Essere medico oggi

A colloquio con Riccardo Annibali, che è passato dalla chirurgia tradizionale a quella olistica

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Riccardo Annibali racconta cosa l’ha spinto a far parte della tradizione dei chirurghi olistici.

Riccardo Annibali
Riccardo Annibali, colonproctologo, utilizza le tecniche di guarigione energetica e mentale.

Essere un chirurgo olistico pare costituire una contraddizione in termini. La chirurgia e il punto di vista olistico sembrano effettivamente in antitesi.

Se però ci spostiamo dai costrutti logici astratti ai fatti, se andiamo a ripercorrere la storia della medicina, notiamo che sono esistiti parecchi chirurghi vicino alla medicina olistica. In realtà, nella medicina esiste una tradizione piuttosto consolidata di coesistenza fra chirurgia e approccio olistico.

Per venire alla mia esperienza, il chirurgo è colui che si accinge a risolvere in maniera molto meccanicistica i problemi della medicina, vede soprattutto l’aspetto meccanicistico del corpo umano, sentendosi il factotum della situazione, quando questa macchina non funziona.

C’è un senso di onnipotenza. Si sente il principe del campo medico perché ritiene di essere capace di risolvere immediatamente e definitivamente la malattia.

C’era una volta il senso di onnipotenza

Foto di Sammy Sander da
Foto di Sammy-Sander da Pixabay

In realtà la storia è un po’ diversa. Questa è l’idea del chirurgo quando esce dall’università e dalla scuola di specializzazione.

È la sua idea perché la formazione che riceve è questa: tu interverrai laddove nessuno può arrivare e risolverai il problema.

Fuori dalla scuola, però, comincia la realtà.

E la realtà  dimostra  che per quanto tu possa essere bravo e preparato, per quanta tecnica tu abbia, eseguendo la stessa operazione con identiche modalità su un certo numero di persone, noterai che una parte di questi migliorerà, che un’altra parte di essi rimarrà come prima e che una parte addirittura peggiorerà arrivando anche a morire.

Al confronto con questa realtà dei fatti, il senso di onnipotenza viene profondamente minato.

Quello che quindi mi ha spinto verso la medicina olistica è stato un profondo senso di disillusione e di delusione. Anch’io ero un chirurgo con questo senso di onnipotenza.

Il mio desiderio era di guarire il mondo, poi mi sono accorto che in realtà la chirurgia era uno strumento come altri: non è lo strumento che permette di guarire e di salvare il mondo, perché il mondo continuerà ad avere i suoi problemi, le persone continueranno ad ammalarsi e a morire nonostante tutte le chirurgie di questa terra.

La presa di coscienza di questa realtà mi ha molto destabilizzato e da questa destabilizzazione è cominciato il mio avvicinamento al punto di vista olistico.

Quali sono stati i passaggi successivi

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Ai-generated per joseweslley da Pixabay.

Di fronte al disincanto il chirurgo si trova di fronte a un bivio, a due scelte, queste sì in antitesi.

La prima scelta è quella di mettere totalmente in discussione i principi per i quali hai scelto di fare il chirurgo, che cosa vuol dire guarire, che cosa vuol dire essere terapeuta.

Significa cercare di comprendere che cosa sei tu veramente. È un punto cruciale, questo. Lo è perché per curare un altro essere umano devi prima aver conosciuto e lavorato sulle tue malattie interiori.

Se ci pensiamo bene il desiderio di onnipotenza altro non è che il desiderio di un bambino frustrato che vorrebbe tanto risolvere i problemi che in quel momento è incapace di risolvere.

Il bambino reagisce allo scacco della frustrazione costruendo una prospettiva di rivincita basata appunto sull’onnipotenza. Nel caso del futuro medico, e soprattutto del futuro chirurgo, può assumere questa forma: ora sono impotente, ma un giorno io guarirò le persone, io guarirò il mondo.

Mettersi in discussione significa quindi guardare con sincerità alle motivazioni reali che hanno spinto un individuo a scegliere di diventare medico e chirurgo.

Se la motivazione reale è basata sul desiderio di auto-guarigione da una frustrazione originaria o si cristallizza nell’onnipotenza o appunto si mette in discussione. Se si cristallizza nell’onnipotenza il chirurgo arriva a costruirsi quell’immagine che ben conosciamo di persona austera, determinata e distaccata, con una certa autorità e difficilmente avvicinabile.

Perché mi sono messo in discussione

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Immagine di ElisaRiva da Pixabay.

