Una mostra sull’oro degli Inca

Una suggestiva mostra al Mudec di Milano sui misteriosi reperti degli Inca

di Donatella Galletti. Animali fantastici e mitologici, sciamani, reperti d’oro e di pietre preziose provenienti dal Perù.

Titolo: Machu Picchu e gli imperi d’oro del Perù
Dove: Mudec, via Tortona 56, Milano. Tel. 02/54917.
Periodo: fino al 19 febbraio 2023.
Curatori: Ulla Holmquist, direttrice del museo Larco di Lima e Carole Fraresso, archeologa

La mostra sugli ori presenta interessantissimi reperti che provengono per la maggior parte dal Museo Larco di Lima. La collezione completa apparteneva a Rafael Larco Hoyes (1901-1966), che con l’aiuto del padre fondò il museo, che contiene 45000 reperti. Considerato uno dei padri dell’archeologia peruviana, si dedicò a scavi e studi sul campo.

L’importanza di una moglie ricca

Una mostra sull'oro degli Inca
Hiram Bingham (1875-1956).

Hiram Bingham fu l’uomo che nel 1911 scoprì Machu Picchu, il sito sulle Ande dove sono situati i resti di un centro importantissimo Inca, ora meta di migliaia di visitatori, dal quale con probabilità provengono diversi reperti in mostra. Vorrei quindi introdurre la mostra partendo da lui.

Nato da famiglia non certo ricca, Hiram Bingham riuscì nel corso della vita ad arrivare a Yale e a laurearsi mantenendosi agli studi con diversi lavori.

Ebbe la fortuna di innamorarsi della figlia del gioielliere Tiffany, di sposarla e di non avere più problemi economici. Soldi e intelligenza gli permisero di ottenere un dottorato a Berkeley e diventare professore di storia ad Harvard e poi a Princeton. Nel 1924 divenne prima governatore repubblicano del Connecticut e poi senatore. Nel 1948 pubblicò  il libro La città perduta degli Inca, in cui è narrata la sua scoperta.

Il destino aveva predisposto per lui una vita alla Indiana Jones (ispirò in seguito il personaggio di Spielberg): per una serie di fatti concatenati si trovò suo malgrado a fare l’esploratore, a pensare ad una spedizione a Machu Picchu e ad ottenere i finanziamenti dalla moglie, dall’Università di Yale e dal National Geographic,  scoprendo in Perù antichi gioielli di valore inestimabile.

Se possiamo goderci la mostra al Mudec, una parte del merito va a lui, anche se va detto che portò a Yale ben 72 casse contenenti 46.332 reperti archeologici e pare che al Perù, nonostante cause e rimostranze che sono durate un secolo, ne siano stati restituiti solo trecento.

Visita alla mostra

Una mostra sull'oro degli Inca
Un ambiente scenografico della mostra (foto di ©Donatella Galletti)

La mostra accoglie il visitatore con cartelloni esplicativi sulle varie epoche e le popolazioni che hanno abitato il Sud America da tremila anni fa ad oggi, visibili anche a chi non ha il biglietto.

All’ingresso vero e proprio c’è una breve presentazione su grande schermo che parte dalla giungla, arriva a Machu Picchu e colpisce il visitatore per i colori vividi e la vicinanza allo schermo, un’esperienza molto immersiva.

Il percorso è al buio, con teche illuminate, porte scenografiche fatte ad arco come rovine Inca che portano da un ambiente all’altro, una luce blu diffusa che in una sala è in movimento con un gioco simile ad onde. La luce diventa rossa simile a fiamme in un grande video nella sala che racconta dei sacrifici umani degli Incas, come si possono immaginare dalle pitture su ceramica.

Il visitatore viene portato in un teatro vivente di antiche rovine e può scegliersi il percorso che preferisce, facilitato o più approfondito. Illustrazioni a colori che occupano un’intera parete, con poche didascalie, chiariscono i concetti principali lasciando una traccia nella memoria e facilitando la visita.
Sopra le teche con gli oggetti più importanti ci sono schermi che proiettano un video dell’oggetto visto da varie angolazioni, con spiegazioni in italiano e in inglese. Volendo si può aggiungere un’audio guida.

Una mostra sull'oro degli Inca
Maschera funeraria che rappresenta il volto di Ai Apaec, mitico eroe dai poteri straordinari e dal coraggio ineguagliato.

