Lo studio del corpo dei criminali

È possibile individuare un colpevole studiando il suo atteggiamento?

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Foto di Geralt da Pixabay.

Il corpo è il diario dell’anima. Ogni gesto è una frase scritta prima che la mente scelga le parole.

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Paul Watzlawick (1921-2007), massimo studioso alla scuola di  Palo Alto del linguaggio del corpo

Negli ultimi decenni l’attenzione al linguaggio del corpo è cresciuta, le persone sono sempre più consapevoli dell’importanza della comunicazione non verbale come espressione autentica e universale, che appartiene all’intera umanità. Paul Watzlawick, uno dei pilastri della scuola statunitense di Palo Alto che portò in auge gli studi sul linguaggio del corpo al Mental Research Institute fra gli anni 60 e 70, definisce come “digitale” la comunicazione verbale, mentre “analogica” quella non verbale.

In tempi di comunicazione digitale, la comunicazione analogica la fa ancora da padrone perché le applicazioni sono molteplici. Infatti dallo studio e dall’analisi della comunicazione non verbale è possibile conoscere le intenzioni comportamentali, ovvero le azioni che il nostro interlocutore vuole compiere in futuro, i pattern di personalità che sono in sostanza schemi tendenzialmente stabili di comportamento, i segnali di rifiuto e gradimento e quindi il grado di accettazione del contenuto della comunicazione, nonché l’attendibilità della persona e la possibilità che il nostro interlocutore dica la verità o una menzogna.

È possibile anche scoprire le obiezioni nascoste, molto importanti nella gestione del dissenso. Tuttavia è importante fare un distinguo: lo studio e l’analisi della comunicazione non verbale hanno lo scopo di comprendere, giammai quello di stabilire colpevolezza o innocenza. In sostanza serve a capire e non a condannare.

Lo studio del linguaggio del corpo

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Un’espressione di evidente stupore (o di shock, cosa vedete voi?). Foto di pixelwanderer da Pixabay

Facciamo un passo indietro per capire come siamo arrivati a conoscere sempre di più il nostro modo di comunicare senza parole. Lo studio del linguaggio del corpo affonda le sue radici nel XIX secolo, quando Charles Darwin pubblicò “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali (1872)”, ipotizzando che le espressioni facciali fossero universali e legate all’evoluzione. Fu un’intuizione rivoluzionaria: il corpo smette di essere solo un involucro e diventa un archivio vivente di emozioni ancestrali.

Nel Novecento, la ricerca si è approfondita grazie agli studi sulle micro-espressioni di Paul Ekman e alle analisi sistemiche della comunicazione di Ray Birdwhistell, che introdusse il termine “cinesica” per descrivere il linguaggio dei movimenti corporei.

Un’espressione di evidente stupore (o scock, cosa vedete voi?)Da allora, psicologia, antropologia e neuroscienze hanno continuato a esplorare questo territorio sottile, dove gesto ed emozione si incontrano prima ancora che intervenga la parola.

Oggi sappiamo che il linguaggio del corpo non è un codice rigido da decifrare, ma un dialogo continuo tra mente, emozione e relazione. Una scrittura silenziosa che accompagna ogni nostra esperienza. Per questo, sempre più spesso nella cronaca italiana, soprattutto quella nera, il linguaggio del corpo è chiamato in causa come se fosse un testimone silenzioso. Mani intrecciate, sguardi bassi, sorrisi fuori luogo o posture rigide diventano materia di analisi televisiva e social, fino a trasformarsi, nell’immaginario collettivo, in indizi di verità o menzogna. Per poi, come nel medioevo, mettere sulla gogna mediatica chiunque sia anche solo sospettato di mentire.

Il corpo può raccontare davvero ciò che la mente tace?

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Questa bimba invece potrebbe essere arrabbiata, infelice o frustrata. Foto ai-generated di alanajordan da Pixabay.

Il linguaggio non verbale è una componente essenziale della comunicazione umana. Gesti, micro-espressioni, postura e tono della voce riflettono il nostro stato emotivo e il modo in cui ci relazioniamo al mondo. Tuttavia, dal punto di vista psicologico, non esiste un comportamento universale che indichi colpa o innocenza.

Ogni gesto acquista significato solo all’interno di un contesto, culturale, emotivo, personale. Quando questo principio viene ignorato, il linguaggio del corpo smette di essere uno strumento di comprensione e diventa una lente deformante. Nel linguaggio comune il linguaggio del corpo e la comunicazione non verbale vengono usati come sinonimi quando in realtà tra loro c’è una differenza sostanziale.

