In carcere per errore, Mario trova in sè la forza per risorgere e contattare la sua luce interiore.
Un’incredibile storia più vera che inventata. La mia prigione invisibile è l’occasione per illustrare attraverso gli eventi vissuti dal protagonista, a volte drammatici, tecniche e strumenti di coaching e di mindfulness in azione. L’autore è Riccardo Borleghi, counselor, coach, trainer, insegnante del metodo Luise Hay, firewalking e mindfulness; facilitatore TUAV, ikigai mentor e custode del mantra madre che, per scrivere questa storia, ha attinto da un’esperienza realmente accadutagli e nella quale si è reso conto di poter gestire anche situazioni difficili, grazie alle sue conoscenze.
Il catamarano, una trappola

Mario, il protagonista, dopo anni trascorsi da ingegnere e imprenditore insoddisfatto decide di cambiare vita e dedicarsi alla sua passione: il catamarano. Fare lo skipper sembra la realizzazione dei propri sogni. In realtà andare in mare con amici è ben diverso che mettersi al servizio di ricchi pretenziosi in vacanza. I soldi finiscono presto e, per questo, accetta di prestarsi come scafista, ma viene arrestato.
Dalle stelle alle stalle. La terra sembra mancargli sotto i piedi, ma lui si fa coraggio e decide di metter in pratica le proprie conoscenze per vivere al meglio questa nuova esperienza. Primo passo: non perdere la propria umanità: lavarsi e presentarsi bene. Poi, davanti al giudice, saper creare empatia: riprendere gli stessi gesti, atteggiamenti, così da ottenere la fiducia dell’interlocutore.
In carcere, Mario ripensa a quanto diceva Churchill: “Opportunità nelle avversità”. La vita ci mette davanti delle difficoltà ma anche le capacità di affrontarle. Ma “nulla avviene a caso”, questa la convinzione del protagonista che cerca di capire a cosa possa servire nella sua vita quanto accaduto. Lui crede nel divino. Cresce con una rigida impostazione cattolica, poi si rivolge alle filosofie orientali. Crede che il karma sia “la memoria delle nostre paure e degli attaccamenti con cui cerchiamo di nasconderle: siamo qui per scioglierle e superarle”. E ancora: “l’anima potrà purificarsi solo vivendo in modo appropriato. Finché vivere sarà diffondere amore, pace e armonia “.
Un’infanzia difficile con un padre autoritario

La narrazione fa quindi un salto nel passato. Mario, quinto figlio, maschio non desiderato. Un’infanzia difficile con un padre autoritario e una madre succube. E lui ha sempre agito per far piacere al padre autoritario. Questo gli ha portato un’insicurezza che diventa paura, vergogna e rabbia. A tre anni, l’iscrizione all’asilo che contrasta col grande desiderio di voler restare a casa con la mamma.
“Così, per difendermi, ho costruito un guscio che mi ha illuso di essere al sicuro e non mi sono accorto che quel guscio in realtà m’impediva di essere libero e di essere mi stesso… Prima o poi avrei avuto solo due alternative: o affrontare la mia insicurezza, accettare la paura e trovare il coraggio di rompere il guscio o rimanere nel guscio e morirne soffocato. Il mio guscio è quello di essere un bravo bambino”.
Questa è stata la sua vita per anni, la sua “prigione invisibile”, e il rendersene conto ha creato la prima crepa nel guscio. Solo la presa di coscienza ci libera.
“Noi abbiamo tutte le risorse di cui abbiamo bisogno per rispondere al meglio agli eventi della nostra esistenza… ma a causa di quello che ci viene piantato in testa, ci autosabotiamo”, scrive.
E ancora: “Il vero problema non è potere o volere ma quello che crediamo di potere o di volere”. “Queste convinzioni modellano la nostra identità fin dai primi giorni della nostra esistenza… utilizziamo tutte queste convinzioni per interpretare il film della nostra vita”.
In prigione sperimenta la pazienza, la tolleranza