Le sale sono a tema: ad esempio gli animali simbolici dei tre mondi, ovvero dove viviamo qui e ora, il mondo inferiore, sotterraneo, e quello superiore. Subito si trova la leggenda dell’eroe, simile al mito di Osiride o ad altri antichi nel mondo.

Una grande sala è dedicata sia agli ori indossati nelle sepolture dai nobili, sia ai sacrifici, dove viene spiegato come durante un rito complesso venisse strappato il cuore ai vinti per offrirlo agli dei.

In un filmato si può vedere come popolazioni antiche, con un piccolo scalpello e tanta pazienza, abbiano potuto costruire una città come Machu Picchu, con terrazzamenti, strappando alla montagna impervia un terreno coltivabile.

Sui monoliti sottostanti i muri Inca, pesanti tonnellate, portati su un posto tanto impervio e scolpiti in modo così esatto da non fare passare un foglio di carta tra uno e l’altro non c’è menzione, ma la scienza ufficiale non ne ha (per avere spiegazioni sulla tecnica, vi rimando al mio articolo sulle teorie di Brien Foerster)

Un’esperienza immersiva in realtà virtuale

Una mostra sull'oro degli Inca
Il Machu Picchu.

All’uscita della mostra, acquistando un secondo biglietto, è possibile fare un’esperienza immersiva in VR. Seduti all’interno di comode poltrone girevoli a forma di uovo, indossando cuffia e visore, si viene proiettati a Machu Picchu, volando insieme ad un sacerdote Inca che mostra i monumenti principali, oltre a illustrare le finalità della vita comunitaria e i riti.

La costruzione è fatta in 3d, con i personaggi in forma di avatar, non sempre iper realistici, ma sufficientemente convincenti da dare delle emozioni durature.
Ad un certo punto ci si trova a volare in mezzo ad un temporale, si sentono profumi che arrivano da uno spruzzino nella poltrona e se ci si muove e si guarda attorno si può vedere il paesaggio a 360 gradi. Sicuramente un’esperienza consigliata appunto per i ricordi e le emozioni che lascia. Tra l’altro i bambini e gli anziani hanno reazioni simili, anzi chi non è uso al 3D esce quasi danzando per l’esperienza diversa.

Ecco i reperti più interessanti e suggestivi

Una mostra sui tesori degli Inca
Un felino del periodo Cupinisque (foto di ©Donatella Galletti).

Nella prima sala c’è una teca con dei felini rappresentati in ceramica. Il periodo più rappresentato è quello Moche (100 d.C- 600 d.C), ma c’è un oggetto più antico, un felino su una ciotola che tiene tra le zampe un cervo che ha catturato.

La bellezza della scultura è impressionante, considerata l’età antica, (cultura di Cupinisque, 1250 a.C.-100 a.C,) paragonata ai tratti molto più stilizzati di animali realizzati secoli dopo.

A mio parere non si tratta di una scena solamente animale, perché contiene vari significati simbolici: la coda della pantera non scende verso le terga, ma sale verso il collo e lo circonda in un laccio, come fosse un serpente.

Una zampa del felino è fermata da un manico della ciotola, il cervo non ha le corna ed è rovesciato nel mondo inferiore, immobilizzato ma non ferito, chiaramente un simbolo: si potrebbe trattare di elementi yin-yang o probabilmente di qualcosa di più complesso.

Direi che si tratta di un enigma che arriva alla parte profonda di chi osserva: la forza è trattenuta da una causa esterna e superiore, un laccio al collo e alle zampe che non lascia agire pienamente, mentre la grazia e la dolcezza sono ostaggio di questa parte forte che non può agire come vorrebbe perché appunto limitata nel movimento. Dove è appoggiata? Sul bordo di una scodella perfettamente circolare. Il circolo unisce l’inizio e la fine.

Delizioso da osservare per la maestria con la quale è stato fatto.

La sciamana guaritrice con sei dita

Sciamana “civetta”, con sei dita (foto di ©Donatella Galletti).

Il periodo Moche e le energie connesse si percepiscono quasi sempre come inquietanti, sanguinarie, perché sia i tratti delle sculture sia i motivi in genere sono duri.

Questa civetta-sciamana (foto a sinistra), che ha invece un’espressione di tranquillità come fosse al di sopra di ogni passione umana, dà un senso di pace interiore raggiunta e di saggezza, di distacco dalle cose del mondo.

