Farà giorno

Tedeschi

Commedia in due atti di Rosa A. Menduni e Roberto de Giorgi.
Protagonisti: Gianrico Tedeschi, Alberto Onofrietti, Marianella Laszlo.
Regia: Piero Maccarinelli
A Milano, Teatro Franco Parenti, fino al 22 dicembre. A Carrara il 27 e il 28 dicembre.

Prima riflessione politically incorrect. E’ probabile che molti spettatori, senza confessarlo apertamente, siano accorsi allo spettacolo di Gianrico Tedeschi, incuriositi anche dalla sua età: comeGTedeschi recita un attore di 93 anni? Beh, assolutamente in modo superbo, straordinario, eccezionale. Un mostro sacro che tiene la scena per tutto il tempo senza un’incertezza, né la perdita di una battuta, capace di esprimere, come sempre del resto, un’estesa gamma di sentimenti e di emozioni: qui è quasi sempre ironico e battagliero, ma anche tenero, amaro, spiritoso, bonario….
Il protagonista, Renato (Gianrico Tedeschi, appunto), è un vecchio partigiano, comunista, medaglia d’oro al valore della Resistenza, ex tipografo, che vive solo con i suoi libri, il ritratto e i libri di Gramsci, i suoi ideali e i suoi ricordi. Investito da Manuel, un fascistello romano (un bravissimo Alberto Onofrietti, anche lui capace di giocare su più corde), rozzo, spavaldo, Tedeschiincazzoso e per di più senza patente, gli promette di non denunciarlo; ma in cambio del suo silenzio il ragazzo dovrà fargli da badante, occuparsi di lui, fargli la spesa, cambiare le lenzuola e il pitale e comprargli l’Unità. All’inizio la convivenza è quasi impossibile, lo scontro tra i due, che rappresentano due generazioni, due storie, due mentalità diverse, è pesante, continuo, con un susseguirsi serrato di battute a volte feroci, da cui però scaturisce anche la comicità. Il ragazzo è un emarginato, ignorante, talvolta violento, ma anche infelice: “Che mondo lasciate a noi giovani?”, si chiede e chiede, sconsolato. Ma poi “farà giorno”: la notte, portatrice di incubi, finisce e il mattino, come la vita, presenta sempre una speranza. A poco a poco i due imparano a conoscersi e nasce un’amicizia quasi tenera, che presenta una funzione anche pedagogica: alla fine, quando tutto sempre precipitare, Manuel avrà imparato il rispetto per la vita e il prossimo, acquisendo valori prima sconosciuti, tra cui quello della cultura, che Renato gli lascia come eredità sottintesa (il primo libro che gli regala è “I tre moschettieri”; e verso la fine Manuel l’illetterato ruba una battuta a Renato: “Ma in questa casa non si può leggere?”). Nel secondo tempo, mentre il vecchio ha ormai creato un rapporto quasi filiale con il ragazzo, arriva inaspettatamente sua figlia, oggi medico (Marinella Laszlo, brava, anche se un po’ rigida e affettata), che lui ha denunciato vent’anni prima per impedirle di partecipare ad azioni armate durante la contestazione giovanile. I due si spiegano, Renato può morire in pace (questa parte un po’ più debole e melodrammatica). Applausi meritati anche a scena aperta. Da non perdere.

Giornalista, scrittrice, ipnologa, è considerata un'importante divulgatrice nel campo della medicina olistica, la ricerca psichica, la psicoterapia transpersonale. Ha scritto numerosi libri su questi argomenti e la sua ricerca cardine riguarda la reincarnazione attraverso l'ipnosi regressiva. Spesso ospite nei convegni come relatrice sulle tematiche che riguardano la sopravvivenza, è stata spesso in radio e in Tv e ha condotto anche trasmissioni in una Tv privata. Mailto: manuela.pompas@gmail.com