Isgrò: i colori della sapienza

di Renata Pompas
Giovanni Pico della Mirandola (1463 – 1494) fu molto probabilmente un ospite del rinascimentale Palazzo Bondoni Pastorio di Castiglione delle Stiviere (MN), dove sua sorella Caterina andò in sposa a Rodolfo Gonzaga. In questa sede Giulio Busi, esperto di misticismo ebraico e Presidente della Fondazione (dimora di famiglia della prima moglie Maria Simonetta, che negli ultimi anni della sua vita l’aveva trasformata in casa-museo e aperta al pubblico), ha deciso di dedicare al conte una mostra, affidandola a Emilio Isgrò. Ne è nata una magnifica opera ‘site-specific’: L’oro della Mirandola. Cancellature per Giovanni Pico.

Parole e cancellature
Emilio Isgrò è artista, poeta, scrittore, drammaturgo e performer. Nasce nel 1937 a Barcellona Pozzo di Gotto (ME) e dopo la maturità classica si trasferisce a Milano, dove frequenta l’ambiente intellettuale della città, iniziando a pubblicare poesie, reportage, interviste a importanti autori e critiche cinematografiche su diverse testate, raggiungendo molto presto la notorietà.

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Emilio Isgrò.

Nella sua lunga e feconda produzione artistica alterna libri, testi teatrali e installazioni caratterizzate da un forte impianto concettuale.  Mentre in Italia si diffonde la poesia visiva, Emilio Isgrò realizza le cancellature che, nascondendo la maggior parte di un testo, ne evidenziano con forza gli assunti lasciati a vista, offrendo loro un nuovo e più intenso significato. Dichiara che “la parola è morta” (…) “una parola cancellata sarà sempre una macchia. Ma resta pur sempre una parola”. La Biennale di Venezia lo invita più volte a esporre e molti Paesi nel mondo gli dedicano importanti antologiche: tra questi il MoMA di New York e la Peggy Guggenheim di Venezia; nel 2014 Radio 3 lo nomina ‘Artista dell’anno’.
Le cancellature, diventate la sua cifra, avvengono con densi tratti di colore nero, punitivo come una condanna; di colore bianco, come un’assenza o una sparizione; ma anche facendo sciamare sul testo operose api, instancabili formiche nere, delicate farfalle, repellenti scarafaggi kafkiani.

Multiculturalità ermetica
Qual è stata la colpa del conte Giovanni Pico della Mirandola, tale da condannarlo al carcere e al rogo della sua opera? L’aver sottoposto a Innocenzo VIII le Conclusiones philosophicae (1486), una serie di domande destinate a una disputa filosofica pubblica, frammiste a citazioni platoniche, aristoteliche, cristiane, islamiche, ebraiche, alessandrine, cabalistiche ed esoteriche. Proprio a quel Papa corrotto che aveva emanato la bolla contro le streghe dando il via alla caccia dell’Inquisizione, che aveva bandito una crociata contro i Valdesi e nominato cardinale il tredicenne figlio di Lorenzo de’ Medici (che diverrà Papa Leone X) per interessi politici.

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Una sala della mostra “L’oro della Mirandola”  a Palazzo Bondoni Pastorio, Castiglione delle Stiviere (MN).

Emilio Isgrò, artista colto e raffinato, rappresenta tutto questo e lo sottopone all’attenzione stupefatta del visitatore che, senza la stessa preparazione storico-filosofica, è catturato nell’intreccio incantato di immagini, parole e cancellature di un racconto sottinteso che giunge prima della ragione all’anima e ai sensi. La disposizione delle opere è basata sul cerchio e sui numeri 1, 3 e 7, il cui insieme compone il numero 137, valore numerico della parola Cabala, numero primo non divisibile se non per se stesso e per l’unità. Uno dunque, simbolo dell’Ente e dell’installazione nel suo complesso. Tre, simbolo di armonia, proporzione e perfezione, come le sale sui tre piani del palazzo in cui è distribuita l’opera di Isgrò. Sette, simbolo della filosofia e dell’equilibrio, come il numero dei leggii di legno scuro disposti circolarmente al centro delle sale (in due sale un ottavo leggio è collocato in un angolo della stanza). Cerchio, simbolo di armonia, completezza e perfezione, come la disposizione dei libri, aperti su una doppia pagina chiara dai margini (tagli) dorati, collocati al centro della stanza, rivolti verso lo spettatore in modo tale da creare al loro interno uno spazio circolare invalicabile.

Nero, bianco e oro
Il nero assoluto della negazione nella densità del tratto a china, il bianco opaco dell’esclusione nel tratto leggero della mancanza e il giallo-oro della sacralità delle immagini, ma anche la loro dissolvenza per opera delle formiche, sono i tre colori in cui si svolge la narrazione isgroiana delle Conclusiones.

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Emilio Isgrò: “L’errore di Aristotele”.

