Scienza: un modello da rivedere

Per molti la parola scienza è sinonimo di precisione, per altri di qualcosa che esula dallo sviluppo umano come noi lo conosciamo. Non è un caso, infatti, che anche nell’ordinamento scolastico italiano (e non solo) si parli di “materie umanistiche” e di “materie scientifiche”. Questa divisione, accettata per lo più come immutabile e definitiva (uno dei tanti dogmi che caratterizzano la nostra società), è frutto di diversi problemi, anche non indifferenti. Quello che risalta maggiormente all’occhio è che con una distinzione di questo tipo la scienza appare completamente staccata dall’uomo.

Pitagora nel quadro di Pitagora nel dettaglio della Scuola d'Atene di Raffaello Sanzio.
Pitagora (dettaglio della Scuola d’Atene di Raffaello Sanzio).

Materia umanistica, infatti, vuol dire materia “per l’uomo”, che studia in qualche modo argomenti legati all’uomo. In questo senso, considerare scientifico in opposizione ad umanistico significa puntare ad una scienza che sia avulsa dall’uomo, che non lo comprenda. Significa, anche, porre un forte dualismo tra uomo e natura, tra ciò che è dentro l’uomo e ciò che è invece al suo esterno. Come se la realtà esterna procedesse in maniera del tutto indipendente da quella interna alla persona, come se in qualche modo l’uomo avesse come unica possibilità di azione sulla realtà l’osservazione, che comunque fornisce all’uomo un esterno rispetto a sé.Eppure, se andiamo a vedere la definizione di scienza, questa deriva dalla parola scientia, che vuol dire conoscenza. In Rete ho trovato anche come definizione di scienza “il risultato delle operazioni del pensiero”. Quindi, scienza è tutto quanto è pensiero, o ancora, tutto quanto è conoscenza. Per conoscenza si può intendere davvero tutto, dall’aspetto spirituale a quello dello studio della realtà.
Se ci portiamo nell’antica Grecia, possiamo vedere che non vi era distinzione tra i vari campi della conoscenza. Matematici come Pitagora erano anche filosofi e persone di alta spiritualità; il numero, per Pitagora, aveva un significato di tipo metafisico. La matematica, allora, era vista come qualcosa di fortemente collegato alla spiritualità. Ma, più in generale, nulla dell’uomo veniva escluso. Uno scienziato poteva, ad esempio, essere anche un ottimo atleta. L’aspetto fisico e quello mentale non erano considerati antitetici, ma strettamente collegati. Nell’antica Grecia, il ginnasio era, secondo la definizione data dal Dizionario Sabatini – Coletti, l’”istituto che educava i giovani mediante la ginnastica e lo studio filosofico-letterario”. Questa definizione è molto interessante: infatti, pone l’aspetto fisico strettamente legato a quello dello studio filosofico. Nei ginnasi non c’era distinzione tra i due aspetti e l’educazione di tipo fisico era strettamente legata a quella di tipo mentale.

Una visione olistica che viene dal passato
Ci si proietta, quindi, in una visione che oggi chiameremmo “olistica”: vale a dire una visione in cui il corpo e la mente non sono staccate. Anche per gli antichi Romani era noto il motto: Mens sana in corpore sano (mente sana in corpo sano), cosa che nelle filosofie orientali è un dato acquisito. Se osserviamo quanto è noto sui chakra, vediamo che quelli superiori, che sono connessi ai processi legati allo spirito e all’intelletto, non sono scollegati da quelli più legati alla fisicità e alla terra. Anzi, senza un equilibrio verso il basso, non è possibile un equilibrio verso le sfere più alte di conoscenza e di coscienza.
Se ci spostiamo verso altre culture, quali quella islamica, vediamo che i campi della conoscenza e la spiritualità non erano tra di loro separati, soprattutto tra i grandi mistici dell’Islam.

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La statua di Ibn Sina, matematico, medico e filosofo, più noto come Avicenna.

