I’ve a dream…

Il 5 dicembre è morto nella sua casa di Johannesburg Rolihlahla Nelson Mandela, premio Nobel per la pace. Aveva 95 anni e alle spalle una vita spesa per la libertà, sempre coerente con i suoi ideali di uguaglianza, tanto da combattere gli oppressori, bianchi o neri che fossero; capace di resistere ai 27 anni di prigione, che non l’hanno piegato, anzi gli hanno dato la forza di realizzare il suo sogno, simile a quello di un altro grande uomo, Martin Luther King, la cui dichiarazione I’ve a dream è diventata un simbolo per tutti coloro che dedicano la vita a grandi progetti sociali. A lui, forse l’ultimo eroe che abbiamo avuto (ma speriamo che il suo esempio dia coraggio a chi ancora nell’ombra lavora per un mondo dove vincono i valori positivi) dedico uno degli articoli di questo numero. Perché ciascuno di noi possa credere nei propri sogni e lottare per realizzarli. Perché smettiamo di vivere nella passività, nell’automatismo, nel sistema, simili a sepolcri imbiancati, zombie dormienti. Perché torniamo a risvegliare le coscienze e a poter dire alla fine della vita come Pablo Neruda: “Confesso che ho vissuto”. O, per dirla con lo stesso Mandela “l’importante nella vitaè essere il capitano della propria anima e comunicare la propria anima agli altri”.
E quasi contemporaneamente a Mandela se ne è andato un amico, Lorenzo Ostuni, uno studioso di simboli, che usava come strumento di conoscenza. Era anche terapeuta, aiutava le persone a sciogliere i propri blocchi utilizzando un sistema da lui elaborato, il biodramma, che aveva portato anche a Esalen. L’avevo conosciuto esattamente trent’anni fa, quando ero andata a intervistarlo nella sua “Caverna di Platone”, a Roma. Negli anni siamo diventati amici, condividendo anche alcune apparizioni in Tv (dove aveva anche ideato dei programmi, come Incredibile, condotto da Maria Rosaria Omaggio) o la collaborazione con Totem (il magazine di Giorgio Medail). Proprio qualche giorno fa gli avevo chiesto di scrivermi un articolo per Karmanews.it sulla sua amicizia con Federico Fellini. “Ti richiamo fra qualche giorno”, mi ha risposto. “Adesso sono in ospedale perché devo fare alcuni esami, non sto molto bene”. Invece se ne è andato, lasciando un vuoto nella vita dei suoi cari, ma anche di tutti i suoi amici, tanti, che l’hanno amato. Tuttavia so che Lorenzo resterà vicino a noi, magari ispirandoci nel nopstro cammino (come fa Richard Dreyfuss nel film Always) con la sua saggezza di filosofo e ricercatore. E so che molti in queste notti l’hanno sentito accanto. Proprio come lui aveva sentito un paio di volte Fellini, che dall’aldilà lo chiamava affettuosamente con la sua voce chioccia: “Lorenzino…”.
Mi sono chiesta in questi giorni, in cui assistiamo a un crescente sfascio del nostro Paese, dove – permettetemi questo qualunquismo – sono tassati sempre più i meno abbienti, mentre i politici e coloro che hanno in mano il potere non rinunciano a niente, come è sempre accaduto nella storia, bene, mi sono chiesta dove stiamo andando. Forse vogliono la guerra civile? Il 9 è iniziata una grande manifestazione popolare, ribattezzata “la guerra dei forconi”. Pochi incidenti (per lo meno all’inizio, mentre ho scritto l’editoriale, poi blocchi delle strade in città e sulle maggiori vie di traffico e poi infiltrazioni di movimenti politici estremi), molta rabbia, qualche episodio curioso  (i poliziotti che a Torino si sono tolti i caschi, stringendo la mano alla gente per la strada), e soprattutto un segno chiaro del disagio crescente. Qualche politico ha dichiarato che questa gente non fa l’Italia, non ha peso: in effetti non basta scendere per le strade, bisogna avere un programma, fare delle risposte concrete. Ma che cosa può fare ognuno in questi casi? Solo pagare le tasse? Fra un po’ non potremo più usare denaro liquido: siamo in “democratura”, come grida da tempo La Repubblica.  Vogliono il controllo totale: ma perché non incominciano prima a fare pulizia tra di loro (fuori chi ha pendenti penali), a ridursi gli stipendi, a dare un segno forte che veramente vogliono un’Italia migliore? E noi che cosa possiamo fare per migliorare il mondo? O scendiamo tutti, ma proprio tutti, in piazza, o dobbiamo trovare un modo di vivere per uscire da questo vicolo cieco in cui siamo finiti. E’ un appello che lancerò nei prossimi numeri. Quello che vorrei fare con questo magazine, insieme a tutti i collaboratori, è – se ci riesco – gettare semi di luce anche via web, proponendo degli strumenti, perché chi è pronto possa fare germogliare dentro di sé un cammino di speranza, di risveglio della consapevolezza. Insomma, per dirla con Mandela, comunicare la nostra anima agli altri.

Manuela Pompas
Giornalista, scrittrice, ipnologa, è considerata un'importante divulgatrice nel campo della medicina olistica, la ricerca psichica, la psicoterapia transpersonale. Ha scritto numerosi libri su questi argomenti e la sua ricerca cardine riguarda la reincarnazione attraverso l'ipnosi regressiva. Spesso ospite nei convegni come relatrice sulle tematiche che riguardano la sopravvivenza, è stata spesso in radio e in Tv e ha condotto anche trasmissioni in una Tv privata.