Cervello emotivo contro cervello creativo

Le strategie per controllare le risposte emozionali

Cervello emotivo contro cervello creativo

A volte sembra quasi che dentro di noi alberghi uno scomodo ospite, pronto a stravolgere la parte più raziocinante e capace talvolta di obbligarci, contro la nostra volontà, a comportamenti illogici o addirittura controproducenti. Ma perché accade tutto ciò? E ci sono modi efficaci, che non richiedano lunghi training, per liberarsene?

Quanto volte ci è capitato di pensare di albergare dentro di noi uno scomodo ospite, pronto a fare lo sgambetto alla parte più assennata e raziocinante e capace talvolta di obbligarci, con una forza più grande della nostra volontà, a comportamenti niente affatto logici e salutari, se non addirittura controproducenti? Ma perché accade tutto ciò? E ci sono dei modi efficaci e che non richiedano lunghi e faticosi training per liberarsene?

Il dominio della biologia
L’apparente supremazia della nostra componente emozionale trova la sua ragion d’essere nella biologia. Ogni emozione, infatti, predispone l’organismo a una specifica azione, indirizzata ad aumentare le probabilità di sopravvivenza del singolo o della specie. Le emozioni vere e proprie non sono in gran numero, perché i loro meccanismi, oliati da milioni di anni di evoluzione, sono piuttosto standard. Bloccarsi. Ritirarsi. Contrastare qualcosa o qualcuno. Arrendersi e mettersi l’animo in pace. Rifiutare o, al contrario, aiutare e sostenere. Entrare in allarme o reagire con l’irrequietezza alla mancanza di stimoli o, ancora, perseguire il piacere e gioirne sono le più comuni strategie della componente emotiva per farci rimanere vivi e vegeti, restare al sicuro, evitare dolore, sofferenza, perdite di energia o trovare sollievo.
fears-2350La capacità di scegliere, modificare e riprogrammare il comportamento standard non appartiene alla componente ancestrale del nostro cervello, ma a quella più evoluta, che ha a disposizione la nostra esperienza personale e che si può dimostrare assai creativa e lungimirante, in quanto capace di fare nuove associazioni e ragionamenti. Quest’ultima, però, non appena è partita la risposta di sopravvivenza (cioè l’emozione) viene quasi sempre desautorata: attraverso studi di risonanza magnetica funzionale nell’encefalo si è addirittura visto che, quando un’emozione significativa è in corso, il sangue defluisce dalla sede della componente raziocinante del cervello, la corteccia prefrontale, ai nuclei profondi, deputati a governare la componente istintiva. Ecco perché può essere difficile avere la piena padronanza di sé e comprendere le conseguenze di una nostra azione mentre siamo preda di un’emozione, e perché questa può essere davvero “più forte di noi”. D’altra parte, sappiamo tutti anche che, in situazioni di vera emergenza (evitare un incidente, o di farsi male), spesso l’azione istintiva, che è ultra-rapida e priva di intellettualismi, può risultare salvifica.
È possibile, quando serve, far recuperare il timone della nostra vita e delle nostre scelte alla componente razionale e creativa del cervello, senza dover sempre involontariamente ricadere in comportamenti dettati da vecchi traumi o vecchie convinzioni e senza che debbano passare mesi o anni per farlo? Certamente sì. Per fortuna, al giorno d’oggi le tecniche per ottenere questo non mancano. Una delle più rapide ed efficaci si chiama FastReset®, e può essere usata sia nell’auto-aiuto sia all’interno di una psicoterapia, un percorso di counseling o in altre relazioni d’aiuto.

Aggiornare la propria risposta emotiva
Per permettere alla componente raziocinante del cervello di proporre la strategia più evoluta e creativa, risolvendo immediatamente l’emozione che ci sta obbligando a un comportamento non funzionale per noi, la tecnica del FastReset, da me ideato, utilizza poche semplici mosse.
air_of_imagination_by_eruanii-d5y8pm4Bisogna per prima cosa riattivare almeno una parte dell’emozione che ci disturba, per esempio attraverso il ricordo di un particolare episodio che ci ha disturbato. Una volta messa a fuoco quale sia l’emozione principale, ci si rende nello stesso tempo consapevoli di quale azione auto-protettiva quella stessa emozione “vorrebbe” farci compiere (al di là che tale azione sia possibile o sensata in quella circostanza). Questo consente alla componente cosciente e razionale di essere messa al corrente di quanto sta combinando il cervello emozionale e di riconoscerlo, cioè di integrarlo.
Subito dopo, così come succede quando, lavorando al computer, si fa partire un programma assai pesante in termini di bit di memoria operativa, si chiede improvvisamente al cervello di “accendere” una grande parte della sua superficie (la corteccia cerebrale), molto densa di neuroni, cioè di bit neurali.
Normalmente, per ottenere questa “accensione” si usa semplicemente spostare totalmente la propria attenzione e concentrazione sulle zone più evolute del corpo umano: per esempio le mani o i piedi, governate da moltissimi neuroni. Questa brusca attivazione di un gran numero di cellule poste nella corteccia cerebrale sottrarrà energia alla componente emozionale in atto e la metterà a disposizione, nel giro di pochi secondi, della capacità di deliberare criticamente e di modificare la valutazione di quanto ci stava accadendo. Il circuito “obbligato” della biologia viene cioè interrotto per qualche secondo, l’emozione in corso sospesa e il flusso di energia ripristinato a favore delle facoltà più consapevoli.
Laying-in-the-grassDa quel momento, non dovendo più dipendere o essere sovrastata dalle istanze automatiche e istintive della componente biologica e di sopravvivenza (quel “è più forte di me”, insomma), la risposta comportamentale sarà subito ricondotta alle nostre attuali, concrete e personali capacità di trovare nuove soluzioni o di rivisitare la situazione secondo la nostra visione più auto-consapevole. Il risultato sarà che quella situazione non avrà più il medesimo effetto su di noi, e anche la nostra emozione rispetto all’oggetto o alla persona che ci dava disturbo sarà cambiata, spesso in via definitiva.
In genere, per permettere il “dialogo” e l’integrazione tra la componente emozionale e quella razionale del cervello si compongono delle frasi che servono a dare alla nostra consapevolezza tutte le informazioni del caso. Dopo ogni frase utilizzata, si sposta immediatamente tutta l’attenzione e la concentrazione su una delle zone-chiave in grado di provocare un grosso cambiamento nella funzionalità del cervello. Di solito, per ottenere ciò si indirizza la concentrazione a entrambe le proprie mani. Chiamiamo shift o spostamento dell’attenzione questo passaggio.

