Quel che resta… dopo un amore

Contro la violenza sulle donne, una pièce che denuncia la cultura dello stupro

Palcoscenico 600

A colloquio con Monica Faggiani, attrice, autrice, psicologa, impegnata in teatro e a livello sociale.

Quel che resta... dopo un amoreUn faretto illumina la scena, dove su otto seggioline rosse c’è una serie di oggetti, una bambola bionda, dei libri, dei dischi, un abito e, per terra, un paio di eleganti scarpe nere tacco 12. Siamo a Milano nel Teatro laboratorio di Roberto Cajafa, che ospita lo spettacolo Quel che resta (a proposito di mobbing shocking e altre amenità), scritto, diretto e interpretato Monica Faggiani.

Lei entra in scena con un bell’abito di voile rosso, ballerine rosse ai piedi, i lunghi capelli castano chiaro, quasi biondi grazie ai riflettori, e un bel sorriso. In realtà il suo racconto, che attinge alla sua esperienza personale, è drammatico.

È, come dice il sottotitolo, una storia di mobbing: il suo capo, amato, ammirato, che sembrava ricambiarla con un sentimento di stima, affetto, di solida amicizia e forse amore, nel momento che lei manifesta di staccarsi da un rapporto di sudditanza e di dipendenza, la punisce che un mobbing che diventa quasi stalking, tanto da crearle la paura che lui si vendichi con azioni violente.

Lei ride, sorride, piange e, facendo della sua storia quella di tante donne, coinvolge il pubblico femminile – condividendo esperienze di manipolazione che la maggior parte di noi ha vissuto – fino a che riesce a dire basta, basta all’asservimento, all’illusione di promesse mai mantenute e soprattutto alla violenza, soprattutto psicologica e verbale.

Quel che resta... dopo un amore
©foto di Manuela Pompas

Attrice, doppiatrice, psicologa… guerriera
Incontro Monica Faggiani dopo averla vista nel suo spettacolo.  Lei aveva deciso di fare l’attrice “di teatro drammatico” già a quattro anni. Una bella carriera: ha lavorato in teatro con molti tra i più importanti registi italiani, qualche film, dal 2009 al 2016 ha diretto prima la Scuola di Teatro Teatri Possibili – in cui ha curato la Direzione Didattica ed Organizzativa della Scuola e ideato particolari progetti formativi – e poi dal 2016 al 2018 è stata Direttrice Organizzativa di Teatro Libero. Laureata in Psicologia, è diplomata come Counselor Teatrale e Counselor in Programmazione Neurolinguistica Sistemica.

Le chiedo se si è veramente trovata nella situazione che descrive in scena.
«Mi sono trovata in una dinamica relazionale, per cui ci sono stati degli squilibri di potere emotivo, psicologico. È stata una bella relazione, anche se tumultuosa. Nel momento in cui la storia sentimentale si è conclusa, tutto quello che era affettivo si è spostato nella sfera professionale.

In qualche modo ho vissuto quelle che sono le dinamiche del mobbing, che sono molto subdole, sottili, con cui comunque si collude, perché le dinamiche di potere, che appartengono alla nostra vita sono sempre collusive, cioè noi diamo spazio all’altro per mettere in atto questo tipo di relazione. Quindi io mi sono sentita incastrata all’interno di un gorgo, che ti porta giù.

Poi, lo sappiamo bene, non è facile uscire da questo tipo di relazioni. Sono stata fortunata, perché non solo avevo una rete di protezione molto forte di amicizie, ma mi sono fatta seguire da una psicoterapeuta, con cui mi aveva già aiutata in passato, che mi ha accompagnata in questo percorso di riaffermazione di me e di capacità di comprendere le dinamiche che sottendono a me, perché mi ero trovata in questo tipo di relazione.

