Nascere in casa

Dare alla luce il bambino in casa, accanto al partner e con un'assistenza continua

di Chiara Lops. Due donne raccontano come hanno vissuto il parto in casa, assistite dall’ostetrica

Occupandomi di nascite, è stata una grandissima emozione poter ascoltare le storie di Michela e Mayumi, che hanno accettato di condividere con me i loro vissuti.
Ma anche di Miriana Barrella, ostetrica fondatrice dell’associazione Mum to Be di Abbiategrasso (Mi), con esperienza pluriennale di assistenza a parti domiciliari.

Michela, Andrea e Nicolò: abbandonare il controllo

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Michela col piccolo neonato e il marito e i due figli più grandi .

Michela, qual è il percorso che ti ha portato alla scelta di dare alla luce Nicolò in casa?
È stata una scelta maturata nel corso di diversi anni e che purtroppo non è stata possibile con i miei due primi figli, Giovanni e Davide Maria.

Io e mio marito Andrea eravamo certi che questa sarebbe stata la strada che volevano seguire per Nicolò e abbiamo sin da subito lavorato per questo.
È stato un percorso non semplice; sai, per chi sceglie un parto a domicilio oggi in Lombardia la strada è in salita, anche solo dal punto di vista economico: non è una scelta praticabile da tutte poiché è una spesa non rimborsabile.

Su cosa hai basato la selezione di chi ti ha assistito?
Sono stata assistita da due ostetriche meravigliose. La prima l’ho scelta perché ho amato immediatamente il suo approccio, rispettoso del mio sentire e del mio vissuto; è stata lei che mi ha accompagnato lungo tutto il percorso, che è iniziato già dalle prime settimane di gravidanza.
Lei è stata in grado di scardinare dolcemente alcune resistenze che avevo, con lei ho affrontato un percorso sul femminile e sul materno che mi ha portato gradualmente a lasciar andare la mia necessità di controllare sempre tutto, fino ad arrivare a fidarmi totalmente. Avevo una storia che andava compresa e integrata, e lei questo l’ha capito e mi ha aiutato a farlo.

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Una donna assistita dal marito e dall’ostetrica durante un momento del travaglio (photocredit Lem and June Collections).

Partorire a casa è stato doloroso?
Certamente si! Non è stato meno doloroso rispetto agli altri due parti, ma questo lo rifarei mille volte, sai perché?

Perché questa volta il mio dolore è stato accompagnato da persone estremamente competenti che erano lì per me e le cui azioni erano guidate da un solo obiettivo, che era il mio benessere; questo per me ha fatto la differenza.

Mi sono sentita accompagnata, e sono convinta che quando il dolore fisico è accompagnato siamo in grado di dargli un senso e non trasformarlo in sofferenza.

Ci sono state delle difficoltà che hai incontrato sulla strada verso la nascita di Nicolò?
Gli ostacoli sono stati tanti: prima di tutto l’insicurezza in me stessa, il dover destrutturare una mentalità che medicalizza il parto, che è davvero tanto radicata nella nostra società, e poi anche l’accettare di dover pagare per qualcosa che apparentemente è gratuito.

Dico apparentemente non solo perché il servizio sanitario nazionale lo paghiamo attraverso le tasse, ma perché per me partorire in ospedale ha significato dover sottostare a protocolli che io ho subìto e che ho percepito non essere lì per tutelarmi.
Mi sono portata dietro le ripercussioni di due nascite non rispettate per anni.
Allora capisci che quando le conseguenze fisiche, emotive e psicologiche sono così grandi non si può parlare di servizio gratuito?

Che cosa hai imparato dalla nascita di Nicolò?
Ho capito che le ferite personali possono interferire emotivamente e psicologicamente sul mio fisico in un momento così delicato come il travaglio ed il parto; sicuramente poi ho lasciato andare il controllo ed ho imparato a fidarmi delle donne, del femminile che era lì con me e per me! In questo processo, mio marito Andrea è stato fondamentale: grazie al suo supporto emotivo e pratico io ho potuto vivere questa guarigione, di cui avevo molto bisogno.

