in tutto il mondo occidentale, assicurerà ai Pembroke alti guadagni.
Questa esperienza ci ha portato alla conclusione che la verità si può trovare solo quando dopo aver analizzato tutti i dettagli di una storia, emerge lo sguardo d’insieme, ma soprattutto quando dalla ricerca vengono esclusi, ignoranza, chiusura mentale, credenze stratificate, e quando non si considerano gli interessi degli apparati accademici e finanziari, perché la verità lascia tracce indelebili a cui, solo uno spirito libero può accedere.