Emozioni nella Cattedrale

Una profonda commozione mi riporta indietro nel tempo in un vissuto lontano.
Da alcuni anni volevo visitare Londra però, per una serie imprecisata di motivi, non mi ero ancora deciso a compiere il passo. Come se avessi una sorta di ritrosia interna nel recarmi in Inghilterra. Quest’anno, un po’ perché mi sono proposto di rispolverare il mio inglese, un po’ perché avevo intenzione di mantenere fede alla mia promessa, ho deciso di trascorrere due settimane a Londra per una vacanza studio. Appena giunto nella capitale britannica le stranezze sono cominciate fin da subito. Infatti, nonostante il clima mite e comunque più fresco rispetto a quello mediterraneo, mi sono accorto che il mio fisico reagiva bene. Andavo in giro per la città indossando vestiti leggeri, cosa per me piuttosto insolita se non si superano i 28 gradi, senza disagio e senza accusare alcun malanno. L’altra stranezza è che mi sono ambientato con estrema facilità ai costumi britannici, sebbene differenti dai nostri e in qualche caso ben dai lontani miei. Così lo spirito di adattamento ha fatto da protagonista e l’asticella del livello di tolleranza si è notevolmente alzato rispetto ai miei standard abituali. Questa Nazione, che per anni avevo tenuto a distanza, adesso la sentivo amica e alleata, come se fossi tornato a casa dopo un lungo viaggio. E poi, anche il tempo è stato propizio: nelle due settimane del mio soggiorno ha piovuto sì e no un paio d’ore. Fenomeno piuttosto inconsueto per questo periodo.

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Londra. L’Abbazia di Westminster.

Però la cosa più sorprendente o meglio, l’esperienza più intensa, l’ho vissuta quando sono andato a visitare l’abbazia di Westminster. Quella mattina, il 26 Luglio scorso per la cronaca, a differenza degli altri giorni in cui una miriade di persone si disponeva in fila davanti all’ingresso dell’abbazia, sebbene fossero già le 11.45, l’attesa per entrare non durò che una quindicina di minuti, come se l’universo avesse già organizzato tutto a mia insaputa.
Da turista provetto mi ero documentato sulle origini dell’abbazia, sulla sua architettura, sugli eventi che l’hanno resa celebre, con una particolare attenzione al prestigioso Choir of Westminster Abbay del quale ne ammiravo l’impeccabile professionalità oltre che il carattere singolare. Infatti, ogni qualvolta ascoltavo le loro performances, entravo in uno stato di profonda empatia emotiva, ben diversa da quella che provavo quando mi mettevo in ascolto di altre compagini corali. E ciò ha sempre destato la mia curiosità, anche se fino ad allora non aveva trovato una spiegazione logica.
Tornando a Westminster, il percorso prevedeva l’ingresso dal transetto laterale, poi si proseguiva nell’abside. Con mio grande stupore mi resi conto che, per arrivare nella navata centrale, si doveva transitare in mezzo alle due ali del massiccio “coro”, costituito da una serie di sedute soprapposte, costruite in legno massello e finemente decorate, su cui da millenni, come ancora oggi, trovano posto i trenta ragazzi dell’accademia corale e i dodici professionisti chiamati lay vicars.
Giunto sulla soglia mi sono subito accorto che l’atmosfera era cambiata e, appena mi sono trovato al centro, sono stato letteralmente travolto da un’onda emotiva, così intensa e inaspettata da costringermi a percorrere velocemente tutto lo spazio per andarmi a sedere in un banco prospiciente alla navata centrale, perché le mie gambe non garantivano più un solido appoggio.
Non saprei descrivere in quale stato d’animo mi trovavo in quel momento, però mi sono sentito in balia degli eventi. Le emozioni si susseguivano vorticose, intense. Scendevano nelle profondità dell’intimo facendomi vivere una commozione mista a grande gioia.
Disorientato dall’esperienza, dopo alcuni minuti mi ripresi. E, pensando che fosse stata una suggestione, decisi di ritornare al centro del coro per verificare se ciò che avevo provato era solo una proiezione della mia mente o una vera e propria connessione con un altro livello di coscienza.

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Il coro di Westminster, che ha evocato un’intensa emozione al protagonista di questa storia.