Uno tra questi, forse il più noto, è stato Ibn Sina, più conosciuto con il nome di Avicenna, che fu matematico, medico, filosofo, e seppe unire l’aspetto spirituale con quello scientifico. Anzi, per alcuni Avicenna fu uno dei massimi scienziati non solo del mondo islamico, ma di tutti i tempi.
Un altro esponente da segnalare di questo mondo spirituale fu Ibn Rushd, noto a noi con il nome di Averroè, che si occupò di un numerose problematiche, dalla fisica alla medicina (dove scrisse un importante testo, il Kulliyyāt, tradotto anche in latino con il titolo di Colliget), alla religione, ma anche dei rapporti tra pensiero razionale e religione islamica, studiando ed esaminando in particolare quella corrente di pensiero nota come Mutazilismo, il cui intento era appunto quello di cercare i rapporti tra scienza e religione.
Tutto lo sviluppo matematico come noi lo conosciamo non è stato mai visto come indipendente dalla sfera spirituale. Sempre rimanendo nel mondo islamico, Muhammad Ibn Musa, noto come Al Kuwarizmi, non separò mai la sfera spirituale da quella matematica. Al Kuwarizmi fu ritenuto – assieme con Diofanto – l’iniziatore dell’algebra moderna. Anche il mondo orientale non ha mai separato la spiritualità dalla scienza, considerandole sempre vicine. Come appare da questa panoramica, in passato l’aspetto spirituale e quello scientifico erano strettamente connessi. Ed in particolare la visione della conoscenza era globale, senza separazioni o barriere, come si ritrovano oggi.

Una scienza che deve riconquistare una visione globale
La visione moderna della scienza invece è, come abbiamo visto, poco legata all’uomo, dato che considera uomo e realtà esterna come staccati uno dall’altro. Appare interessante, a questo proposito, la definizione che di scienza fornisce il dizionario Sabatini – Coletti: “Attività speculativa intesa ad analizzare, definire e interpretare la realtà sulla base di criteri rigorosi e coerenti”. Una definizione che pone la scienza esclusivamente come mezzo di indagine della realtà, che viene però vista come separata dall’uomo.

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Ritratto di Auguste Comte, padre del Positivismo.

Identificare l’origine di questa visione della scienza può non essere così immediato: ma forse la separazione netta tra umanistico e scientifico deriva da quella corrente di pensiero nota come Positivismo (il cui termine fu utilizzato per la prima volta da Henri de Saint Simon), che ebbe forse come massimo esponente Auguste Comte, il quale venne ritenuto anche l’iniziatore della moderna sociologia (un termine di sua creazione).
Contrapponendosi all’Idealismo, il quale vedeva la realtà come riflesso e specchio della realtà interiore, il Positivismo pone l’accento sullo studio naturalistico e sulla realtà esterna che vede indipendente da quella interiore.
Alla base di questa separazione tra scientifico e spirituale, identifico anche una visione spirituale che si è sempre più spostata verso il dogmatismo. Una visione che, quindi, toglieva ogni valore di ricerca alla spiritualità, riconducendola ad un puro aspetto di enunciazione di precetti e di strutture a priori. Inoltre, mancando l’aspetto di ricerca nella spiritualità, apparivano delle forti intromissioni di questa con qualsiasi tipo di sviluppo scientifico e di pensiero, sino a togliere valore all’esperienza sensoriale, se questa andava a negare dei dogmi che venivano posti a priori. Il caso Galileo è uno dei più tristemente famosi. E’ nota, in particolare, la frase di un cardinale dell’epoca, il quale affermava di fidarsi di più dei testi sacri che di quello che poteva osservare con i suoi occhi.
In linea di massima, se ci si sposta su un piano puramente di ricerca e di introspezione, tutto questo potrebbe avere un significato. La realtà non è sicuramente come appare: e questo è dimostrato. Tuttavia questo assunto non deriva da un’enunciazione dogmatica, bensì da un’analisi e da un’elaborazione che va oltre la percezione fisica tangibile. Questo invece, nel caso del dogmatismo, non si verifica, in quanto il tutto viene posto in un “a priori” avulso dalla conoscenza. Mentre, in una prospettiva più globale, è l’oggetto stesso a non essere come definito o percepito, perché si cerca un oltre, e non si accettano più dogmi e strutture preconcetti.
Forse, è questo modo di vedere la realtà da parte della spiritualità che ha portato ad una scienza avulsa dall’aspetto umano e spirituale. Una scienza che, insomma, garantisse la piena “oggettività” della descrizione della realtà. Una descrizione, in sostanza, che non lasciasse spazio a possibili interpretazioni.
La frase “la Matematica non è un’opinione” vuol dire proprio questo: che nessuna teoria matematica può essere smentita in base ad opinioni personali, ma soltanto in base a dati oggettivi. Dati che devono dimostrare, calcoli alla mano, che in qualche punto questa teoria non è corretta o può essere superata da qualcosa d’altro. Non basta quindi dire: “non sono d’accordo”.