Mayumi, Matteo e Diego: fidarsi del proprio sentire

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Mayumi, Matteo e il piccolo Diego

Mayumi, puoi raccontarmi com’è arrivato Diego e come mai hai deciso di partorire in casa?
Diciamo che io mi sento mamma più o meno dall’età di 5 anni! (ride). Con Matteo, il mio compagno, abbiamo condiviso sin da subito il desiderio di avere una famiglia. Ci siamo aperti alla possibilità di concepire circa un anno prima dell’arrivo di Diego, e sono rimasta incinta a luglio 2020.

Diego si è annunciato attraverso gli elementi: in quei mesi avevo la sensazione che la natura mi parlasse e il giorno del test di gravidanza è arrivata una di quelle fortissime tempeste estive.

Ho vissuto 9 mesi meravigliosi nella maniera più naturale possibile, perciò per me il parto in casa è stato la conclusione più ovvia.

 

Chi ti ha assistito lungo questo cammino?
Sono state le ostetriche dell’associazione “La Lunanuova” di Milano.
La scelta di chi ho voluto al mio fianco è stato il mio primo banco di prova: quando ho trovato Laila, la mia ostetrica, ed è arrivato il momento di salutare la mia ginecologa, quello è stato il primo momento in cui dare ascolto alle mie percezioni, alla mia visione, e avere il coraggio di ringraziare e congedarmi da una persona che sentivo non affine al mio percorso.
È stato con quella prima scelta che ho iniziato ad affermare il mio sentire di madre, e ad affidarmi ad esso.

Diego è arrivato molto velocemente, vero?
R: Sì, la sua nascita è stata veloce ed inaspettata. È avvenuto tutto in maniera così rapida che Diego è nato poco tempo dopo l’arrivo di Laila. Matteo non è riuscito neanche a riempire la piscina per il parto in acqua. Andava avanti e indietro tra casa nostra e quella dei vicini per racimolare più acqua possibile, quando alla fine Laila gli ha dovuto urlare: «Fermati, tuo figlio sta nascendo!». Inutile dire che la piscina non l’abbiamo usata.

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Una sala allestita in casa per il parto (photocredit MumtoBe Abbiategrasso).

Com’è stato ricevere un’assistenza continuativa da parte delle tue ostetriche?
Mi ha colpito la capacità di Laila di mantenere un equilibrio perfetto tra le sue competenze cliniche, e la volontà di affidarsi al mio sentire, questo l’ho apprezzato molto.
È stata sempre molto delicata: nel momento in cui è arrivata a casa a travaglio avviato e mi ha proposto di visitarmi per controllare la dilatazione, penso fosse anche aperta a ricevere un mio “no” come risposta.
La loro presenza era ferma, ma non ingombrante, sapevo di essere libera di vivere e sentire il mio corpo, e che contemporaneamente avevo due persone estremamente competenti al mio fianco; hanno lavorato non solo per me, ma anche per dare valore alla presenza di Matteo, insomma hanno lavorato per la nostra famiglia.

C’è stato un percorso di preparazione?
Assolutamente si, non si improvvisa una nascita a casa. Anzi, non credo di essermi mai preparata così tanto per qualcosa dal punto di vista medico.
Nei mesi, loro hanno saputo valorizzare il mio sentire e allo stesso tempo abbiamo lavorato per accettare anche l’eventualità di un trasferimento in ospedale. Sono arrivata a capire ed accettare che in alcuni casi l’ospedale è e rimane l’opzione migliore per mamma e bambino.
Non so se sarei la madre e la donna che sono se non avessi intrapreso questa strada. Mi ha restituita ad una dimensione che non avevo mai conosciuto prima: da quell’esperienza è derivato il mio sentire che oggi mi guida nel crescere mio figlio. E spero davvero di avergli garantito un buon arrivo.

L’esperienza di Miriana, l’ostetrica.

Foto di Iuliia Bondarenko da Pixabay.

Assisto parti in casa dal 2015. Ho avuto la fortuna di poter cominciare ad assistere nascite a domicilio già durante la scuola di Ostetricia che ho frequentato presso l’Università di Novara, dove c’era un centro molto all’avanguardia, che sosteneva e promuoveva le nascite fisiologiche.
La mia formazione più importante però è stata quella in “Salutofisiologia e salutogenesi in gravidanza” presso la Scuola Elementale di Arte Ostetrica, fondata da Verena Schmid. Sebbene non fosse richiesto dalla legge italiana, ho anche voluto assistere diverse decine di parti domiciliari come seconda o terza ostetrica, prima di iniziare la mia pratica.