La comunicazione non verbale è l’insieme di tutti i modi in cui comunichiamo senza usare le parole. È un contenitore molto ampio e include, per esempio: linguaggio del corpo (gesti, postura, movimenti), espressioni facciali, contatto visivo, prossemica (uso dello spazio e delle distanze), paralinguistica (tono della voce, volume, ritmo, pause e quindi non le parole, ma come le diciamo), l’aspetto esteriore (abbigliamento, cura di sé), il contatto fisico (strette di mano, abbracci). In pratica: tutto ciò che comunica significato senza passare dal linguaggio verbale.

Il linguaggio del corpo è una parte della comunicazione non verbale, più specifica. Si concentra soprattutto su postura, gesti, movimenti del corpo, orientamento del corpo, micro-movimenti (es. agitare una gamba, incrociare le braccia). Riguarda come il corpo “parla” attraverso il movimento e la posizione.

Il corpo come specchio dell’inconscio

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Immagine di Alexas_Fotos da Pixabay.

Il linguaggio non verbale è il territorio dell’emozione spontanea. Prima ancora che la mente costruisca una frase, il corpo ha già reagito con micro-espressioni, tensioni muscolari, ritmo del respiro, che raccontano stati interiori profondi. Eppure, ciò che esprimono raramente è semplice e lineare perché il corpo manifesta uno stato, comunica un’emozione, non una colpa. Difatti, quando osserviamo qualcuno coinvolto in un evento traumatico, ciò che vediamo è spesso il risultato di meccanismi di difesa antichi: dissociazione, anestesia emotiva, ipercontrollo. Reazioni che la psiche mette in atto per proteggersi.

Nella cronaca italiana, soprattutto nei casi che scuotono profondamente l’opinione pubblica, accade spesso qualcosa di sottile: il corpo diventa protagonista. Come se nei gesti si nascondesse una verità più autentica delle parole. Il corpo è un ponte tra l’invisibile e il visibile.

Cogne: il trauma e l’aspettativa emotiva, il dolore che non segue le regole

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Foto di Geralt da Pixabay.

Nel caso di Cogne, ad esempio, l’attenzione mediatica non si è fermata ai fatti, ma ha indugiato anche sui comportamenti. L’opinione pubblica ha analizzato l’espressione del volto, il tono della voce, la gestione delle lacrime. Ma esiste un modo “giusto” di soffrire?

La psicologia del trauma ci insegna che il dolore può irrigidire, congelare, persino rendere apparentemente freddi. Non tutti gridano, non tutti crollano. Alcuni si dissociano. Altri si aggrappano a una compostezza che diventa armatura. Il corpo, in questi casi, lungi dal voler nascondere, protegge.

L’omicidio del piccolo Samuele Lorenzi, rappresenta uno degli esempi più evidenti di come il comportamento non verbale possa essere sovrainterpretato.  Annamaria Franzoni fu osservata e giudicata non solo per ciò che diceva, ma per come appariva: la gestione delle emozioni, il modo di parlare in pubblico, l’alternanza tra controllo e crollo emotivo.

Molti lessero queste oscillazioni come segnali di incongruenza. Eppure, sarebbe bene fare sempre appello anche alla psicologia del trauma, che ci insegna come non esista una risposta “corretta” al dolore. Shock, dissociazione e meccanismi di difesa possono produrre reazioni che appaiono fredde o inappropriate, ma che sono, in realtà, tentativi di sopravvivenza psichica.

Avetrana: quando il disagio viene scambiato per colpa

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Il campanile di Avetrana (foto da Wikicommons), il paese dove è stata uccisa

Nel delitto di Sarah Scazzi, il linguaggio del corpo di Michele Misseri fu più volte descritto come “rivelatore”. Sguardo basso, postura chiusa, voce incerta: elementi interpretati come segnali di colpevolezza o di menzogna quando quegli stessi segnali possono indicare ansia, paura dell’autorità, vergogna, senso di inferiorità o scarsa alfabetizzazione emotiva. Può raccontare una storia di fragilità più che di colpevolezza. Il corpo è un sistema complesso che reagisce allo stress, all’esposizione, alla pressione sociale.

In questo caso di grande eco mediatica, il linguaggio del corpo viene tradotto attraverso filtri culturali e stereotipi, che associano automaticamente certi comportamenti a una presunta colpa. Il rischio è evidente: confondere il disagio con la malafede.

Questo accade perché spesso la comunicazione non verbale viene spesso filtrata dalle nostre aspettative inconsce: vogliamo che il colpevole “si tradisca”, che il corpo lo smascheri. In sostanza vogliamo vedere quello che corrisponda alle nostre ipotesi.

Meredith Kercher: lo scandalo dell’emozione non conforme
Il caso dell’omicidio di Meredith Kercher ha mostrato in modo emblematico come il linguaggio del corpo possa diventare un processo parallelo. L’atteggiamento di Amanda Knox,  sorrisi, gesti affettuosi con il partner, apparente leggerezza, fu percepito come disturbante e, per molti, sospetto. Nel caso specifico, alcuni comportamenti ritenuti “inappropriati” sono diventati oggetto di giudizio globale.