Quel che resta... dopo un amore
Monica nella seconda parte della piéce, in nero. ©foto di Manuela Pompas

©foto di Manuela Pompas©foto di Manuela Pompas

Non colpevolizziamo le donne
E dovendo prendere una seconda laurea come counselor, mi sono fatta seguire anche per un percorso didattico. È vero che in qualche modo noi permettiamo la relazione malata, però non bisogna per questo colpevolizzare le vittime di queste circostanze, che entrano in una dinamica antica, che dipende molto da ciò che si è vissuto, dal proprio percorso di vita e viene tramandata anche a livello inconscio da secoli di patriarcato, in cui la donna doveva subire.

Quel che resta l’ho scritto 8 anni fa e l’ho portato dappertutto, anche nelle scuole e persino a New York, in un festival dove è stato accolto molto bene, perché lì c’è una grande consapevolezza su queste tematiche. Quello che cerco di raccontare è come una certa idea d’amore, con cui noi cresciamo fin da quando siamo piccole, è un’idea che non è realistica: da una parte non esiste il principe azzurro né “e vissero felici e contenti”, perché i problemi ci sono anche nelle coppie che funzionano e rimangono legate tutta la vita, ma soprattutto l’idea che ci viene tramandata anche dalla letteratura, i film, è che l’amore debba essere sturm und drang, che debba portare sofferenza, fatica.
No, l’amore deve essere gioioso, bello, e questo è un grande percorso che si deve fare anche con le nuove generazioni, pensare che l’amore è un valore aggiunto della nostra vita e quindi deve portare bellezza, armonia, gioia, serenità, pace.

Quando l’amore fa stare male, non è amore

Quel che resta... dopo un amore
Foto di Engin_Akyurt, da Pixabay.

E quando non è amore è meglio allontanarsi. Penso che non si possa essere felici nelle relazioni se non si è trovata una centratura personale, il proprio centro, il proprio modo di stare con se stessi, che non è solitudine, ma ricerca.
C’è sempre questa mentalità che una donna sola, poverina, deve essere protetta, aiutata. L’importante è che le nostre siano scelte consapevoli del nostro percorso di vita. Bisogna sradicare questa cultura che la donna debba stare in una relazione, debba avere qualcuno che si occupi di lei.

Credo che una grande autodeterminazione di indipendenza per la donna sia quella economica. Io sono cresciuta con l’idea – e per questo ringrazio mia madre – che io dovessi essere autonoma economicamente e questo aiuta molto, sappiamo che la dipendenza psicologica ma anche economica è alla base di tanti brutti casi che accadono, se la donna se non è indipendente e magari con bambini piccoli nel momento in cui vuole interrompere una relazione dove va?».

Nasce Amleta, il Me Too italiano

Quel che resta... dopo un amore
Monica Faggiani nella foto di “Amleta”

Anche per sottrarsi alle dinamiche portate avanti da una mentalità maschilista che predomina in molti ambienti, compreso quello dello spettacolo, Monica ha fondato con 28 colleghe Amleta, un’associazione di promozione sociale il cui scopo è contrastare la disparità e la violenza di genere nel mondo dello spettacolo. Recita il suo sito “è un collettivo femminista intersezionale che punta i riflettori sulla presenza femminile nel mondo dello spettacolo, sulla rappresentazione della donna nella drammaturgia classica e contemporanea ed è un osservatorio vigile e costante per combattere violenza e molestie nei luoghi di lavoro. Discriminazioni, stereotipi, sessismo, abusi, gender gap, gender pay gap, gestione dei fondi pubblici: questo è il problema!”

«Amleta è nata durante il primo lockdown, prima come collettivo e poi si è costituito come associazione di promozione sociale, È nata proprio da quell’esigenza che provavo come singola all’interno del mondo dello spettacolo di fare rete rispetto a tutte le questioni di genere. Ho sempre portato avanti idee e ideali rispetto al femminismo intersezionale, però lo facevo singolarmente o con alcune amiche con cui mi interfacciavo. Durante la pandemia, il fatto di potersi ritrovare trasversalmente in tutta Italia con le piattaforme sono nate associazioni di categoria e all’interno di queste ci siamo ritrovate senza conoscerci, un gruppo di 28 attrici, autrici, registe, che sentivano questa esigenza e ci siamo messe insieme e ci siamo accorte che il lavoro da fare è tantissimo.

