La rivoluzione al femminile

L'omicidio di Giulia Cecchettin ha smosso la coscienza collettiva. Speriamo

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Per prevenire i femminicidi in aumento occorre intervenire a monte, su cultura e linguaggio

«Il femminicidio è spesso il risultato di una cultura che svaluta la vita delle donne, vittime proprio di coloro avrebbero dovuto amarle e invece sono state vessate, costrette a lunghi periodi di abusi fino a perdere completamente la loro libertà prima di perdere anche la vita».

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Giulia Cecchettin (Screenshot TGR Veneto – RaiNews)

Perfetta definizione data da Gino Cecchettin, padre di Giulia Cecchettin, ai funerali della figlia appena ventiduenne.

A metà novembre 2023 Giulia, che abitava a Vigonovo (Venezia), era stata prima sequestrata dall’ex fidanzato, Filippo Turetta, e poi uccisa da lui con più di venti coltellate.

Il suo corpo è stato ritrovato dopo una settimana dalla scomparsa in un canalone presso il lago di Barcis, in provincia di Pordenone.Dopo una lunga fuga, Turetta è stato fermato in Germania. E ora è in carcere a Verona.

«Come può accadere tutto questo?»

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Gino Cecchettin (Screenshot TGR Veneto – RaiNews)

«Come è potuto accadere a Giulia?», ha continuato il signor Cecchettin, nel discorso che ha scritto e letto alle esequie della figlia. «Ci sono tante responsabilità, ma quella educativa ci coinvolge tutti: famiglie, scuola, società civile, mondo dell’informazione…
Mi rivolgo per primo agli uomini, perché noi per primi dovremmo dimostrare di essere agenti di cambiamento contro la violenza di genere».

Proprio nel giorno dell’addio a Giulia, mentre il padre pronunciava queste parole così lucide, puntuali, consapevoli, in Sicilia una donna di 50 anni veniva aggredita dal marito, che l’ha sfregiata con l’acido. L’ultimo atto di una lunga serie di violenze domestiche. Per questo motivo, assieme alla figlia minorenne, nata da una precedente relazione, aveva cercato protezione in una comunità.

Nel frattempo, a Padova, Gino Cecchettin proseguiva: «Parliamo agli altri maschi che conosciamo, sfidando la cultura che tende a minimizzare la violenza da parte di uomini apparentemente normali. Dovremmo essere attivamente coinvolti, sfidando la diffusione di responsabilità, ascoltando le donne, e non girando la testa di fronte ai segnali di violenza anche i più lievi. La nostra azione personale è cruciale per rompere il ciclo e creare una cultura di responsabilità e supporto».

«Fate rumore»

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I fratelli di Giulia, Elena e Davide, con la nonna Carla Gatto (Screenshot TGR Veneto – RaiNews 2I

Ad abbracciare papà Gino, quel giorno, è arrivato anche Vincenzo Gualzetti, papà di Chiara, vittima di femminicidio nel giugno 2021 a Monteveglio, in provincia di Bologna. Non aveva compiuto ancora 16 anni, Chiara.

A Padova, a salutare Giulia Cecchettin, c’erano in tutto circa diecimila persone. Al termine della funzione, all’uscita dalla chiesa della bara ricoperta da rose bianche, si è alzato un tintinnio di chiavi.
Un gesto dal valore simbolico molteplice, fatto anche qualche giorno prima, in molte piazze, il 25 novembre, nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Un modo per accogliere l’esortazione di Elena Cecchettin, sorella di Giulia, all’indomani del tragico epilogo per la loro famiglia.

«Per Giulia – per tutte le vittime di femminicidio – non fate silenzio, ma fate rumore», aveva chiesto Elena. Le chiavi di casa sono anche un emblema di quei rientri in solitaria, di sera tardi, quando si presta particolare attenzione a non essere seguite da eventuali aggressori. Fanno anche pensare alla dimensione domestica, che spesso, per molte persone, anziché culla e nido diventa prigione e inferno.

Riflessioni

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Denise Husted da Pixabay.

Lacrime, applausi, palloncini bianchi, alcuni a forma di cuore, liberati in cielo a Saonara, dove si è tenuto il rito funebre per Giulia, in forma privata. La sensazione – oltre che la speranza – è che, nelle coscienze, oggi ci sia forse una luce diversa.

Un differente desiderio, un rinnovato bisogno di sapere e capire, di inquadrare relazioni, ruoli e conflitti di genere all’interno di scenari più complessi, articolati, multidimensionali.
Prima di provare a raccontare questi passaggi, però, premettiamo subito: i femminicidi restano un’emergenza nel nostro Paese, un fenomeno che continua ad aumentare in modo preoccupante.