Notate come la mano sinistra abbia sei dita.
Per alcune tribù gli sciamani siberiani devono avere sei dita, un numero che indica il prescelto, mentre per la medicina attuale è un’anomalia genetica, che oggi interessa lo 0,2% della popolazione mondiale.
A detta della Bibbia, i Nefilim (un popolo di giganti o, forse, di angeli caduti) avevano sei dita. Anche i Maya attribuivano poteri divini a chi aveva sei dita. Insomma come dire che sciamani si nasce.

Una conferma arriva da un articolo del National Geographic in cui si parla di una ricerca scientifica condotta in New Mexico a Chaco Canyon da un équipe guidata dall’antropologa Patricia Crown, che ha trovato reperti di una popolazione preistorica, in cui gli sciamani avevano, appunto, sei dita.

Non solo, ma sulle pareti dei locali rituali (kivas) comparivano impronte a sei dita e sei dita avevano i talismani portafortuna.
Un interrogativo dovuto: queste antiche popolazioni erano semplicemente particolari o, come sostengono alcuni studiosi, si trattava di alieni?

La misteriosa collana dello sciamano

Una mostra sui tesori degli Inca
Un’antica collana di quarzo (foto di ©Donatella Galletti).

Tra i reperti della mostra, mi ha particolarmente affascinato un enorme uovo di quarzo, levigatissimo, sorretto da una collana di grosse perle, sempre di quarzo. Se lo si osserva a lungo, si possono immaginare dei volti all’interno. La collana è esposta alla rovescia rispetto alla disposizione del museo Larco: la parte della goccia meno trasparente è stata messa in alto anziché sotto.

Mi ha incuriosito soprattutto la tecnologia usata, tanto da chiedere notizie al direttore del Museo Larco. Un esperto di pietre preziose e semi preziose, Agostino Mariani, mi ha confermato quanto già pensavo, cioè che per creare una forma a uovo così perfetta e trasparente usando della sabbia occorrerebbero almeno cento anni, per non parlare delle perle di quarzo.
Usando macchinari con il diamante occorrono almeno due giorni solo per il pendente. Da come la luce si riflette, dal momento che la parte sopra crea giochi di trasparenza, si capisce che chi ha creato la collana aveva abilità anche nello studiare la pietra grezza e utilizzarla nel modo migliore.

Stesso discorso per degli orecchini dilatatori in porfido nero, datati cultura Cupinisque (1259 a.C- 100 a.C.). Secondo Agostino Mariani presentano lo stesso mistero dei teschi di cristallo (su cui ho scritto un precedente articolo): occorrerebbe uno studio al microscopio per saperne di più sulla tecnica usata. Che valore potrebbe avere un oggetto sacro per la creazione del quale si sono impiegati più di cento anni? O più probabilmente esistevano macchinari dei quali non siamo a conoscenza? In questo caso si trattava di una civiltà avanzata.

Un altro oggetto interessante è una testa nera in ceramica, che mostra il cambiamento dello sciamano che assume i poteri dell’animale totem: due metà in trasformazione. Bella, modernissima come concezione e molto inquietante.

Il mondo di sotto e quello di sopra

I 3 mondi: sotto il serpente (antenati), al centro il giaguaro (qui e ora) e la civetta (superiore) (foto di ©Donatella Galletti).

Diverse ceramiche danno l’idea di una commistione tra mondo dei morti e quello dei vivi, talmente stretta da essere spesso di natura esplicitamente sessuale.

Gli abitanti del mondo di sotto si distinguono perché bianchi, rispetto ai vivi che hanno il colore della terracotta. Il Museo Larco di Lima presenta la collezione più grande al mondo di sculture erotiche Inca.

Alla mostra del Mudec ci sono alcuni esemplari: nulla è lasciato all’immaginazione, anzi, vengono alterate le proporzioni nel caso a qualcuno fosse sfuggito un particolare. Si trattava con probabilità di riti di fertilità o rappresentazione di miti, come in ogni cultura antica.

Per un singolare episodio di sincronicità, proprio in questi giorni ho ripreso in mano un libro di Kolosimo, Cittadini delle tenebre, dove si narra di un uomo che nel ‘62, dopo un incidente, visse la vita di un pilota morto durante la guerra, assumendone ricordi e personalità, dimenticandosi di quella sua del 1962. Il protagonista era nato pochi mesi dopo la dipartita del pilota e, con l’incidente, aveva preso il sopravvento la personalità precedente.

Non sarebbe un caso isolato. Le persone che subiscono dei trapianti, spesso dopo l’operazione manifestano aspetti del carattere nuovi e a volte molto contrastanti con la loro personaltà e hanno ricordi che non appartengono alla loro esistenza.

