Genitori che hanno paura di sbagliare. I problemi di due generazioni a confronto.
C’è una scena che si ripete ogni giorno davanti ai nostri occhi. Un bambino chiede un giocattolo al supermercato. Il genitore inizialmente dice no. Il bambino insiste. Piange. Alza la voce. Si arrabbia. Dopo alcuni minuti, il giocattolo finisce nel carrello.

Al ristorante il bambino non gradisce il menù e riceve immediatamente un’alternativa. In auto si annoia e gli viene consegnato uno smartphone. A scuola dimentica qualcosa e il genitore corre a portargliela.
Sono episodi apparentemente insignificanti, ma che raccontano un cambiamento profondo nel modo di essere genitori.
Quando osserviamo queste situazioni, il commento più frequente è: “I bambini di oggi sono troppo viziati.” Da psicoterapeuta, però, credo che questa affermazione rischi di fermarsi alla superficie del problema. La vera domanda non è cosa stia succedendo ai bambini.
La vera domanda è: cosa sta succedendo agli adulti?
Una generazione di genitori che vuole fare meglio

La maggior parte dei genitori di oggi non è negligente. Al contrario, sono genitori estremamente coinvolti, informati, presenti. Leggono libri, seguono esperti, partecipano attivamente alla vita scolastica dei figli.
Allora qual è il problema? Molti di loro sono cresciuti in contesti educativi molto diversi, caratterizzati da maggiore rigidità, poca espressione emotiva e una forte enfasi sull’obbedienza. Sono stati bambini ai quali spesso veniva detto: “Non piangere.” “Non fare storie.” “Devi obbedire.”
E hanno promesso a se stessi che con i propri figli sarebbe stato diverso. Vogliono essere accoglienti, comprensivi, empatici. Un obiettivo meraviglioso. Ma qui nasce il problema, cioè quando il desiderio di comprendere il bambino si trasforma nella paura di frustrarlo.
La frustrazione: una palestra emotiva

Viviamo in una società che considera il benessere emotivo un valore fondamentale e questo è certamente un progresso. Spesso, però, confondiamo il benessere con l’assenza di qualsiasi disagio.
Molti genitori finiscono inconsapevolmente per assumersi una missione impossibile: impedire ai figli di soffrire, per cui cercano di evitare la noia, la tristezza, la delusione, il fallimento, la frustrazione, il rifiuto. Ogni emozione negativa viene vissuta come un problema da risolvere immediatamente. Occorre fare una considerazione: le emozioni spiacevoli non sono errori del sistema. Sono parte integrante della crescita.
Quando sentiamo la parola “frustrazione”, immaginiamo qualcosa di negativo. In realtà la frustrazione è uno dei principali allenatori della resilienza. Pensiamo a un bambino che desidera un gelato prima di cena e riceve un no. In quel momento prova delusione. Se il genitore mantiene il limite con calma e affetto, il bambino scopre qualcosa di estremamente importante:
“La delusione fa male, ma posso sopportarla.” È una lezione fondamentale perché la vita sarà piena di attese, rifiuti e risultati diversi da quelli desiderati. Chi non impara a tollerare piccole frustrazioni nell’infanzia rischia di trovarsi impreparato davanti alle grandi frustrazioni che potrebbe vivere in età adulta.
Quando il bambino diventa il centro dell’universo

Negli ultimi anni gli psicologi hanno osservato un fenomeno sempre più diffuso. La famiglia tende a organizzarsi interamente intorno ai bisogni del bambino. Orari, vacanze, attività, conversazioni e decisioni ruotano spesso attorno ai suoi desideri.
Naturalmente i figli hanno bisogno di attenzione. Ma quando il mondo adulto si adatta costantemente a quello infantile, il bambino può sviluppare una convinzione implicita: “I miei bisogni vengono sempre prima di quelli degli altri.” Questa convinzione rischia di creare difficoltà nelle relazioni future, dove sarà necessario condividere, aspettare, negoziare e accettare compromessi.
Genitori elicottero e genitori spazzaneve