Le donne del mondo dello spettacolo sono solo il 30 per cento

premiazione Amleta
La premiazione delle protagoniste del collettivo di  “Amleta” da parte di Amnesty International.

Innanzitutto un lavoro di rappresentazione, cioè di conoscenza di numeri, di quante sono le donne nel mondo dello spettacolo, in particolare nel teatro, e abbiamo fatto una prima mappatura contando le presenze femminili nei teatri che ricevono sovvenzioni pubbliche.

Tra breve ne uscirà una nuova che abbiamo fatto con l’Università di Brescia. A livello complessivo le donne nel mondo dello spettacolo sono il 30%, ma le autrici e le registe sono intorno all’8-10%, 15%. Questo vuol dire che lo sguardo è maschile così come lo è il tipo di narrazione. Poi, paradossalmente, in platea è soprattutto femminile: l’Istat ci racconta che in realtà sono le donne ad andare a teatro e poi a portare i compagni e amici. Quindi non si vedono rappresentate.

Quindi abbiamo costruito un test, che si chiama “test Amleta”, a cui abbiamo allegato un contest di drammaturgia, proprio per cercare di aiutare a rendere accettati i personaggi femminili.
Vero è che bisogna partire a monte, bisogna dare spazio alle drammaturghe, alle registe, per far sì che ci sia un nuovo sguardo, nuove storie.
Ovviamente ci occupiamo anche di tutta quella spinosa vicenda che è la violenza di genere, presente nel mondo dello spettacolo in maniera molto forte.

Fare rete per fermare la violenza

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L’Associazione Differenza Donna.

Adesso le cose si stanno muovendo. Noi abbiamo aperto una mail assolutamente anonima, osservatoria.amleta@gmail.com che raccoglie le testimonianze che, ripeto, rimangono anonime anche a noi (solo alcune di noi leggono le mail per mettere in relazione queste persone con le avvocate).

E facendo rete con Differenza Donna (donne in rete contro la violenza), una grande associazione che si occupa di contrastare la violenza all’interno di vari settori, hanno avvocate formate su queste questioni, dove è possibile intervenire, abbiamo alcuni procedimenti legali in atto di cui non possiamo ancora parlare ma stanno facendo il loro iter e in alcuni casi sosteniamo anche economicamente le donne.
Purtroppo il Governo ha tolto il 70% dei fondi alle Associazioni dei gruppi che si occupano di antiviolenza, che invece servono ad accogliere, a occuparsi, a seguire legalmente.

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©foto di Manuela Pompas

Tante dinamiche abusanti
Ci sono dinamiche abusanti a vari livelli, compreso il ricatto sessuale, soprattutto dove ci sono figure importanti se non cedi il rischio è di scomparire dal modo dello spettacolo.
Speriamo che il nostro impegno possa essere una lente di ingrandimento per ogni tipo di ambiente. Sappiamo che non c’è donna, ragazza, che non abbia subito u qualche tipo di abuso, di molestia, dal catcalling per strada, ai palpeggiamenti sull’autobus, a piccole grandi forme di ricatto, tutte le donne, fin da piccole c’è questa paura a girare da sole per strada, che si devono difendere.

Tutto questo deve finire
Ci deve essere un cambiamento di assunzione di responsabilità da parte di tutte e di tutti. Il problema è soprattutto della nostra cultura che ha una struttura patriarcale che in qualche modo alimenta se stessa. Per cui la donna che vuol essere libera e indipendente

A una donna su dieci non è stato permesso di lavorare. Le donne indipendenti fanno paura. Il maschile non è ancora pronto ad accettare che le donne abbiano deciso di interrompere quel predominio che è stato per millenni degli uomini. Questo processo culturale va fatto insieme perché le strutture patriarcali danneggiano la donna quanto danneggiano l’uomo che non ha la possibilità di essere quello che è, essere uomo a tutti gli effetti, con le sue fragilità, le sue paure, è un lavoro profondo e culturale.

