“Girasoli”: un amore impossibile

Un film che fa riflettere sulla follia, ma anche sull’amore e sulle relazioni umane

Girasoli film di Catrinel Marlon 2024

Girasoli è la storia di un amore sbocciato tra due giovani donne, all’interno di un manicomio.

Data di uscita: 23 maggio 2024
Genere: Drammatico, Sentimentale
Anno: 2023
Regia: Catrinel Marlon
Attori: Gaia Girace, Mariarosaria Mingione, Monica Guerritore, Pietro Ragusa
Paese: Italia, Belgio, Romania
Durata: 97 min
Distribuzione: Masi Film
Musiche: Cesare Cremonini

"Girasoli": un amore impossibileGirasoli è la storia di un amore impossibile tra due giovani donne, nato in un reparto minorile di un manicomio, il manicomio di Santa Teresa di Lisieux. Siamo negli anni ’60, periodo in cui esistevano ancora questi centri dedicati al recupero di soggetti psichiatrici, ma non solo. Spesso in questi luoghi venivano lasciati bambini i cui genitori non avevano la possibilità di sostenerli, per cui immaginate come la loro sanità mentale ne venisse compromessa.

Ma quello che accadde tra quelle mura, sporche e prive di calore da parte del personale che doveva aver cura di coloro che si trovavano rinchiusi, forse senza alcuna speranza di poter guardare più il sole, il cielo, gli alberi, il mare, andava al di là di quell’epoca, l’amore tra due giovani donne.

Una storia vera, in un inferno per adulti e bambini
"Girasoli": un amore impossibileOpera prima alla regia dell’attrice ed ex modella Catrinel Marlon, prende spunto da una storia vera, vissuta dalla regista, che ha voluto sottolineare le condizioni e le devastazioni di chi si ritrova rinchiuso tra quelle mura.

Ma ha voluto anche inserire una nota dolce, come una bellissima storia d’amore, che per qualche momento è riuscita a tingere di rosa un mondo così grigio e dimenticato anche da Dio. Un luogo dove le porte venivano chiuse a tripla mandata, le sbarre alle finestre rendevano le grandi camerate ancora più cupe e impenetrabili.

Portati in giro come bestie, con i polsi legati da lacci di contenimento, i bambini del padiglione 90 passavano le loro interminabili giornate in cerchio, ognuno con la propria patologia, chi demente, chi nevrastenico, chi epilettico, chi schizofrenico come Lucia (Gaia Gerace, Lila de L’amica geniale). Ed è intorno alla figura di Lucia che ruota la trama del film, una quindicenne dagli occhi azzurri arrivata in manicomio subito dopo la morte del padre, in quanto aveva iniziato a sentire voci che la disorientavano e la destabilizzavano.

Esperienze traumatiche e lo sviluppo delle psicosi

"Girasoli": un amore impossibile
Gaia Girace

Sempre più studi confermano l’ipotesi che esperienze traumatiche in età precoce possano indurre allo sviluppo delle psicosi, tra cui la schizofrenia, con sintomi come allucinazioni, apatia, appiattimento emotivo.

Si ritiene che l’esposizione a stimoli imprevedibili e incontrollabili nel corso dell’infanzia o le esperienze di abbandono e separazione possano predisporre a sintomi psicotici.

Ed è quello che è avvenuto a Lucia quando all’età di 8 anni ha dovuto affrontare una realtà per lei impensabile, come l’essere presente alla morte del padre, un evento imprevedibile, ma nello stesso tempo un abbandono inspiegabile per una bambina in fase di sviluppo. Quell’evento fu la linea di demarcazione fra la normalità e la pazzia, una pazzia a cui erano destinati i bambini del padiglione 90, bambini “sperduti”, perché dimenticati.

Il bisogno di amore e di affetto si toccava con un dito, sino al momento in cui arrivò la giovane Anna (Mariarosa Mingione), un’infermiera cresciuta in un convento di suore, inviata lì per imparare un mestiere. Anna, confusa e smarrita, stabilisce rapporti umani con i giovani pazienti e in particolare con Lucia, di cui si rende subito conto che potrebbe ritrovare se stessa se fosse trattata diversamente. Dello stesso parere, da una prospettiva diversa, è la dottoressa Marie D’amico (Monica Guerritore), giunta ad Aversa dalla Francia con l’obiettivo di sperimentare una nuova terapia, secondo le teorie di Franco Basaglia.

Per Franco Basaglia non malati, ma pazienti

"Girasoli": un amore impossibile
Gaia Gerace e Mariarosa Mingione.

C’è un modo diverso di trattare chi vive in quei luoghi dimenticati da tutti, un modo differente di considerarli, non sono malati, ma pazienti e come tali meritano di essere trattati. Secondo Franco Basaglia i soggetti con disturbi mentali non sono oggetti da aggiustare, ma persone, persone da accogliere, ascoltare, comprendere, aiutare, e non vanno reclusi o nascosti.

Egli fece eliminare la terapia con elettroshock, le camicie di forza, la lobotomia e incoraggiò un nuovo tipo di approccio relazionale tra malato medico, tra personale psichiatrico e pazienti.
Fu proprio questo ciò che la dottoressa Marie cercò di fare con Lucia, usata quasi come un animale da baraccone per mostrare l’efficacia di alcune terapie farmacologiche che non facevano altro che annientare ancora di più l’identità della giovane quindicenne. Significativi sono i vari passaggi nel film in cui sono visibili i nuovi approcci tra medico e paziente (la sala dei giochi, i disegni, il gioco della sabbia,nel qu aleil paziente potrà costruire una serie di rappresentazioni immaginative per esprimere le sue esperienze emotive inconsce.

Ma perché il film si chiama Girasoli?

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Gaia Girace tra Monica Guerritore (la dottoressa) e Maria Rosaria Mingione (l’infermiera).

Perché i bambini compiuti il sedicesimo anno di età, se non riescono a riabilitarsi potrebbero diventare un girasole, cioè pazienti a cui è permesso girare da soli. Ed è quello che potrebbe capitare a Lucia, se non trova un modo per poter uscire da quel luogo oscuro.
Le basi di un nuovo inizio ci sono, la presenza di Marie che le permette di ritrovare vecchie sensazioni, assopite nel tempo, ma soprattutto Gaia Giracel’amore, quella forma di amore che pensava non poter vivere e forse non esistere. Anna così si trova in una trappola che deve affrontare, una decisione che deve prendere e da cui dipenderà la sorte di Lucia, ma anche la sua.

Girasoli è un film di denuncia che dà voce a tutte le vittime marchiate come malati mentali, e quindi inferiori e come tali da trattare senza dignità. È un film che fa riflettere sulla follia, su cos’è realmente la follia, ma anche sull’amore e sulle relazioni umane.
Catrinel Marlon riesce ad affrontare con semplicità una tematica complessa e delicata come quella della pazzia e che, pur avendola segnata per esperienze personali familiari, le ha insegnato come l’amore e l’accoglienza siano il modo per poter ritornare a vivere.

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Psicologa, psicoterapeuta, trainer in comunicazione e PNL