Ho scelto l’altra strada del bivio, la strada più faticosa perché per percorrerla bisogna lavorare su se stessi, addentrarsi nella propria totalità, cercando la risposta alla domanda “Che cos’è un essere umano?”.

È un lavoro estremamente difficile perché comporta una grande sofferenza e un grande investimento di tempo, di studio e ricerca.

Il punto di partenza è stata la volontà di non cristallizzarmi nell’onnipotenza. Posso dire che nel mettermi in discussione sono stato aiutato moltissimo dai miei pazienti. Sono stati loro i miei primi veri insegnanti.

Spesso sono i pazienti a insegnare al medico
Ho sempre dialogato molto con loro, fin da quando ero studente.

Ho continuato a farlo anche dopo, suscitando spesso non poca sorpresa, per usare un eufemismo, nell’ambiente dei colleghi.

In questi colloqui vedevo che erano i pazienti a insegnare a me delle cose sulla malattia. Io pensavo di andare là e di insegnare loro e invece erano loro, che la vivevano sulla propria pelle, a spiegarmi che cosa significava la loro malattia.

Ho così scoperto che avendo pazienza e capacità di ascolto sono i pazienti a spiegarti che cosa agisce dietro la loro malattia. In questo modo ti danno le chiavi per permetterti  di curare la patologia  non solo sul piano dei sintomi, ma anche e soprattutto delle cause profonde.

Ippocrate e la medicina olistica

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Ippocrate

Diciamo che nel mondo moderno la parola olismo è abusata, una specie di grande calderone, spesso interessato.

Ciò premesso, quando parlo di medicina olistica mi piace sottolineare che la medicina olistica non è una medicina nuova e non è nemmeno una medicina alternativa.

Non è comparsa adesso con la New Age. La medicina olistica affonda le proprie radici nella medicina occidentale tout court. Lo indica l’aggettivo stesso, olos, un termine greco che significa “tutto”, e lo testimonia la lezione di Ippocrate.

È stato Ippocrate, il padre riconosciuto della medicina occidentale moderna, a porre i concetti olistici nel campo medico.

Questo vuol dire che prima di lui esistevano già: Ippocrate li ha codificati in modo scientifico, dicendo ai suoi allievi: «Non sarete mai dei bravi medici se oltre a prendervi cura del fisico dei vostri pazienti, non vi prenderete cura anche del loro spirito». Perciò non inventiamo nulla quando parliamo di medicina olistica.

Medicina olistica = curare l’individuo nella sua globalità

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Foto di Geralt da Pixabaty

Medicina olistica, proprio come diceva Ippocrate, significa essenzialmente occuparsi di fisico e spirito, cioè prendere in considerazione durante la cura l’essere umano nella sua globalità.

Si può aggiungere che l’idea olistica non è un’idea soltanto medica. In tutti i campi nel quale l’essere umano ha dimostrato la propria sensibilità e il proprio ingegno, in tutti gli ambiti dell’arte e della conoscenza umana è presente come principio fondamentale l’olismo.

Purtroppo durante il Medioevo si sono poste le basi per uno scisma fra la dimensione spirituale e la dimensione fisica della realtà. Sul piano della cura tale scissione ha portato a privilegiare l’aspetto fisico e a trascurare quello spirituale.

Il risultato è che abbiamo avuto un’evoluzione drammatica della parte tecnica a scapito della cura dello spirito. Siamo di fronte a questo gap creato da noi stessi.

La medicina olistica si propone quindi di comporre la scissione, tornando al punto di vista globale espresso così chiaramente da Ippocrate.

La malattia nasce spesso da una disarmonia interiore

Foto di Geralt
Foto di Geralt da Pixabay.

Il presupposto della medicina olistica è che dietro ogni malattia che appare sul piano fisico c’è una disarmonia interiore che riguarda gli altri piani dell’essere, ovvero il corpo energetico e quello emozionale.

Tenendo presente che i vari piani dell’essere sono interconnessi con il piano fisico attraverso un processo a cascata, possiamo comprendere come la cura sui livelli extra-fisici, per esempio sul livello emozionale o su quello energetico, possa agire anche sul livello fisico.

Se analizziamo la malattia da questo punto di vista, vediamo che esiste un network: le disarmonie interiori si riverberano in maniera negativa sul nostro sistema energetico e poi anche sul piano fisico.

Il medico olistico a differenza del medico meccanicistico quindi non si limita a smontare il corpo fisico, ma cerca di risalire il processo a cascata in senso inverso, guidato dalla domanda: che tematica agisce dietro questa malattia?

