Un colore autobiografico

La mostra su Frida Kahlo, a Roma e a Genova

Un colore autobiografico

Frida Khalo, un'icona mondiale, la cui drammatica e intensa biografia è a tutti nota, portata sul grande schermo da Salma Hayek. E la sua opera pittorica di Frida Kahlo è una narrazione autobiografica, che procede parallela e complementare alla messa in scena di se stessa

La ricca e articolata mostra Frida Kahlo, che ha presentato opere dell'artista messicana provenienti da tutto il mondo, tra cui alcune mai esposte prima, foto e filmati d'epoca, è stata allestita fino a tutto agosto alle Scuderie del Quirinale di Roma e proseguirà a Palazzo Ducale di Genova, dal 20 settembre 2014 al 8 febbraio 2015, con il titolo Frida Kahlo e Diego Rivera; entrambe curate da Helga Prignitz-Poda, una tra le più importanti conoscitrice dell'artista messicana.

Una vita difficile

"La colonna spezzata".

"La colonna spezzata" (1944).

Frida Kahlo è un'icona mondiale, la cui drammatica e intensa biografia è a tutti nota, portata sul grande schermo da Salma Hayek. Figlia di un fotografo tedesco trasferitosi giovanissimo in Messico e di una meticcia indio, nasce nel 1907 a Coyoacán affetta da spina bifida; a 6 anni è colpita dalla poliomielite con danni irreversibili alla gamba destra, a 18 anni è vittima di un incidente gravissimo in cui viene trafitta dal corrimano dell'autobus su cui stava viaggiando, che le squarcia il tronco e la costringe a subire numerosi interventi chirurgici, spingendola a lenire i dolori con alcool, sigarette e droga, perché come scrive a un'amica: “Ho provato ad affogare i miei dolori, ma hanno imparato a nuotare”. Ridotta a una lunga immobilità deve rinunciare a iscriversi alla facoltà di Medicina e comincia a dipingere da autodidatta. Si iscrive al partito Comunista introdotta da Tina Modotti e a 22 anni sposa Diego Rivera, già molto famoso, con cui ha un rapporto intenso e tempestoso. Tra i 25 e i 26 anni subisce 3 aborti dolorosi, a 37 anni deve indossare un busto d'acciaio, a 44 è costretta su una sedia a rotelle, a 46 le viene amputata la gamba destra, a 47 muore, probabilmente suicida con una dose volontaria di un farmaco antidolorifico derivato dalla morfina, dopo aver scritto sul suo diario: “Spero che l'uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più”.
Queste note introducono al 'personaggio' Frida, alla leggenda da lei stessa alimentata con accuratezza, dedicando ore di preparazione alla rappresentazione pubblica della sua immagine, tramite l'uso di abiti riferiti alla regione di Tehuana, di gioielli esuberanti, di acconciature e di accessori spesso simbolici.
Infatti tutta l'opera pittorica di Frida Kahlo è una narrazione autobiografica, che procede parallela e complementare alla messa in scena di se stessa.

Autoritratto seduta sul letto (19).

Autoritratto seduta sul letto (1937).

Un diario di dolore
Sin dal primo Autoritratto del 1926, in cui si ritrae con un'elegante veste da camera color rubino, su un fondo di flutti tempestosi blu indaco e nero, il soggetto è se stessa: seria, concentrata, quasi altera nella postura regale. In quello del 1930 ha la capigliatura raccolta e gli abiti ancora borghesi, ma lo sguardo indagatore e accusatore è lo stesso.
Le sue opere sono pagine di un diario ininterrotto fino alla morte, che registra la vita e le sue terribili sofferenze, come in: Ospedale Henry Ford (1932), dove si ritrae distesa nuda sul letto dal lenzuolo bianco macchiato di sangue, con il feto abortito che le galleggia sopra il corpo in un cielo azzurro cenere; o nel quadro Le due Frida (1939) in cui si sdoppia nell'amica immaginaria di infantile memoria, che la soccorre alimentando con il proprio sangue il suo cuore spezzato.
Nella drammatica La colonna spezzata (1944) si rappresenta imprigionata in un busto d'acciaio bianco, con il bacino avvolto da un tessuto bianco e il busto squarciato verticalmente da una fenditura profonda e scura entro cui si trova una colonna bianca frantumata: un'ombra nera attraversa il quadro verticalmente, dai capelli sciolti lungo le scanalature della colonna, rompendo il candore di un corpo offeso e torturato, in una drammatica contrapposizione tra bianco e nero, tra vita e morte.

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"Ritratto come una tehuana" (1943).

Una dichiarazione di appartenenza
Frida Kahlo racconta la genealogia della sua famiglia e la sua nascita, il rapporto d'amore con Diego Rivera, i suoi sentimenti e l'ambiente che la circonda, con una complessità compositiva e simbolica crescente. Il suo volto è sempre serio, visto frontalmente o in 2/3, con lo sguardo austero diretto appena oltre l'osservatore, gli abiti lunghi che coprono la deformazione alla gamba e che sono una ricercata elaborazione del folklore messicano, come in: Ritratto come una tehuana (1943) e Autoritratto (1948) dove ha il volto circondato da una grande aureola di merletto bianco, tipico della veste tradizionale della sposa e delle feste religiose. Anche le acconciature sono sempre significative ed elaborate, con la forma di un otto rovesciato, simbolo di eternità della promessa coniugale; con una treccia che sembra una corona di spine, con nastri e fiori carnosi e colorati tra i capelli raccolti. Gli abiti sono composti da un corpetto e da una gonna; quando alterna il rosso cremisi al verde allude alla dea del fuoco e della fertilità Coatlique, che genera la vita e la divora, vestita con una collana di cuori sanguinanti e una veste di serpenti intrecciati, come in: Ricordo (1937). Se in bianco e verde, come in Autoritratto seduta sul letto (1937), allude ai colori con cui la tradizione popolare raffigura Giuda Taddeo, un santo molto venerato che risolve le situazioni difficili.

Un linguaggio pittografico

Frida Kahlo dipinge su tela, su lamina di metallo e su masonite, come gli ex-voto che si lasciano nelle Chiese a grazia ricevuta.

"Il mio vestito giace là" (1933).

"Il mio vestito giace là" (1933).

Il suo linguaggio a volte è molto complesso e occorre decifrarlo collegando le diverse parti che illustrano episodi che si svolgono i tempi e luoghi differenti, come in Il mio vestito giace là (1933), Il suicido di Doroty Hale (1939), Mosè (1945), opere in cui articola il racconto con un linguaggio personale e originale, che ricorda il sistema di scrittura maya composto da pittogrammi visivi e glifi sillabici, disposti in una specie di puzzle. Anche Frida Kahlo abolisce la prospettiva, sovrappone piani diversi e usa una compresenza temporale in cui il 'prima' e il 'dopo' sono collegati al presente dallo svolgimento del racconto, descritto minuziosamente con una ricchezza di particolari che ricorda la frantumazione semantica dei codici maya.
Un diario per immagini che, fingendo di raccontare accuratamente, nasconde codici segreti di impenetrabile lettura.