A proposito di leggi, esiste una disomogeneità tra le diverse regioni italiane, per cui ad esempio in Emilia-Romagna e Piemonte esiste la possibilità di un rimborso almeno parziale, mentre qui in Lombardia le varie proposte di legge purtroppo non hanno mai completato il loro iter.

Uno dei grandi vantaggi di un parto a casa è che posso articolare insieme alla coppia un percorso che inizia sin dalle prime settimane di gestazione e che è unico, centrato sulla donna che ho di fronte, e non esclusivamente sull’andamento della sua gravidanza.

Abbiategrasso. Chiara Ferrario e Miriana Barrella, le due ostetriche di “Mum to be”.

Sottolineo però subito che io non difendo a spada tratta il parto a domicilio come la soluzione migliore per tutte le donne: lo difendo e lo promuovo in quanto è potenzialmente il culmine di un percorso che genera salute fisica, emotiva e psicologica, che ha risvolti positivi sulla donna, sul bambino e su tutta la famiglia.

È una strada che percorriamo insieme e che, per me, non può iniziare oltre la 25esima settimana se si vuole parlare veramente di continuità assistenziale: è questo l’aspetto su cui mi concentro, non tanto il risultato. Alla fine, il parto può avvenire a casa o in ospedale, ma sono i benefici della continuità assistenziale e dell’alta assistenza ad essere veramente importanti.

Il lavoro che faccio con la mamma e la coppia non è solo di tipo fisico/clinico, ma anche emozionale e relazionale con il mondo. È un lavoro profondo di introspezione che coinvolge la madre, il bambino e tutta la famiglia: scegliere la continuità assistenziale è davvero una scelta di salute, indipendentemente da dove avvenga la nascita.

Miriana e Chiara (photocredit MumtoBe Abbiategrasso).

Questo perché è la donna ad essere al centro dell’assistenza fornita: vengono rispettati il suo sentire e le sue scelte. E lei si abitua a fidarsi del suo corpo, capendo che non esiste separazione tra il proprio corpo, il proprio istinto e le decisioni che ne conseguono quando quest’ultimo viene ascoltato ed onorato.
Essere seguiti in alta assistenza vuol dire inoltre avere un team di due ostetriche che ti seguono per tutto il percorso e sono in reperibilità continua per la tua famiglia, quando arriva il momento della nascita.

Infine, e questo è fondamentale, anche il padre è protagonista vero della nascita, è la persona che attraverso la sua energia tutela sia la mamma che il bambino, essendo anche il primo a toccare il neonato.

In quest’ottica, ogni donna ha un potenziale di salute e di successo altissimi; questo non vuol dire che io prenda in carico ogni donna che mi chieda di poter partorire a casa, ma vuol dire che ho fiducia nella possibilità che la maggior parte delle donne hanno di intraprendere un percorso che generi salute e consapevolezza.

È questo l’aspetto più gratificante del mio lavoro: amo vedere le donne star bene, essere sane, innamorate e consapevoli delle proprie scelte, amo vederle forti. Non importa quale sia alla fine il luogo dove il bambino arriverà, poiché se abbiamo lavorato in sinergia, la mamma avrà imparato a prendersi carico della propria salute e di quella del proprio bambino non solo in questo frangente, ma anche per il futuro: lo capisci che questa è una rivoluzione?

Foto di copertina: photocredit MumtoBe Abbiategrasso

Per saperne di più:
Per trovare le linee guida per l’assistenza al parto a domicilio, vedi www.nascereacasa.it.

Laureata in mediazione linguistica e culturale con specializzazione in lingue e culture orientali. Ha vissuto negli USA e in Cina, dove è diventata mamma. Diplomata presso la scuola delle doule di MondoDoula nel 2021, accompagna le madri attraverso l'esperienza unica della maternità. È anche facilitatrice di Tende Rosse Ciclika. Contatti: chiaralops.doula@gmail.com e +39 3456168270 Pagina Facebook: Chiara Lops Doula Pagina Instagram: @chiaralops.doula