La cosmogonia orfica

Un interessante libro di Biecher, studioso del simbolismo nella cultura ellenica

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Il filo rosso che, passando per il neoplatonismo, collega Pitagora con la psicologia archetipica.

“L’orfismo (da Wikipedia) è un movimento religioso misterico, sorto in Grecia, presumibilmente verso il VI secolo a.C., intorno alla figura di Orfeo, considerato il fondatore”. Qualcuno forse ricorderà come più di cinque anni fa debuttammo su questa rivista affrontando “alla James Hillman” la rilettura dei miti dell’antica Grecia. Ebbene il mio libro da poco uscito intitolato La cosmogonia orfica: il filo rosso che passando per il neoplatonismo collega Pitagora con la psicologia archetipica prosegue questo filone di ricerca, allargandolo. Questa volta oggetto di studio non è la religione politeista che parla degli dei dell’antica Grecia, ma un’altra, nota sotto il nome di orfismo.

Che cos’è l’orfismo ?

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Fabio Massimo Biecher.

Non è affatto improbabile che chi stia leggendo questo articolo, senta parlare della religione orfica per la prima volta. Sebbene in quanto dottrina venisse praticata integrandosi con il credo che tradizionalmente siamo soliti accostare agli antichi greci, tutt’oggi viene ignorata nelle scuole e poco studiata anche nelle accademie.

Per diversi motivi. Principalmente perché buona parte del materiale che la riguarda è andato perduto. Ad oggi sono pervenuti soltanto i cosiddetti Inni orfici, alcuni testi rinvenuti su pelle di pergamena o su lamine d’oro ritrovati all’interno di sepolcri riservati a persone di alto lignaggio; o al massimo sono stati rinvenuti alcuni frammenti sotto forma di citazione all’interno di testi di alcuni autori vissuti in epoche successive.

Una dottrina adogmatica, priva di verità assolute
Un altro motivo risiede nel fatto che si tratta di una religione monoteista, contraddistita da caratteristiche del tutto particolari che rendono complesso l’approccio di tipo analitico e quindi di difficile categorizzazione da parte dello studioso moderno. Studioso, al quale, non resta che domandarsi, ci riferiamo in particolare al filosofo francese Paul Vayne, se gli antichi Greci veramente credessero ai loro miti.

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Orfeo circondato dagli animali. Mosaico pavimentale romano, Museo archeologico di Palermo (da Wikipedia).

Inoltre, i testi che sono giunti fino a noi non raccontano i medesimi eventi in maniera concorde, lasciandoci intendere che la dottrina orfica non venisse proclamata in maniera omogenea in tutto il territorio.

Tutto ciò ha contribuito a renderlo un unicum nel panorama della storia delle religioni, in quanto questa peculiarità la rendeva “adogmatica” e quindi priva di indicazioni definitive e di verità assolute.

Infine un’altro fatto che ha contribuito a renderla poco nota ai giorni nostri, risiede nel linguaggio adoperato dagli antichi.

I versi appaiono scritti in un greco antico difficile da tradurre e le frasi, una volta rese nelle lingue moderne, appaiono indecifrabili e di difficile comprensione tanto da far ritenere ad alcuni studiosi che l’orfismo fosse un culto che andrebbe relegato all’interno del filone delle religioni  misteriche.

Come riuscire a dare un senso a versi che oggi appaiono incomprensibili ?
Di fronte a questa sfida ci trovavamo di fronte a due alternative. La prima consiste nell’accettare il luogo comune e rassegnarci al fatto che si trattasse di testi che erano enigmatici perché contenevano riferimenti a pratiche occulte destinati a restare ad appannaggio di pochi eletti.

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Delphi (Grècia). Le rovine del tempio di Apollo.

Oppure ipotizzare che questi racconti – che sono di per sé criptici, caratterizzati da un lessico tutto particolare e che in alcuni passaggi fa uso di neologismi che non si ritrovano all’interno di nessun vocabolario – andassero invece reinterpretati o, come piaceva dire a James Hillman, riletti “in trasparenza”, partendo dall’ipotesi che il vero protagonista di questi racconti fosse il mondo dei sentimenti ed emozioni.