Due figure con evidenti attributi sessuali: lui è un antenato e appartiene al mondo di sotto e lei rappresenta il coito o il parto (foto di ©Donatella Galletti).

Questa apparente divagazione ci serve a capire un possibile mito delle statue in questione:

Kolosimo a questo proposito parla di riti nelle tribù della Nuova Guinea, per i quali le nascite avvengono in capanne dove sono sepolti i resti degli antenati, affinchè uno di essi si reincarni nel nascituro.

Questo particolare darebbe quindi significato alle statuine e ai loro attributi. L’atto di creare la vita è dato da una donna vivente e da un antenato, che tornerà in questo modo a vivere.

Vengono chiamati infatti antenati o abitanti del mondo sotterraneo e non morti.
Se il fatto narrato da Kolosimo è vero, si tratta non tanto di un mito, quanto di una possibilità, almeno per i Moche.

I riti che spaziano dalla cultura celtica (Halloween) a quella messicana potrebbero presupporre la possibilità di un ritorno alla vita.

(foto di ©Donatella Galletti)

L’immenso tesoro degli Inca
Nella parte delle mostra – assolutamente da vedere – dedicata alle sepolture sono esposti enormi corone e copricapi in oro, orecchini dilatatori e altre parti del corredo. Chissà cosa devono aver visto e fatto sparire i Conquistadores. Alcuni oggetti sono in argento o in due metalli: per gli Incas cambiava solo il significato simbolico, ma il valore attribuito era lo stesso, vista la difficoltà di estrazione dell’argento.

Ho letto di Hiram Bingham nel catalogo, dove viene esposta non tanto la sua vita quanto come il Perù abbia faticato per tornare in possesso degli oggetti; non ho visto riferimenti a lui nei cartelloni, peccato.
Un altro riferimento che manca, c’è solo in bacheca, è quello al Museo Larco, che ha un sito online e video su YouTube riguardanti le raccolte, gli oggetti e alcuni testi di Larco degli anni ‘40 scaricabili in pdf, con foto degli oggetti in bianco e nero che hanno il loro fascino.

Ulla Holmquist, curatrice della mostra e direttrice del museo Larco, personalità di spicco in Perù, non ha aggiunto i link, provvediamo nell’articolo. Grazie al suo lavoro intelligente e certosino, il museo si è posizionato tra i primi venti al mondo su Tripadvisor. Per saperne di più sulla collana e gli orecchini ho scritto al Museo Larco e ho intrattenuto una corrispondenza con Giannina Bardales, curatrice, che gentilmente ha risposto ai miei dubbi e che ringrazio pubblicamente.

(foto di ©Donatella Galletti)

In realtà non si sa molto della collana e del felino. Mi è stato spiegato che le ceramiche più antiche  avevano una composizione diversa, più raffinata e si prestavano ad una raffigurazione più elegante, con pezzi unici fatti a mano, mentre in quelle più tarde si parla più di una produzione di massa con stampi.

Si sa che i Moche non usavano macchine, ma solo sabbia di quarzo, pietre più dure per scolpire non esistevano in Perù. Si tratta di una teoria, perché la collana e gli orecchini non sono mai stati esaminati da un esperto in questo campo, anche se il Museo è aperto alla possibilità di farlo.
Quanto alla datazione, si usa il radiocarbonio e a quanto ho capito per gli oggetti in questione conta lo stile.

Per saperne di più:
Mudec – informazioni sulla mostra
Museo Larco, video esplicativi sulle raccolte
Museo Larco, catalogo online.
Visita alternativa a Machu Picchu
Brien Foerster Megalithic Cuzco
Storia della scoperta di Machu Picchu
Hiran Bingham, l’uomo che scoprì Machu Picchu
Biografia di Ulla Holmquist, direttrice del Museo Larco
Sito di Carole Fraresso, archeologa, creatrice di una linea di oreficeria Moche e curatrice della mostra.
Video con belle riprese di Machu Picchu

Laureata in Lingue e Letterature Straniere, diplomata in chitarra classica e in chitarra ad indirizzo liutistico, si interessa da sempre a tutte le discipline che possono aiutare a definire la conoscenza della persona e il miglioramento dei rapporti sociali e dello stile di vita di ciascuno, nonché alle arti in generale. Le piacciono la storia, i castelli ma anche i monumenti del Neolitico, i misteri irrisolti e tutto quanto può arricchire il patrimonio interiore.