Ebbene, appena mi ritrovai là, l’onda vibrante che avevo sentito poco prima mi invase nuovamente facendomi rivivere la stessa emozionante esperienza, con l’aggiunta che ora percepivo addirittura degli stimoli olfattivi: una mistura di incensi, spezie e cera che non avevano corrispondenza col momento attuale, visto che lì non era in atto alcuna funzione religiosa.
Però la rivelazione più toccante l’ho avuta nel dormiveglia tra la notte e il mattino successivo, in quella particolare condizione spazio-temporale in cui si abbassano le difese e si crea la connessione con la propria memoria ancestrale: numerose immagini si susseguirono sullo schermo di un’ipotetica sala cinematografica dove, oltre a una dettagliate proiezione a colori di un evento che mi vedeva protagonista, stavo rivivendo le stesse intense emozioni che avevo provato nell’abbazia. Mi vidi seduto nell’imponente coro, intento a cantare salmi e mottetti polifonici del Cinquecento, vestito con una tonaca rossa con sopra un rocchetto di pizzo bianco, i due indumenti distintivi indossati dai membri effettivi del Choir of Westminster Abbay fin dalla sua fondazione. In quel frangente, mentre la mia voce si stagliava limpida verso le arcate a sesto acuto della abbazia, il mio cuore era colmo di letizia. L’emozione vibrante, condivisa con i quarantadue coristi che avevano avuto il privilegio di essere stati scelti per glorificare la magnificenza dell’Altissimo, ancora una volta scese nel profondo dell’intimo disciogliendosi in un pianto di vera commozione.
Ripensando all’accaduto, ciò che mi sorprende ancora oggi è che non si è trattato di un semplice déjà-vu, perché l’emozione senza eguali che si è manifestata in quel luogo era indipendente dalla mia volontà, come se fossi stato preda di un vortice, completamente privo di difese e non in grado si contrapporre alcuna azione di contrasto. Un’esperienza che oserei definire un vero tuffo nel passato. Uno spostamento nel tempo, non così dissimile dalla “curvatura dello spazio” invocata del famoso Capitano Kirk, che nel congiungere i due estremi di una retta genera lo “stargate” dove si instaura la contemporaneità dello spazio e del tempo.

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In dormiveglia, Valsania si è visto cantare insieme al coro: una memoria di una vita passata?

Forse qualcuno potrebbe pensare che tutto ciò sia semplicemente un volo della mia fantasia. Può darsi, anche se sono convinto che molti siano gli elementi che depongono a mio favore. Vorrei comunque conservare l’intimo ricordo di questa esperienza, considerandola un regalo dell’universo. Un’esperienza che mi ha arricchito e mi ha dato l’opportunità di fare alcune considerazioni che vorrei condividere con voi. Ho potuto verificare che la vibrazione è così parte del nostro quotidiano da farci dimenticare che ne siamo costantemente immersi e inconsapevolmente condizionati. Ho imparato che solo quando si è disposti a lasciarsi trasportare dal flusso è possibile vivere in pienezza ogni attimo della nostra esistenza, anche se questa si presenta diversa da quella che avevamo progettato. Ho rafforzato anche la convinzione che mettersi in ascolto è una delle pratiche da esercitare durante la nostra giornata: mettersi in ascolto di noi stessi, degli altri, di tutto ciò che sta intorno a noi. Mettersi in ascolto ed essere presenti nel qui e ora con i nostri cinque sensi e al tempo stesso con i nostri sensori, quelli che ci permettono di trascendere e dare levità al nostro presente quotidiano.
Io sono stato fortunato perché l’universo mi ha regalato il dono della musica, che di per sé favorisce la trascendenza e insegna la pratica dell’ascolto. La musica, quell’amante pretenziosa da cui non potrei separarmi. Quell’arte sublime che celebra l’equilibrio armonico del cosmo. Un tumulto di emozioni che ti avvolge nelle sue spire sinuose fino a farti toccare vette immacolate o profondità inimmaginabili.
E, se attraverso la musica si celebra l’equilibrio armonico del cosmo, sono altrettanto convinto che ogni espressione coerente del nostro Essere può trasmutarsi in musica, che si tratti di un semplice sorbetto al cioccolato cucinato amorevolmente, oppure un’opera magistrale di alta ingegneria. L’importante, almeno per me, è che questa sia sempre l’espressione autentica del nostro essere e la testimonianza verace del perfetto equilibrio che alberga nell’intimo di ognuno di noi.
Allora anche il mero quotidiano può trasformarsi in una gioiosa opportunità che la vita dispensa a piene mani. Una fonte inesauribile di limpida acqua surgiva che nutre, disseta e elimina ogni impurità dal nostro organismo.