Perché in effetti è necessario tenere conto del fatto che la lingua di Omero possedeva una caratteristica che pur non essendo una sua peculiarità esclusiva, all’interno di essa si manifesta con particolare ricchezza e varietà. Ci riferiamo al fatto che il greco antico è una lingua polisemica, ovvero ogni verbo, sostantivo od aggettivo, possedendo molti e diversi significati, fanno sì che ogni testo possa contenere dentro di sé più chiavi di lettura.

Pertanto, ritraducendo i versi originali, non abbiamo indugiato sui significati che fanno riferimento ad una fede, una filosofia o a ad un testo storico, quanto piuttosto al mondo dei sentimenti e delle emozioni.
Improvvisamente allora, quei versi che inizialmente apparivano ermetici, misterici o come li definiva il famoso filosofo inglese Thomas Taylor, enigmatici, diventano comprensibili se riferiti all’ambito psicologico o come dicevano gli antichi, svelavano la loro funzione che consisteva nel praticare la γνῶθι σαυτόν, gnōthi saytón ovvero, la conoscenza di sé.

Quali risultati abbiamo ottenuto ?
Il nostro studio in particolare, si è focalizzato sulle cosiddette cosmogonie orfiche, ovvero quei racconti che narrano in maniera poetica della creazione dell’universo. Ma in questo caso, diversamente dalle religione tradizionali, qui non è presente alcun riferimento alla creazione del mondo materiale, ma ad una sorta di spazio metafisico, che gli antichi chiamavano κόσμος – kosmos, in pratica una sorta di luogo o, come lo chiamava lo studioso francese Henry Corbin, un “mundus imaginalis”, dove veniva incubata la psiche.

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Porfirio, antico filosofo neoplatonico greco.

Ma una cosa interessante che abbiamo rilevato dall’analisi dei testi antichi, è che le cosmogonie orfiche non contengono riferimenti alla psiche individuale, ma al cosiddetto inconscio collettivo (al cap. 10 pag 9 del libro riportiamo un passo dei “collected works” di Carl Jung che costituiscono una conferma in tal senso). “Lo spirito che “penetra tutte le cose”, o modella tutte le cose, è l’Anima del Mondo: l’anima del mondo quindi è una certa cosa unica, che riempie tutte le cose, elargisce tutte, lega e lega tutte le cose, affinché essa potrebbe fare una cornice del mondo. …”»

Inoltre, all’interno della medesima narrazione verrebbero menzionati dei “nuclei immaginali” o “unità discrete”,  gli stessi che Porfirio, filosofo neoplatonico del III secolo, definì i πρῶται ἀρχαί – prôtai arkài e che costruirebbero l’essenza o l’oysia  di ciò che popola sia il mondo metafisico, che le manifestazioni che avvengono all’interno del mondo fenomenico.

Non solo, ma un’altro aspetto molto interessante e che rende l’orfismo una religione unica all’interno del panorama dei monoteismi, riguarda il fatto che di Colui che sarebbe il Creatore dei princìpi primi e del cosmo metafisico non si dice nulla. Quelle poche tradizioni che lo menzionano si limitano ad usare il termine ἄρρητος – àrretos che significa «sconosciuto», «che non si può dire» e quindi, «ineffabile», lasciando quindi intendere che il Primo Princìpio Assoluto é “inconcepibile”, in quanto la sua comprensione va ben oltre alla capacità umana.