Gli studiosi hanno coniato espressioni molto efficaci per descrivere alcune tendenze educative moderne. Parliamo dei cosiddetti “genitori elicottero” che sorvolano costantemente la vita dei figli, monitorando ogni esperienza e intervenendo al minimo segnale di difficoltà.
E di “genitori spazzaneve” (snowplow parent), un concetto più recente, secondo il quale come uno spazzaneve che libera la strada dalla neve, questi genitori cercano di eliminare qualsiasi ostacolo che si possa presentare lungo il percorso dei loro figli: una discussione con un insegnante, un litigio con un amico, un brutto voto, una responsabilità dimenticata.
Tutto viene gestito dall’adulto. Il messaggio implicito che arriva al bambino è: “Da solo non ce la fai.”
Anche quando l’intenzione è protettiva, il risultato può essere una minore fiducia nelle proprie capacità.
Matteo, un caso significativo

Vi faccio l’esempio di un mio piccolo paziente che chiameremo Matteo. Matteo ha dieci anni quando arriva in terapia. I genitori sono esausti. Raccontano di continui scoppi di rabbia, difficoltà ad accettare le regole e richieste incessanti. Durante il percorso emerge una famiglia molto affettuosa e profondamente dedicata al figlio.
Tuttavia ogni crisi emotiva di Matteo viene vissuta come un’emergenza. Se si annoia, qualcuno deve intrattenerlo. Se si arrabbia, qualcuno deve risolvere il problema per cercare di calmarlo. Se fallisce, qualcuno deve proteggerlo dalla delusione. Paradossalmente Matteo appare sempre più fragile proprio perché nessuno gli permette di sperimentare la propria forza.
Il lavoro terapeutico è stato quello di aiutare i genitori a restare presenti senza sostituirsi. Ad accompagnare senza controllare.
Nel tempo Matteo è diventato più autonomo, più sicuro e meno oppositivo. Non perché abbia ricevuto più aiuti, ma perché ha iniziato a sperimentare le proprie risorse.
Dire no non danneggia il legame
Molti genitori temono che il conflitto possa compromettere la relazione con il figlio. La realtà psicologica è un po’ diversa. I bambini hanno bisogno di limiti prevedibili, di confini che creino sicurezza. Quando un adulto è coerente, il bambino sa a cosa può affidarsi. Il problema non è il no. Il problema è un no incerto, contraddittorio o negoziabile all’infinito.
Un bambino può arrabbiarsi per un limite, ma non viene traumatizzato da un limite amorevole. Anzi, spesso ne trae un senso di protezione. Molti genitori pensano che essere empatici significhi accontentare. In realtà occorre cercare di riconoscere l’emozione dell’altro. Entriamo nell’ambito dell’empatia.
Per cui potremmo dire: “Capisco che sei arrab
biato.” senza modificare la regola. Oppure: “Immagino che tu sia deluso.” senza cambiare decisione. Possiamo accogliere il vissuto emotivo senza rinunciare al nostro ruolo educativo. L’autorevolezza e l’empatia non sono opposti, sono alleati.
I bambini hanno bisogno di limiti chiari


Dobbiamo ricordare che i bambini hanno bisogno, per crescere bene di limiti chiari, di responsabilità adeguate all’età, di possibilità di sbagliare e di sperimentare la frustrazione, ma soprattutto di avere fiducia nelle proprie capacità. Non hanno bisogno di una vita senza ostacoli. Hanno bisogno di diventare capaci di affrontarli.
Per concludere potremmo dire che forse i bambini di oggi non sono più viziati di quelli del passato. Forse sono cresciuti in una società che fatica sempre di più a tollerare il dolore, l’attesa, la fatica e il fallimento. E forse, senza accorgercene, stiamo cercando di proteggere i nostri figli da esperienze che invece potrebbero renderli più forti.
Educare non significa rendere la strada perfettamente liscia. Significa camminare accanto ai propri figli mentre imparano ad attraversare le asperità della vita.
Qualche volta con un abbraccio. Qualche volta con una spiegazione. E qualche volta con un no. Un no fermo, rispettoso e amorevole. Perché uno dei più grandi atti d’amore che possiamo offrire ai nostri figli è credere che siano abbastanza forti da affrontare anche ciò che non desiderano.
L’immagine di copertina è di MrWashingt0n da Pixabay




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