Scienze soggettive e scienze oggettive
Questo modo di vedere è corretto, senza dubbio: se non fosse così, sarebbe impossibile poter utilizzare il linguaggio matematico in maniera efficace in molti campi della conoscenza umana. L’oggettività è un elemento importante delle scienze cosiddette esatte. Senza di questa, credo che un vero sviluppo scientifico sarebbe impossibile.
In base a quanto definito ora, possiamo, quindi, parlare di “scienze soggettive” e di “scienze oggettive”, invece che di scientifico e umanistico? Una definizione di questo tipo appare più pertinente.. Da una parte abbiamo un mondo “soggettivo”, dove le interpretazioni sono possibili, mentre dall’altra abbiamo un mondo “oggettivo”, dove le interpretazioni non sono possibili. Da una parte abbiamo accordo e disaccordo in base ad opinioni, mentre dall’altra abbiamo dati oggettivi, che non possono essere smentiti che da altri dati, fisici o mentali. Atti a dimostrarne la parziale o la totale inesattezza. L’oggettività è la base di quelle che vengono comunemente definite come “osservazioni scientifiche”. Assieme ad altri due parametri, la comunicabilità e la ripetibilità. Nell’ottica scientifica odierna, quindi, tutto ciò che può essere definito come “scientifico” deve essere, oltre che oggettivo (quindi vero per tutti), anche ripetibile e comunicabile, matematicamente o ripetendo l’esperimento.

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Sua Santità il Dalai Lama.

Per questo fatto, quella che da molti, Dalai Lama compreso, viene definita “scienza della spiritualità”, non rientra nei parametri di scienza nel senso stretto del termine. Infatti, l’esperienza spirituale è unica, soggettiva, non comunicabile e irripetibile, almeno nella sua essenza. C’era anche chi diceva che la spiritualità non può essere comunicata, ma solo sperimentata. Da una parte, quindi, abbiamo un carattere empirico di spiritualità, ma dall’altra abbiamo un carattere fortemente soggettivo della spiritualità stessa. Un carattere che, quindi, la pone fuori da una definizione di scienza, come viene almeno intesa oggi.
Tuttavia, nel recente passato, la definizione di scienza come è stata posta è venuta meno, in quanto essa pone come parametro fondamentale la certezza. Quando si parla di oggettività, infatti, occorre essere certi di quello che si percepisce, diversamente, non si può parlare di oggettività. Occorre altresì una grande certezza e fiducia di quello che i sensi ci riportano sulla realtà, della nostra capacità di misurarla, di astrarla, e così via.
Non a caso io ho definito l’800, secolo in cui è nato il Positivismo, come il “secolo della certezza”. Un secolo che, facendo seguito al periodo illuminista, ha posto la ragione al vertice di qualsiasi processo di elaborazione, contrapponendola a quanto si può definire “irrazionale”. Una concezione di certezza che, però, ha secondo me portato ad abbarbicarsi a certezze precostituite, anche in maniera dogmatica. E, ove questa certezza veniva meno, perché minata da proposte alternative, la scienza si chiudeva in assunzioni sovente dogmatiche, che in alcuni casi potevano quasi prescindere dall’osservazione. Tra queste, uno dei dogmi della biologia molecolare è quello che il Dna è aperto alla comunicazione solo in uscita, che quindi non può ricevere informazioni. Un’affermazione dei tutto smentita, ad esempio, dal fatto che il Dna ha una struttura a doppia elica, il che farebbe ipotizzare che un’elica può trasmettere mentre un’altra può ricevere. Ma questo, da quella che viene definita scienza moderna, non è accettato.
Se, quindi, da una parte abbiamo una scienza che, grazie a questa presunta certezza, ha prodotto grandi sviluppi, dall’altra abbiamo una scienza che, proprio in nome di un’affermazione aprioristica di certezza, rifiuta tutto quanto non rientri in determinati parametri fissati in maniera rigida.
Con il ‘900, comunque, tutto questo è entrato in crisi, e la visione della scienza cambia completamente. Aprendo a prospettive del tutto nuove, di cui parleremo nella prossina puntata.

                                                                                                            (1a puntata-continua)

Sergio Ragaini
Nato a Milano. Laureato in Matematica, ha sempre visto la matematica e la fisica come una sorta di “sesto senso”, che ci fa intuire nuovi mondi, anche dentro di noi. Cercando una visione unitaria dell'uomo e della cultura, si è occupato di diverse cose, spaziando dall'insegnamento al giornalismo. Ha collaborato con diverse riviste, occupandosi dei più disparati argomenti, dal cinema al turismo, alla spiritualità. Parte importante, per lui, è anche la musica, che pratica attivamente, e che per lui è anche un modo per andare al cuore dell'uomo.