Va aggiunto che lo spirito, l’altra dimensione fondamentale dell’essere, non si ammala. Si possono ammalare solo il corpo emozionale, il corpo energetico e appunto il corpo fisico.

La metafora della nave rompighiaccio

Nave rompighiacchio. Foto di seablub
Foto di seablub da Pixabay.

C’è un’immagine efficace che riassume molto chiaramente l’intero discorso, e cioè l’immagine dell’iceberg.
Immaginiamo dei marinai impegnati a navigare nei mari freddi. Conoscono benissimo le correnti, i venti e anche i sistemi per orientarsi.

A un certo punto la loro nave si imbatte in un iceberg.  Per togliere di mezzo dalla rotta l’iceberg, chiamano la nave rompighiaccio.

Arriva il rompighiaccio e la nave può passare. Ma abbiamo risolto così il problema? No, perché sotto la superficie dell’acqua continua a esistere il blocco di ghiaccio che, anzi, è la parte preponderante e che con il tempo tornerà a riemergere.

Ecco allora che la pillola, il bisturi o il laser agiscono sulla malattia come la nave rompighiaccio: si limitano a intervenire sulla parte emersa. A scanso di equivoci affermo che questa è una funzione indispensabile.

Ecco perché continuo a fare il chirurgo.

Contemporaneamente però affermo che non è una funzione terapeutica  sufficiente. Non ci si può fermare lì.

Se vogliamo aiutare il paziente a guarire, intendendo il guarire con la “G” maiuscola, bisogna portarlo alla consapevolezza del significato che la sua malattia ha portato nella sua vita. Bisogna andare a conoscere la parte sommersa dell’iceberg.

Cambia anche il ruolo del medico

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ai-generated – LapinVert da Pixabay.

Quando il medico si limita a curare la parte emersa, agisce come artifex, come artefice che con la propria competenza tecnica toglie il sintomo. Quando prende in carico anche la parte sommersa, diventa pontifex nel senso etimologico del termine, funge cioè da tramite per il paziente nel processo di scoperta del significato della malattia.

Aggiungo che artifex e pontifex non devono escludersi a vicenda, ma integrarsi. Non sono in contraddizione, ma in cooperazione.

Per capire come cooperano l’artifex e il pontifex, vediamo un  riferimento concreto. Sto lavorando al progetto di un ospedale olistico. In questa struttura ogni medico e ogni operatore portano la propria specifica specializzazione: il chirurgo porta la chirurgia, il pediatra la pediatria, l’omeopata la medicina omeopatica, l’erborista la fitoterapia e via di seguito.

Tutti questi specialisti conservano nell’ospedale olistico il proprio profilo tecnico, ma sono legati da una base comune. Tornando alla metafora dell’iceberg, ognuno dei medici e dei terapeuti nell’ospedale olistico si occupa della parte emersa dell’iceberg secondo la propria formazione ed esperienza specialistica, ma tutti sanno che esiste una parte sommersa, tutti condividono la visione globale, di insieme del paziente e della sua malattia.

Non sussiste contraddizione, se non apparente, fra specialità e olismo.

Con quale  iniziativa?
Ebbene, io cerco di praticare il concetto anche nella formazione, con una scuola che si basa sulla maieutica socratica. Nulla di nuovo, anzi: è l’applicazione della maieutica socratica alla cura.

Si tratta di riscoprire e di  far riscoprire ciò che già è dentro di noi. Per questo non ci sono voti, non ci sono esami, non c’è niente di associato all’Ego.

Non è un insegnamento improntato all’esasperazione della produttività e dell’efficienza, ma alla consapevolezza e alla conoscenza di noi stessi e dell’altro, quella conoscenza e quella consapevolezza che permettono a ciascuno di noi, sia esso medico, terapeuta o paziente, di riscoprire  la propria creatività.

Guarire profondamente significa diventare consapevoli del proprio potenziale creativo e della possibilità di esercitarlo nel mondo per il proprio e altrui benessere.

Chirurgo e coloproctologo, lavora in alcune cliniche e nel proprio studio, dove segue i pazienti in modo olistico. Formato come guaritore alla “School of Healing Wisdom” sotto la guida di Ron Young, utilizza le tecniche di guarigione energetica e mentale e diffonde i principi fondamentali delle Scienze Tradizionali di Guarigione e Autoguarigione Naturali. Conduce gruppi di meditazione e guarigione. Diplomato come Costellatore Base presso la Hellingerschule, conduce gruppi di Costellazioni famigliari. Sito: www.riccardoannibali.it - E-mail: info@riccardoannibali.it