Alle radici del terrorismo

Una psicologa analizza il fenomeno criminale di violenza e terrorismo

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Odio, povertà, ignoranza, bisogno di rivalsa, lavaggio del cervello…Le motivazioni la base del terrorismo.

Viviamo in una società in cui le emozioni, le sensazioni, i sentimenti, in positivo e in negativo, guidano la vita e la sopravvivenza di ognuno di noi. Ogni singolo momento della nostra esistenza presuppone un evento che ci porta a vivere un particolare stato d’animo, appunto un’emozione. La paura è quella predominante. Paura del terrorismo. Paura di perdere il lavoro. Paura di diventare povero. Paura delle malattie. Paura dell’altro. Sino ad arrivare alla paura della paura.

Vivere quasi perennemente nella paura
Le radici del terrorismoQuesto vivere quasi perennemente nella paura comporta una sfiducia nelle istituzioni, nella cultura e, purtroppo anche in noi stessi. È un vivere quasi continuo nella sensazione di un pericolo imminente, verso il quale non siamo in grado di reagire. Ci si sente sopraffatti. Questa paura viene anche alimentata dai media, da alcuni politici, creando confusione, portando a una violenza quasi irrefrenabile.

I vari atti di terrorismo, avvenuti in passato, hanno lasciato un segno dentro ognuno di noi. Apparentemente silente, esplode nel momento in cui una causa stimolo lo sollecita. In uno studio sulle emozioni condotto da Gruebner et al. nel 2016, un anno dopo l’attacco terroristico a Parigi, si è osservato che le emozioni che le persone manifestavano, erano la paura e la tristezza. Esse erano predominanti particolarmente intorno ai luoghi in cui erano avvenuti gli attacchi.
La cosa interessante è stata il riscontrare la ricomparsa della paura un anno dopo gli assalti, in seguito a un terribile incidente avvenuto in Place de la République che riprodusse un rumore simile all’aggressione terroristica, creando panico nella gente.

La matrice della violenza nell’attacco terroristico
Purtroppo recentemente abbiamo avuto modo di vedere e ascoltare notizie relative all’attacco terroristico di Hamas in Israele, che ha sconvolto tutti per la brutalità. Ci si chiede, allora, cosa possa determinare tale violenza nel non rispetto della vita umana. Qualunque sia la matrice dell’attacco terroristico, il risentimento è il terreno comune. Tale risentimento è alimentato da frustrazioni accumulate nel tempo, alcune volte vissute direttamente, altre volte trasmesse in modo indiretto, come avviene per i jihadisti islamici, attraverso la religione e la cultura.

Interviene anche la ricerca di un’identità, di essere un eroe, di avere uno “status”, ovvero una identità distinta e feconda, di essere qualcuno diverso da ciò che si è: spesso un rifiutato, uno stigmatizzato. Alcuni tipi di personalità sono più predisposte alle ideologie radicali che promettono gloria e di avere un significato, un valore. La conseguenza è che chi tende a voler soddisfare questi bisogni, è più predisposto ad accettare questo tipo di ideologie. Il terrorismo, quindi, tende a dare un senso alla loro vita, un’appartenenza, giustificando i loro comportamenti raccapriccianti.

Una motivazione più profonda e pericolosa

Le radici del terrorismo
Foto di Geralt da Pixabay

I gruppi estremisti con le loro ideologie, a cui molti si uniscono, non fanno altro che aiutare i loro adepti ad affrontare le insicurezze, le incertezze, verso se stessi e il mondo. Ma al di là di queste motivazioni, tra cui possiamo inserire la povertà in cui può vivere chi si unisce al gruppo, c’è spesso una motivazione più profonda e pericolosa: la vendetta per i torti subiti. Inoltre il vivere in gruppo, il condividere tanti momenti insieme, diminuisce la percezione del rischio.

Questo processo viene definito Shift Risky. A tale condivisione del rischio, si unisce una deumanizzazione delle vittime, considerate nullità e disprezzate. Perdono di ogni valore e sembianza umana. Uccidendole diminuisce momentaneamente quel risentimento che alberga dentro di loro e che sovente viene alimentato dando un’immagine del nemico ancora peggiore. Il vivere in un continuo stato di allerta li porta a dare importanza anche a ciò che può sembrare banale.

Un odio profondo nei confronti della società

Occorre uscire dall’idea che i terroristi non abbiano una sanità mentale, proprio perché gli attentati sono pianificati nei minimi particolari e coloro che vi partecipano non possono presentare squilibri mentali. Infatti gli stessi leader e recruiter sono altamente selettivi ed eliminano tutti coloro che sono mentalmente instabili, inaffidabili e imprevedibili, quindi dannosi per l’organizzazione stessa.
Se vogliamo meglio considerare ciò che accomuna, dal punto di vista psichico, i vari terroristi, possiamo dire che presentano una rigidità mentale che impedisce loro di poter trovare qualsiasi compromesso e di vedere le cose da prospettive differenti, oltre ad avere una percezione della realtà deformata dal profondo odio nei confronti della società.

Le radici del terrorismo
Parigi: ricordo dell’attacco alla rivista Charlie Hebdo (Foto di misign da Pixabay).

Il diverso modo di affrontare la vita a causa di ideali e culture differenti, alimenta la paura per ciò che non si conosce e non si può prevedere. Il passo, allora, dalla paura al terrore è breve. Quando questo accade è perché non si è riusciti a elaborare mentalmente i vari eventi traumatici e non si possono, così, attuare i meccanismi di difesa psicologica, per cui si rimane paralizzati e attoniti. Occorre allora recuperare le proprie risorse interiori per riadattarsi a una nuova realtà.

Gli atti terroristici ci fanno perdere il controllo della realtà e della quotidianità ed è proprio riprendendo in mano le nostre abitudini, la nostra routine, le nostre consuetudini, che potremmo recuperare la nostra sicurezza e un certo equilibrio. L’obiettivo del terrorismo, attraverso omicidi spettacolari, è di terrorizzare le masse, di limitare la libertà, di inibire la cultura, l’informazione e gli scambi sociali in modo tale da poter maggiormente gestire le persone sopraffatte dalla paura.

Affinché ciò non avvenga, occorre continuare a vivere la quotidianità e non cadere nella rete della psicosi. La normalità e la libertà prendono forma dalle piccole cose. Noi possiamo e dobbiamo combattere coloro che vogliono toglierci ciò per cui abbiamo lottato.L Dobbiamo pertanto tenere sempre ben presenti alcune parole chiave che sono, per noi tutti, fonte di speranza e di reazione: coesione, solidarietà, rispetto e soprattutto cultura, quella cultura psicologica utile per proteggere e far maturare gli aspetti positivi di ogni individuo.

foto di copertina: Combattenti di Al Quaeda, da Wikipedia.

Psicologa, psicoterapeuta, trainer in comunicazione e PNL