Oltre 100 vittime nel 2023

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Il 25 novembre ricorre la giornata mondiale contro la violenza alle donne.

Il quadro che ci ha fornito il Viminale, all’indomani del sequestro e dell’uccisione di Giulia Cecchettin da parte del suo ex fidanzato, indicava 105 vittime femminili in Italia dall’inizio dell’anno.

Poco prima dell’omicidio della giovane Cecchettin, in Calabria, Francesca Romeo, una dottoressa di 67 anni della guardia medica, è stata vittima di un agguato a colpi di fucile.

Sempre qualche giorno prima, a Capodrise, in provincia di Caserta, Patrizia Lombardi Vella, 54 anni, è stata strangolata, presumibilmente dal figlio. Un numero che è destinato ad aumentare fino alla fine del 2023, a cui si è aggiunta, per esempio, la morte di Vincenza Angrisano, ad Andria, in Puglia, accoltellata dal marito. Cinque giorni prima era finita in ospedale aggredita dal consorte, come aveva raccontato la donna in un audio a un’amica.

Shock collettivo

Qualcosa, però, è cambiato, dicevamo. Non per quello che riguarda le statistiche e la cronaca quotidiana, lo ribadiamo. Tuttavia, la paura, l’indignazione, l’orrore provato da molti, di fronte a un simile massacro, hanno assunto, questa volta, sfumature diverse, con nuove consapevolezze e ulteriori riflessioni e domande.

L’omicidio di Giulia Cecchettin sembra avere segnato un prima e un dopo. A colpire così tanto la sensibilità collettiva è stata la giovane età di vittima e carnefice – entrambi ventiduenni. Un’apparente normalità, quello di un contesto socio-culturale alto del ricco, studioso e operoso Nord-Est della Penisola: la vittima a un passo da un importante traguardo con cui si inaugura la propria vita da adulti, quello della laurea, la dignità ammirevole di un padre, Gino Cecchettin, che ha perso una figlia e, pochi mesi prima, per una malattia, era scomparsa anche la moglie Monica, madre di Giulia e dei suoi fratelli, Elena e Davide.

Moderna Antigone

Da Ufficio Stampa Mediaset
Paolo del Debbio intervista Elena Cecchettin, sorella di Giulia (Ufficio Stampa Mediaset).

Come abbiamo anticipato, un’altra voce che si è levata e ha scosso le coscienze. Accanto a quella del padre Gino, è stata quella di Elena, la sorella di Giulia che ha saputo parlare davanti alle telecamere con grande lucidità, nonostante lo strazio, riuscendo a trasformare la sofferenza privata in una questione politica, parlando di “omicidio di Stato”.

Per questo Elena Cecchettin è stata paragonata – per esempio dalla scrittrice Chiara Valerio – a una moderna Antigone, personaggio della tragedia greca che fece diventare la sua lotta una battaglia collettiva. Su Instagram, ha citato la poesia dell’attivista peruviana Cristina Torres Cáceres, impegnata, per diversi anni, nel movimento Ni una menos contro il patriarcato e la violenza di genere: “Se domani sono io, se domani non torno, distruggi tutto. Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima”.

«Bruciate tutto»

«Per Giulia non fate un minuto di silenzio, per Giulia bruciate tutto», ha ripetuto Elena, nei giorni più bui, in cui è riuscita a tenere accesa una luce. Come quella della fiaccolata organizzata per Giulia, a Vigonovo. «L’assassino di mia sorella viene spesso definito come mostro, invece mostro non è. Un mostro è un’eccezione, una persona esterna alla società, una persona della quale la società non deve prendersi la responsabilità. E invece la responsabilità c’è».

E poi ha aggiunto altrettanto significativamente Elena. «I ‘mostri’ non sono malati, sono figli sani del patriarcato, della cultura dello stupro. La cultura dello stupro è ciò che legittima ogni comportamento che va a ledere la figura della donna, a partire dalle cose a cui talvolta non viene nemmeno data importanza ma che di importanza ne hanno eccome, come il controllo, la possessività, il catcalling”.

Implacabile sentinella

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Selvaggia Lucarelli

“Sta succedendo qualcosa di imprevedibile nella vicenda del femminicidio di Giulia Cecchettin, e cioè che sua sorella Elena si stia rivelando un’implacabile sentinella dell’informazione e del linguaggio”, ha scritto la giornalista e scrittrice Selvaggia Lucarelli sul Fatto Quotidiano. “E non è un fatto scontato, visto che la cronaca è piena di familiari di vittime che negli anni sono stati spremuti, manipolati, strumentalizzati da politica e televisione”.