Paura del buio e di oscure presenze
Un esempio può chiarire meglio come funziona. Vivianne è una ragazza di origine africana, che ha raggiunto la madre in Italia alcuni anni fa, subito dopo la morte del padre, con il quale aveva prevalentemente vissuto prima di allora. Da quando è arrivata qui, però, e nonostante abbia ricevuto un’educazione all’occidentale e sia prossima a laurearsi in una disciplina scientifica, ha sviluppato un’irrazionale paura di certe zone della casa in cui esse abitano, alle quali non si avvicina se è da sola. Una di queste è la camera da letto della madre. Dopo qualche domanda emerge che i genitori, che si erano separati diversi anni prima, provenivano da etnie in conflitto e che la famiglia della madre, secondo i parenti paterni, aveva fama di coltivare la stregoneria e lo sciamanesimo. In effetti, anche la madre di Vivianne passa per una persona dalle doti non comuni, ai limiti della sensitività. Inoltre, non nasconde le sue capacità di pranoterapeuta, tanto che spesso la vengono a trovare amici e parenti desiderosi di farsi trattare da lei. Evidentemente, tutto questo non ha un effetto rassicurante sulla ragazza.
L’aiuto a mettere a fuoco l’emozione che la domina quando è da sola in casa e avverte qualcosa di oscuro e inquietante nei pressi della camera della madre, specie se in penombra: si tratta del terrore dovuto all’idea di non avere modo o capacità di gestire le energie che invece sembrano familiari (e forse addirittura “ubbidiscono”) alla madre. Mentre ricorda come si sente in quelle circostanze, componiamo una frase che mette in luce l’azione auto-protettiva della sua emozione: “Il mio terrore e sgomento per le presenze oscure vuole evitarmi il contatto con una realtà che non conosco, non capisco e non so gestire”. Subito dopo, le chiedo di spostare completamente, per qualche secondo, tutta la sua concentrazione sulle sue mani. Ripetiamo la procedura un paio di volte, dopodiché la ragazza mi dice di sentirsi già più sollevata. Ora, l’idea di avvicinarsi alle zone off limits di casa non le provoca più le reazioni di prima, ma semplice allarme. Assecondiamo quest’altra reazione, che vuole mantenerla in uno stato di prontezza e vigilanza: “La mia reazione di allarme per le presenze oscure vuole che io abbia la capacità e la prontezza di intervenire, se serve”. Segue lo spostamento della sua concentrazione sulle mani.
Subito dopo, le viene in mente un vecchio episodio quasi dimenticato: la nonna paterna che l’ammonisce con insistenza a stare alla larga da certi parenti della madre, perché pericolosi stregoni! Come si sentì, in quel momento? Molto in conflitto e quasi in colpa di avere lo stesso DNA. La reazione di oggi rispetto a quel conflitto insanabile è una sorta di blocco o congelamento, che le vuole evitare di fare passi falsi e di trovarsi incapace di gestire la sua realtà. Mentre tiene a mente l’episodio della nonna e la reazione emotiva che le suscitò, dichiara: “Il mio sentirmi congelata perché anch’io ho quel sangue nelle vene vuole evitarmi il contatto con una realtà per me inaccettabile e ingestibile”. Di nuovo, segue uno spostamento della concentrazione.
Quando riemerge da questo round, Vivianne fa un bel sorriso e commenta: “Adesso mi è chiaro: non è questione di presenze più o meno oscure, ma ciò che mi faceva paura è qualcosa dentro di me, cioè il non riuscire ad accettare che provengo da entrambe le origini e che in me si fondono entrambe le energie. Ho capito che questo è il percorso che devo compiere: fare andare più d’accordo queste mie parti, accettare anche la parte materna. Sono le mie energie oscure, che temevo!”.
Dopo questo colloquio, le strane paure non si sono più ripresentate, e la ragazza ha cominciato a interessarsi alla storia della famiglia della madre e a cercare con lei un dialogo più profondo e intimo.