Ma chi decide quale sia la reazione emotiva adeguata? Le emozioni non sono uniformi. In situazioni di forte shock, alcune persone possono sorridere nervosamente, altre apparire distaccate, altre ancora mostrare affetto in modo impulsivo. Sono modalità di regolazione emotiva.

Spesso ciò che disturba non è il gesto in sé, ma il fatto che non corrisponde alla nostra idea di come “dovrebbe” comportarsi qualcuno in quella situazione.

Ancora una volta, il giudizio nacque da un confronto implicito con un modello emotivo “atteso”. Tuttavia, la psicologia interculturale e dello stress evidenzia come le reazioni emotive possano variare enormemente, soprattutto in soggetti giovani, sotto pressione mediatica e in contesti estranei. Qui il linguaggio del corpo diventa uno specchio delle nostre aspettative morali, più che della realtà interiore dell’individuo.

Il silenzio dei gesti e la responsabilità di chi osserva

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Foto di unluckypaw da Pixabay.

Il linguaggio del corpo non mente, anche se i suoi “discorsi” a volte possono essere estremamente complicati da comprendere. Lungi dal fornire risposte semplici, di certo racconta stati d’animo, tensioni, fragilità. Quando viene usato come strumento di giudizio pubblico, come chiave di colpevolezza o innocenza, perde la sua funzione originaria di comprensione e si trasforma in spettacolo. La cronaca, soprattutto quella ad alta esposizione mediatica, dovrebbe ricordare che interpretare un gesto non equivale a comprenderne il significato.

I casi di cronaca italiana mostrano quanto il corpo, nel suo silenzio, affascini e inquieti. Ma leggere il linguaggio non verbale richiede competenza, cautela e rispetto.

Perché dietro ogni gesto osservato c’è una storia emotiva complessa, e dietro ogni corpo esposto al giudizio pubblico c’è un essere umano, con tutto il suo bagaglio di esperienza e nella sua totale unicità. E soprattutto, limitarsi all’interpretazione di un singolo segnale può trarre in errore: il linguaggio del corpo è come un concerto, sarebbe come giudicare un’opera dall’ascolto di un solo strumento strumento musicale.

In una prospettiva più consapevole, il linguaggio del corpo non va usato per smascherare, bensì per comprendere. Richiede empatia, ascolto profondo, sospensione del giudizio. Il vero rischio risiede nella possibilità che chi osserva proietti.

Ogni gesto nasce da un intreccio di memoria, educazione, esperienze, ferite. Ridurlo a un segnale di colpa significa semplificare la complessità dell’essere umano. Se c’è un insegnamento che possiamo trarre dalla cronaca, è questo: imparare a leggere il linguaggio del corpo significa prima di tutto imparare a conoscere il nostro.

Quando diventiamo consapevoli delle nostre tensioni, delle posture difensive, dei sorrisi di copertura, iniziamo a comprendere quanto sia delicato interpretare quelli degli altri. E forse, in un tempo in cui tutto viene giudicato rapidamente, la vera rivoluzione è imparare a guardare con uno sguardo più ampio, più umano, più cosciente.

Per saperne di più
Ester Patricia Ceresa Manuale di Morfofisiognomica – Volume 1 – Cisu Editore – 2019

Charles Darwin (1872). The Expression of the Emotions in Man and Animals. London: John Murray. (Edizione italiana: L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, Bollati Boringhieri).

Ray Birdwhistell (1970). Kinesics and Context: Essays on Body Motion Communication. Philadelphia: University of Pennsylvania Press.

Paul Ekman (2003). Emotions Revealed: Recognizing Faces and Feelings to Improve Communication and Emotional Life. New York: Times Books. (Edizione italiana: Te lo leggo in faccia, Amrita).

Allan Pease & Barbara Pease (2004). The Definitive Book of Body Language. London: Orion. (Edizione italiana: Il linguaggio del corpo, BUR).

Paul Watzlawick , J. H. Beavin, D. D. Jackson (1967) Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi.

Academy Master Trainer in Ipnosi e Coaching, si occupa di sviluppo del potenziale umano e QuantumNeuroTraining. Docente e relatore internazionale in Ipnosi, Psicologia Quantistica, Enneagramma, CNV e PNL3, ha elaborato la nuova Morfofisiognomica, una metodologia innovativa nel campo delle discipline sul Linguaggio del Corpo mirata al benessere psicofisico. Autrice del “Manuale di Morfofisiognomica - Corpo e volto rivelano i tratti del temperamento, del carattere e della personalità" (CISU ed.). Presidente di I.P.C.A (International Professional Coaching Association), organismo promotore di iniziative e congressi internazionali nel campo del Coaching e dell’Ipnosi.