Anche per questo, proprio per questo, per la sua presenza che è risultata spiazzante per molti, Elena è stata attaccata da più parti, in primis da alcuni consiglieri politici che hanno puntato il dito contro di lei e le sue parole. Ma Cecchettin ha tirato dritto, dando l’ennesima lezione anche in questo. Sui social la sorella di Giulia ha preferito ringraziare quanti le hanno rivolto pensieri affettuosi. “Comunque non preoccupatevi, le parole sui giornali e commenti non mi toccano. Sono solo conspiracy theories”.

Ha commentato ancora Lucarelli, in una storia su Instagram ampiamente condivisa da numerose e numerosi follower: “Vedo che nella lista delle cose che vi danno fastidio nelle donne nel 2023 c’è anche il fatto che la sorella di una vittima sia presente e lucida davanti alle telecamere anziché nel tinello di casa con le serrande abbassate. Spiace”.

Amore non è assedio
Un altro punto importante – sottolineato da professionisti competenti ed esperti da anni, a dire il vero, ma forse ora evidenti anche agli occhi e alle orecchie di lettori e spettatori – riguarda l’escalation della violenza perpetrata dall’ex fidanzato nei confronti di colei che poi ha ucciso, dallo stalking psicologico all’atto estremo dell’accoltellamento.
“Giulia non riusciva a liberarsi di Filippo, lo aveva lasciato ma ce l’aveva davanti sempre. Era un assedio non un amore”, ha detto la criminologa Roberta Bruzzone nella trasmissione Domenica In. “Il problema è che molte ragazze, di tutte le età, sono state educate a considerare questa forma invasiva, eccessiva, come un segnale di interesse e invece non lo è, è un segnale di disagio psicologico grave e dovete andarvene, non c’è un’altra strada”.

Invidia e competizione

Annalisa Camilli
Annalisa Camilli (da Facebook)

Altro aspetto cruciale: secondo la criminologa ligure, ciò che ha portato l’ex fidanzato a commettere il delitto non è stata la fine della storia tra i due, ma la laurea imminente della vittima. Ha commentato sempre Bruzzone: “Questo omicidio nasce non dalla fine della relazione, toglietevelo dalla testa, il problema era che lei si laureava, da lì a qualche giorno, in una festa tra l’altro dove lui aveva voluto decidere tutto perchè in qualche modo il protagonista doveva essere lui. A quel punto è scattata una dimensione competitiva, lui si è sentito inadeguato pubblicamente, perchè quello era un traguardo pubblico, è quello che lui non le ha perdonato”.

È significativo anche ciò che ha sottolineato Annalisa Camilli ne L’essenziale de L’Internazionale: “Proprio mentre le donne sembrano avere raggiunto livelli inediti e consolidati di autonomia e di partecipazione nello spazio pubblico, si moltiplicano gli omicidi e le violenze contro di loro. Anche chi ha raggiunto livelli più alti di istruzione e finalmente hanno avuto accesso a un’educazione paritaria sembra ancora esposta alla ferocia della violenza maschile, che vorrebbe riportare tutte indietro a secoli di subalternità e dipendenza”.

Più attenzione e sensibilità
Quando è scattato l’allarme per la sparizione di Giulia, la sua scomparsa è stata indicata come “allontanamento volontario” nel verbale dei Carabinieri, in seguito alla denuncia presentata dal padre della ragazza, Gino. Ma la sera stessa in cui Cecchettin è stata sequestrata e, come si sarebbe scoperto in seguito, uccisa da Turetta, un cittadino aveva contattato le Forze dell’Ordine segnalando il caso di una ragazza aggredita e costretta a salire in una auto. Il tutto avvenuto a poca distanza dall’abitazione di Giulia.

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Foto di djedj da Pixabay.

A far emergere lacune e incongruenze su questo è stata la trasmissione Chi l’ha visto? di Federica Sciarelli che, insieme all’Associazione Penelope, punta a sensibilizzare e a fare in modo che la causa di allontanamento, nelle relative denunce, sia considerata “ignota”, non “volontaria” come è avvenuto per Giulia e, per esempio, come indica sempre il sito del programma, per Pamela Mastropietro, la ragazza fatta a pezzi e ritrovata in due valigie a Macerata nell’inverno del 2018.