Le donne indipendenti fanno paura

Tina Lagostena Bassi
L’avvocata Tina Lagostena Bassi (1926 – 2908) si batté per i diritti delle donne.

Deve cambiare il fatto che gli uomini dovrebbero lavorare su di sé sulla autoconsapevolezza, un po’ come le donne hanno fatto negli anni ’70 con i gruppi di autocoscienza, che sono serviti a fare un percorso di autodeterminazione, questo percorso lo devono fare anche loro. Alcuni stanno incominciando, speriamo.

Forse il caso di Giulia Cecchettin potrebbe creare un divario, un po’ come accadde per la strage del Circeo, che permise di arrivare grazie al lavoro delle femministe e delle avvocate, soprattutto a Tina Lagosteni Bassi (celebre avvocata impegnata nella lotta per i diritti delle donne) ad avere dopo 20 anni da quel caso agghiacciante – dove a stuprare non erano stati ragazzi di strada ma ragazzi bene, della Roma pariolina – la nuova legge sullo stupro, non più contro la morale, ma contro la persona.

Quindi voglio sperare che da qui a 15-20 anni le cose possano cambiare. E noi stiamo lavorano adesso per le generazioni future»•

Un cambiamento anche nelle forze dell’Ordine
Un altro problema viene dalle forze dell’Ordine che davanti alle denunce delle donne spesso sminuiscono, come fossero normali scaramucce di coppia.
«Parlando con la giudice Paola di Nicola – che si occupa di violenze e con il marito ha stilato le regole del Codice rosso – lei dice che la grande formazione a fatta anche sulle Forze dell’Ordine, che non sono pronte a livello strutturale, psicologico, cognitivo, interpersonale, a nessun livello, a fare questo lavoro, quindi devono seguire corsi di formazione con giudici, psicologi, in cui venga raccontato loro quali sono i segnali per riconoscere la violenza, perché le leggi ci sono e quindi come applicarle per intervenire tempestivamente. Non è possibile che tutte queste donne che vengono ammazzate avevano denunciato e queste denunce erano cadute nel vuoto.

Insegniamo fin da bambini la cultura del rispetto

bambini. Foto di Beessi da
Foto di Beessi da Pixabay

E ricordiamoci che il femminicidio, cioè la morte, è la punta dell’iceberg, di quella piramide chiamata cultura dello stupro, che comprende la fragilità psicologica, ma anche economica, perché magari sei innamorata, oppure non sai dove andare, il compagno che minaccia di togliere i bambini…

È un processo completo, ma lunghissimo, quindi anche noi donne dobbiamo riconoscere i segnali, ma la responsabilità, anche di una sberla, non è della donna. Però se la donna è autonoma prima della relazione, quella relazione l’affronti in un modo diverso, ma soprattutto sai che te ne puoi andare.

I problemi ci sono ancora anche nelle nuove generazioni, dove il ragazzo ti controlla il telefono, non accetta che tu esca la sera con le amiche in discoteca, da qui si crea “non andare a lavorare”, “occupati dei figli”; e da qui si inanella la cultura della violenza. Si deve cominciare da bambini a fare un lavoro di educazione all’affettività, alla cultura del rispetto, perché già superati i 3 anni si incomincia a a creare il divario di genere a livello strutturale, in famiglia e nella scuola, il bambino può fare delle cose e la bambina delle  altre.

Giornalista, scrittrice, ipnologa, è considerata un'importante divulgatrice nel campo della medicina olistica, la ricerca psichica, la psicoterapia transpersonale. Ha scritto numerosi libri su questi argomenti e la sua ricerca cardine riguarda la reincarnazione attraverso l'ipnosi regressiva. Spesso ospite nei convegni come relatrice sulle tematiche che riguardano la sopravvivenza, è stata spesso in radio e in Tv e ha condotto anche trasmissioni in una Tv privata. Mailto: manuela.pompas@gmail.com