Siamo così tanto distratti dai nostri impegni che rischiamo di perdere noi stessi. “Il rischio della società del fare è non avere pensieri di qualità”. Il carcere gli offre uno spazio limitato ma un tempo molto lungo, al contrario di quello che siamo soliti avere. In prigione sperimenta la pazienza, la tolleranza.
Comprende che siamo tutti uguali. Però inizia a soffrire di reflusso – la manifestazione tipica, dice, di chi non si permette d’amare – e di dermatite che segnala l’irritazione per l’incapacità di essere liberamente me stesso. E capisce che il punto di partenza per iniziare un percorso di crescita personale è saper scegliere il proprio atteggiamento in ogni situazione.
Il romanzo termina col periodo natalizio in carcere. È già speranza di un cambiamento, fiducia, nuova luce. Raccontando la storia di un uomo, racconta le difficoltà di tutti. Tutti noi abbiamo una storia fatta di difficoltà, convinzioni errate, scelte sbagliate. Si può rimediare a tutto con la presa di coscienza, la volontà di cambiare e, a volte, un buon aiuto.
Il risveglio dell’anima
La prigione è dura ma lui trova la luce dentro di sé, come racconta nel secondo volume della sua triologia. La ricerca della forza interiore inizia dal rielaborare le ferite del passato. Son trascorsi tre mesi e la ricerca delle motivazioni per le quali la vita l’ha portato lì diventa sempre più impegnativa e difficile emotivamente. La mente mente, come dice Osho: cerchiamo una giustificazione razionale a ciò che ci accade ma dobbiamo essere in grado di dare un senso più elevato a ciò che la vita ci offre. La nostra anima è in cammino: tutto ha un senso. Come dice Amleto: “Non c’è niente di buono o di cattivo in sé, è il nostro pensiero che lo rende tale”.
L’autore ritiene che la vera consapevolezza nasce dall’accettazione della realtà così com’è, non per come vorremmo fosse. Occorre lavorare su di sé e considerare i propri punti di debolezza e quelli di forza. “Le neuroscienze ci dicono che per avere successo nel cambiamento serve concentrazione, perché da solo, il cervello non lo può fare”. Borlenghi riparte da qui: analizza il suo passato per capire chi è e cosa vuole. Condizionamenti, desideri, errori, tutto ha contribuito a formare la sua persona, ma lui cerca la sua essenza.
Mario torna con la mente al liceo. La capacità manipolatoria del padre era notevole e lo aveva portato a vedere tutto in chiave economica. Lascia da parte la ricerca dei propri talenti e s’iscrive ad Ingegneria per lavorare col padre. Una scelta di convenienza che non tiene conto dei propri desideri, attitudini. Questo però genera paura che aumenterà fino a diventare panico. Ogni scelta nella vita è mossa o da paura o da amore. La paura chiude, l’amore apre. Facile immaginare le conseguenze di ogni scelta. Per ritrovare se stessi e non perdersi, serve solo coraggio. Dal latino “cor habeo” avere cuore.
Questo secondo libro è più formativo: l’autore presta maggiore attenzione a spiegare i meccanismi della mente e i processi dell’anima, come ad esempio quando afferma che nella vita ognuno porta con sé quattro ferite: rifiuto, abbandono, ingiustizia e tradimento, da gestire e andare oltre.
Nel periodo universitario, per Mario, arriva una grande opportunità: i genitori si trasferiscono in America per lavoro e lui resta nella casa di famiglia. È già innamorato di Barbara, l’amore della Sua vita che lo sosterrà sempre e non lo lascerà mai. L’Università, la compagnia d’amici, le vacanze in barca: sono anni di cambiamenti interiori, esperienze che fanno maturare. “La vita è un flusso che ti porta quello che stai cercando e questo accade anche se non lo sai. Se invece lo sai, osservi e ascolti, poni la giusta energia, rimani nel flusso della sincronicità, per essere protagonista invece che vittima della tua vita, come c’insegna la fisica quantistica.”

Il carcere è duro, difficile, soprattutto psicologicamente perché i prigionieri vengono privati della loro individualità e del loro valore. Ancora 18 mesi di carcerazione preventiva. Una doccia fredda. Poi però fa luce dentro di sè, ritrova i propri insegnamenti e l fiducia in un progetto più grande di lui.
Compassione, tolleranza e pazienza: queste le doti che è convinto gli serviranno per affrontare i prossimi sei mesi di prigione che lo aspettano. “La verità è che bisogna sempre pensare a ciò di cui si ha bisogno e lasciar perdere ciò che non serve, perché ciò di cui ci occupiamo diventa la nostra realtà e ciò di cui non ci occupiamo, scompare dalla nostra realtà “.
Questo è un insegnamento di vita fondamentale, da tener presente in ogni situazione della nostra vita. Basta pensare a quanto siamo capaci di ammalarci per un pensiero ricorrente, che diventa tarlo nella mente e, in quanto tale, influenza il cervello.
Ormai consapevole che la vita milanese gli sta stretta, Mario inizia a soffrire di grandi tensioni muscolari che diventano presto forti dolori. È il corpo che si ribella.
“Tutto compare e scompare come un lampo e considerare la materia come permanente è un inganno della mente. È proprio questo l’inganno, la nostra era prigione, che ci soffoca e produce grande sofferenza, perché se consideriamo gli eventi come permanenti ed oggettivi, perdiamo automaticamente la possibilità di plasmarli con la nostra immaginazione e quindi, anziché essere i creatori, ne diventiamo vittime: perché gli eventi sono influenzati da chi li osserva e li manifesta”. Questo l’insegnamento più importante che ci lascia l’autore. Riflettiamoci.
Riflessioni finali
“Vivere le nostre emozioni, osservarle, diventarne consapevoli e imparare a gestire quelle distruttive è il segreto per relazionarci con noi stessi con empatia e vivere nella serenità e nella pace. Sono questi i miei pensieri mentre mi preparo con cura a quello che mi aspetta là fuori”.
Al volume successivo, terzo e ultimo…uscito dal carcere, inizia una nuova vita. con ben chiara una massima di Krishnamurti: “La più grande dote dell’essere umano è separare l’osservazione dall’interpretazione”.







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