L’imaging cerebrale, tecnica di generazione di immagini basata su risonanza magnetica, e di solito utilizzata per formulare diagnosi mediche, può fornire anche un aiuto concreto nella cura contro la depressione.
A tale conclusione sono giunti, di recente, alcuni ricercatori della School of Medicine, University of North Carolina, analizzando 23 pazienti con depressione clinica non ancora trattati: ciascuno di loro è stato sottoposto a imaging cerebrale e, in seguito, ha incontrato uno psicoterapeuta comportamentale per 12 sessioni alla settimana.
Cosa hanno scoperto gli studiosi? Ebbene, coloro che hanno beneficiato maggiormente di tale percorso mostravano anche lo stess tipo di risposta nelle brain scan a risonanza magnetica (ne è stato usato un tipo particolare: MRI, o RS-fcMRI, che visualizza l’attività coordinata di vari circuiti di neuroni e di differenti regioni del cervello, mentre questo non è impegnato in altre azioni).
Nello specifico, i soggetti in questione presentavano una maggiore connettività tra la corteccia anteriore insulare, che assegna importanza agli eventi (nella grafica, le sfere rosse e verdi), e il giro temporale medio, importante nell’esperienza soggettiva delle emozioni (gradiente arancione-rossastro). Risultanti interessanti, visto che i monitoraggi hanno evidenziato una complessa interazione tra le regioni cerebrali coinvolte nel controllo cognitivo e quelle che riguardano la sfera emozionale.
Nella rilevazione scientifica ha avuto un ruolo di rilievo Andrew Crowther, laureato in neurobiologia all’Università del North Carolina e primo autore della ricerca pubblicata sul giornale Neuropsychopharmacology.

Tra i senior del team, figura anche Gabriel S. Dichter, professore associato di psichiatria e psicologia, il quale ha dichiarato: «È una lunga strada, quella per trovare un giusto trattamento per ogni paziente. Nostro obiettivo è sviluppare una sorta di “tabella di marcia”, allo scopo di usare questo tipo di informazioni per prevedere quali pazienti risponderanno a quali trattamenti».
I disordini comportamentali legati alla depressione costituiscono la seconda causa principale di disabilità nel mondo. Una persona su sei circa soffre di un attacco depressivo almeno una volta nel corso della sua esistenza; si stima che il 40 per cento delle persone affette da tali disturbi non trova beneficio nel primo tipo di cura che viene provato.







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