Da queste ed altre risultanze che derivano dall’allegoresi che abbiamo compiuto sulle cinque tradizioni orfiche analizzate, comparate con gli studi di Carl Jung, emergerebbe che per giungere ad una completa conoscenza di sé, oltre a “portare luce” all’interno dell’inconscio personale, gli individui dovrebbero andare alla ricerca anche del proprio “Animus” nel caso della donna e della propria “Anima” nel caso del uomo, ovvero di quegli archetipi junghiani che come abbiamo visto, risiederebbero nel cosiddetto inconscio collettivo.
«Le istanze che noi chiamiamo Animus e Anima», scrive Marie-Louise von Franz ne L’Animus e l’Anima nelle fiabe sono in gran parte sovra personali e a differenza dell’ombra che attiene all’inconscio personale, fanno parte di quella sfera divina che chiamiamo inconscio collettivo.»

Ulteriori esiti della ricerca presentati all’interno del libro
Progetto senza titoloAldilà del modello psicologico che integrerebbe e completerebbe il lavoro iniziato nel 1970 da James Hillman e che abbiamo ampiamente descritto all’interno dell’Appendice n° 7 del libro, dall’analisi dei testi da noi studiati emergerebbero anche altri aspetti.

Il filosofo Thomas Taylor, sosteneva che: «La teologia greca, che ebbe origine da Orfeo, fu promulgata non solo da lui, ma anche da Pitagora e da Platone; che, per il loro genio trascendente, saranno sempre classificati dagli intelligenti tra i prodigi del genere umano.

  • Da [Orfeo], tuttavia, fu promulgata misticamente e simbolicamente;
  • da [Pitagora], enigmaticamente e per immagini;
  • e scientificamente dal terzo [Platone].»

Ebbene, grazie all’analisi comparata effettuata con i testi di diversi filosofi presocratici, tra cui Parmenide ed Eraclito ed in particolare con quelli di Platone e Plotino, abbiamo rinvenuto la conferma del fatto che l’affermazione del Taylor fosse fondata.

Inoltre, sarebbe anche emersa una tematica a nostro avviso ancor più interessante per coloro che sono appassionati di filosofia e quindi, abbiamo deciso di dedicarvi un capitolo intero.

Ci riferiamo al concetto di ontologia che tanto ostico e problematico risulta agli studenti delle scuole superiori e che invece, grazie all’analisi di alcuni concetti chiave che abbiamo rinvenuto all’interno dei testi cosmogonici, appare sotto una nuova e più comprensibile veste.

Per saperne di più:

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Orfici – testimonianza e frammenti nell’edizione di Otto Kern, trad. di Elena Verzura, Premessa ed introduzione Giovanni Reale. Milano, Bompiani, il pensiero  occidentale, R.C.S. Libri Spa, 2011.

Damascio, Intorno ai princìpi primi ,  a cura di Tiziano Ottobrini. Brescia, Editrice Morcelliana, 2022.

Jung Carl Gustav, Tipi psicologici. Torino,  Bollati Boringhieri editore s.p.a, 1977.

— The collected works of C.G. Jung, Bollingen series XX.Princeton (US-NJ), Princeton University press, 1971.

— L’uomo ed i suoi simboli. Milano, Raffaello Cortina editore 1977.

Hillman James, Articolo di presentazione della Psicologia Archetipica scritto sul sito Treccani

—  Il codice dell’anima. Milano, Adelphi, 1996.

— Plotino, Ficino e Vico, precursori, della psicologia junghiana – in Rivista di psicologia analitica 4  – 1973 pp. 341-364 (Trad. di PRISCILLA ARTOM) tratto da appunti di una conferenza tenuta in Italia da J. Hillmann.

— Psicologia Archetipica

— Re-visione della psicologia, Milano, Adelphi, 1983.

— Il piacere di pensare, conversazione con Silvia Ronchey, Segrate – MI, Rizzoli 2001

von Franz Marie-Louise – L’Animus e l’Anima nelle fiabe – Edizioni Scientifiche Magi  2009 – Roma

Jacobi Jolande, Il Simbolo, Rivista di psicologia analitica, 1971

Ha studiato ingegneria elettronica, oggi è responsabile export. Migliora la sua competenza professionale approfodendo gli studi di economia, scienze comportamentali, psicologia e leadership. Mailto: massimo.biecher@icloud.com