In seguito al dibattito e alle polemiche, il Comando Generale dei Carabinieri ha inviato a tutte le stazioni una circolare. L’Arma ha invitato i suoi rappresentanti a prestare la massima attenzione alle segnalazioni di “episodi di maltrattamenti, violenze e atti persecutori nei confronti di vittime vulnerabili”. In questi casi, è riportato nel comunicato, è fondamentale “un’accurata e tempestiva gestione degli interventi”: ogni segnalazione deve essere “gestita, fin dal primo momento, con la massima attenzione, con adeguata sensibilità e nella piena osservanza delle procedure stabilite”. Che sia davvero così. È già stato atteso troppo.

C’è ancora domani
locandina 22Ce ancora domani22L’omicidio di Giulia Cecchettin è avvenuto nei giorni in cui il film di Paola Cortellesi, C’è ancora domani, proseguiva la sua scalata record al box office (sfiorando i 30 milioni di euro a ridosso dell’Immacolata 2023). Una pellicola che – pensate – non aveva nemmeno ricevuto i finanziamenti ministeriali, secondo una commissione di tecnici che l’hanno ritenuta “opera di scarso valore”. Ci ha pensato però il pubblico a premiarla, riconoscendone i meriti.

Giustamente, doverosamente. La storia – quella di Delia (Paola Cortellesi), sposata con Ivano (Valerio Mastandrea), ambientata nella Roma del secondo dopoguerra – ha saputo parlare agli animi degli spettatori e risuonare dentro di loro, evocando ricordi o esperienze dirette, nemmeno troppo lontane nel tempo e nello spazio. Si piange. Si ride. Sullo schermo c’è il bianco e nero, ma dentro di sé si provano tante sfumature.

Feriscono pure chi guarda le botte date a Delia dal marito, manesco a ogni piè sospinto («Me ‘e leva dalle mano»), in scene narrate in modo unico e originale, drammatiche e poetiche allo stesso tempo. E per questo ancora più incisive, senza morbosità né appesantimenti narrativi, sotto forma di una danza surreale ed evocativa. Hanno un che di tragicomico gli insegnamenti che il patriarca Ottorino (Giorgio Colangelo), suocero della donna, dà a suo figlio («Nun je devi menà tutti i giorni. Basta una volta, ma forteeee, così nun se lo scorda. Così me fa pena!».  «È na brava fija, ma ha un difetto. Risponne!». Non risponde proprio, invece).

Fa arrabbiare il trattamento iniquo del datore di lavoro di Delia, pagata meno di un collega maschio inesperto e impreparato, solo perché donna, come le viene detto, nel laboratorio di ombrelli, una delle tante attività in cui si impegna la protagonista, oltre alle iniezioni nelle case e alle riparazioni per una merceria, per mettere insieme il pranzo con la cena. Ancora oggi, comunque, il gender pay gap, il divario salariale, è una realtà con cui facciamo ancora i conti.

I veri traguardi

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Paola Cortellesi, protagonista di “C’è ancora domani”.

Il tutto accade nel giugno 1946. In Italia cade la monarchia in favore della Repubblica. Per la prima volta, le donne possono esprimere il proprio voto. La figlia di Delia e Ivano, Marcella (Romana Maggiora Vergano), in linea con le aspettative sociali dell’epoca, punta al giorno del matrimonio come massimo traguardo personale e sociale.
Da sua madre, che lei ha sempre ritenuto erroneamente poco incisiva e poco intraprendente, imparerà una lezione fondamentale, che la porterà in un’altra direzione. Sarà Delia a farle un grande dono d’amore, permettendole di andare a scuola coi soldi inizialmente messi da parte con pazienza certosina per l’abito da sposa della figlia.
Ma i libri e la cultura le serviranno molto di più, in primis a prendere consapevolezza di sé, delle proprie capacità, del proprio lavoro. A essere indipendente, a partire dall’aspetto economico. Primo, fondamentale passo per essere libera anche nella mente, nel corpo e nello spirito. “Non studio per sapere di più, ma per ignorare di meno” (Juana Inés de la Cruz).

Giornalista, genovese di nascita ma milanese di adozione, si occupa di attualità, costume, società, non profit, moda ed entertainment, e anche di teatro e cinema ("grandi fabbriche di sogni", dice, "officine di creatività e cultura"). Anche se si è dedicata prevalentemente alla carta stampata, è presente in rete e ha fatto brevi incursioni in radio e in Tv. Mailto: cristina_penco@yahoo.it