Nella prima sala due grandi tele alle pareti introducono il visitatore al percorso che si conclude al terzo piano: Anima rationalis, con il ritratto di Giovanni Pico della Mirandola in oro su fondo nero, coperto da un tratteggio bianco che permette la lettura delle parole: anima rationalis est immortalis e Omnis vita, con il ritratto nei medesimi colori della sorella Caterina, in cui è possibile leggere la frase: omnis vita est immortalis. Poi inizia il cammino circolare attorno ai leggii.
Alcuni dei ventitré libri sono dedicati ai filosofi, come La corona di Avicenna, lo scienziato islamico considerato il padre della medicina moderna che cercò di avvicinare il modello aristotelico a quello platonico, con le stesse intenzioni che causarono a Giovanni Pico la sua condanna; nella pagina di sinistra la xilografia in oro della Filosofia è coperta quasi completamente da una miriade di formiche nere che, nella pagina di destra sottoposta a radicali cancellature nere, indicano con la loro chiara disposizione le parole homo est animal e homo est homo.

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Isgrò: “Ingorgo a Gerusalemme”

Ne La porta di Averroè, filosofo musulmano che sosteneva l’esistenza che precede l’essenza, un ammasso confuso di formiche nere e d’oro si mischiano per nascondere la porta nella pagina sinistra, mentre due formiche nere e una d’oro nella pagina di destra ci indicano i nomi dei profeti “Moysem: et Maumeth” (Mosè e Maometto), sottratti alle cancellazioni. O come in L’errore di Aristotele, in cui leggiamo tra le frasi alternate alle cancellature nere che contornano l’immagine del filosofo, celata da assembramenti di formiche nere, che  la Scientia Methaphyficae non est una scientia.
Altri libri sono dedicati alla filosofia, come: Unum, dove un triangolo rettangolo dorato, a rappresentazione del teorema attribuito al filosofo e matematico greco, si dissolve in un affastellamento di formiche, permettendo di leggere che le Conclusiones secundum mathematicam Pythagorae” (è) Unum: Tria : Septem.
Mentre in Ingorgo a Gerusalemme la stella con la mezzaluna in oro, simbolo della fede islamica, è sovrapposta a un testo cancellato in nero, da cui emergono sparse le parole: “Ego credo, Messia, Cabala trinitas mysterium, Abraam, post mortem Christi (…) Nazarenus fuit verus Messia”, che segnalano con sottigliezza l’esplosiva convivenza delle tre religioni nella capitale israeliana, alleggerita da una formica solitaria che si dirige verso la stella pentapuntata.

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Isgrò: “Aleph come Abramo”.

A volte è una lettera ebraica che sintetizza il discorso, segno e simbolo di un alfabeto considerato da Giovanni Pico primigenio: in Aleph come Abramo la prima lettera dell’alfabeto dipinta in oro su un fondo reso luminoso dalle cancellature bianche, simboleggia l’unione degli opposti e il numero Uno. Scrive Giulio Busi nel catalogo che per Giovanni Pico l’ebraico è la lingua primigenia, quella che rispecchia l’ordine più segreto del cosmo, e scrive nell’ottantesima e ultima Conclusiones: “Se c’è una lingua prima e non accidentale, questa è l’ebraico”.

Isgrò: "Finis".
Isgrò “Finis”.

Ne La Cabala di Venere la lettera shin, simbolo di equilibrio e di grazia, è in nero con proiezione oro su un testo sottoposto a cancellature bianche. Ne Il sole del Tetragramma, le quattro lettere che compongono in ebraico la parola Dio si irradiano su un pagina chiara, al cui bordo inferiore tre formiche nere ricordano che è uno e trino. Un ammonimento etico e morale è annunciata da Isgrò in Amen, in cui la xilografia in nero del sigillo papale è parzialmente cancellata da omissis bianchi ed è ribadito e concluso in in Finis, il libro con cui termina il percorso, dove lo stesso sigillo è sommerso dalle cancellature nere.
Un dissenso politico ironico e sempre molto elegante.

Renata Pompas
Dopo essersi laureata a pieni voti all’Accademia di Belle Arti di Brera (MI), si è specializzata nei settori: Colore, Textile Design, Fiber Art. E’ stata tra le fondatrici dello Studio di textile design BLU5, lavorando per prestigiose aziende. Attiva a livello internazionale, ha presentato i suoi lavori in tutto il mondo: Europa, Argentina, Australia, Brasile, Cile, Cina, Sud Africa, Tailandia, Taiwan, Messico. E’ stata Direttore del corso Digita Textile Design AFOL-Moda, ha tenuto lezioni in Università e Accademie in Italia e all’estero. E’ membro di giuria di diversi concorsi internazionali. E’ membro di prestigiose associazioni internazionali. Tra i fondatori del Gruppo del Colore-Associazione Italiana Colore, è nel Consiglio di Presidenza e nel Comitato Scientifico. Giornalista pubblicista, è iscritta all’Ordine Nazionale dal 1991. Saggista, ha pubblicato diversi libri e centinaia di articoli specializzati. Sito web: www.color-and-colors.it