Il mio parto in Cina

Volevo un parto naturale, ma ero In un paese straniero, con marito e suoceri cinesi. Eppure...

di Chiara Lops. «Per i medici, dovevo affrontare un parto cesareo: ma l’Universo aveva predisposto altro».

«Il suo bambino è troppo grosso e ha il cordone ombelicale attorno al collo; inoltre lei è molto minuta: è quasi certo che dovremo far nascere suo figlio con un parto cesareo».

Il giornale cinese che riporta la nascita di Alessandro, il primo nato in acqua all’ospedale cinese di Hangzhou.

Queste furono le parole pronunciate a più riprese dal primario del reparto di ginecologia e ostetricia dello Zhejiang Provincial People’s hospital, dove avevo scelto di far nascere Alessandro, in accordo con il suo papà e con i nonni paterni.

Per onore di coerenza, dovrei scrivere che quello era il posto che era stato scelto per me dalla mia famiglia acquisita, prima ancora che io mettessi piede in Cina nel gennaio 2011.

Scrivere nero su bianco questa verità – e cioè che io avevo delegato completamente la gestione della mia gravidanza e della nascita del mio bambino – è qualcosa che ancora oggi racconto a fatica e con un certo carico di vergogna.

Avevo 27 anni, ero in un Paese straniero di cui capivo a stento la lingua e, a parte qualche libro che aveva contribuito ad accrescere di molto le mie paure circa il parto vaginale, avevo poche conoscenze su come funziona una nascita. Nè avevo l’adeguata consapevolezza a riguardo, che ritengo invece fondamentale affinché le donne oggi possano finalmente riappropriarsi di questo evento fondamentale nelle loro vite.

Il mio bambino aveva già scelto come nascere

Chiara presso lo Zhejiang People’s Hospital di Hangzhou.

Avevo però la mia intuizione. E avevo il mio bambino che, a mia insaputa, aveva già scelto e cercava in tutti i modi di farsi ascoltare dalla sua mamma.
Alcune volte era una vocina dentro di me che metteva in dubbio quanto affermato dai medici e mi sussurrava: «Il tuo corpo lo può fare». Altre volte era una sensazione di curiosità e di attrazione che provavo passando davanti ad un certo ospedale, di cui vi racconterò più avanti.

Nonostante questo però, le tradizioni e le usanze di un Paese straniero, per di più con una cultura millenaria come quella cinese, certo non potevano essere cambiate solo dalla mia intuizione: i miei timidi tentativi di ragionamento con il papà e i nonni paterni cadevano ogni volta inesorabilmente nel vuoto; mi arresi così a quella che al momento mi sembrava l’unica realtà possibil

e, e cioè che i bambini come Alessandro, grossi e con un pezzettino più o meno lungo di cordone intorno al collo, nove volte su dieci nascono con un parto cesareo e che, probabilmente, anche a noi sarebbe andata così.

Nessun segnale evidente di inizio travaglio

Il mio parto in Cina
Chiara assistita da due infermiere poche ore dopo il parto.

Sto capendo oggi, molti anni dopo i fatti, che proprio quella resa senza condizioni a “ciò che era” ha contribuito a far sì che tutto fosse, infine, diverso.

Senza voler approfondire i protocolli degli ospedali pubblici cinesi, che non sono l’argomento del mio racconto, il 1 Maggio 2011, data presunta del parto, venni ammessa nel reparto di ginecologia e ostetricia, senza segnali evidenti di inizio di travaglio.

Lì rimasi, per due giorni e due notti, senza che Alessandro ci desse un cenno di una sua pur vaga volontà di atterrare in questo mondo. Così, mentre io semplicemente attendevo, senza ben capire il motivo reale per il quale dovessi farlo in ospedale e non a casa, la sera del 3 Maggio 2011, il suo papà scoprì delle irregolarità nelle richieste economiche che l’ospedale ci aveva fatto, che lo indussero a interrompere i rapporti con quello staff medico: ed eccola finalmente la mossa che sparigliò le carte!

Accolta all’Aima Maternity Hospital
Il destino, l’Universo, o se volete le nostre Anime, avevano deciso, e lo avevano fatto toccando il tasto giusto: “Se non lo fate voi, ci pensiamo noi a darvi una mossa fuori di qui”.
Il giorno seguente, il pomeriggio del 4 Maggio, mi ritrovai quindi a firmare le mie dimissioni volontarie, con non pochi dubbi e paure che affollavano la mia mente: dove stavo andando? Era troppo tardi, chi mi avrebbe accolta oltre 3 giorni dopo la nostra data presunta?

Senza avere il tempo di dare risposta a nessuna di queste domande, mi ritrovai seduta in un ufficio dell’Aima Maternity Hospital di Hangzhou, l’ospedale davanti al quale passavo spesso e che aveva esercitato su di me la forza di una calamita nei mesi precedenti.

L’incontro con la mia ostetrica

Il mio parto in Cina
Alessandro con l’ostetrica americana Sandra Blankenship.

Insieme a me c’era quella che sarebbe diventata la mia ostetrica – che lavorava al tempo ad Abu Dhabi – e la sua assistente. Entrambe erano nella nostra città in quei giorni per portare la pratica del parto in acqua proprio alle ostetriche cinesi di quell’ospedale.

E come loro campo base, l’ospedale aveva scelto l’albergo dove all’epoca lavorava il papà di Alessandro. Lascio a voi lettori i commenti sulla sincronicità di questi eventi: io i miei dubbi li ho risolti da un pezzo.

Insieme ci recammo nella sala delle ecografie per un controllo e dopodiché, sedute in ufficio, Sandy mi chiese di raccontarle ciò che mi era stato detto circa le mie esigue possibilità di partorire con parto fisiologico. Ascoltato il mio racconto, fece una bella pallina di carta con il referto della mia ecografia, che teneva in mano, e mi chiese: «Tu, cara, che cosa vuoi?».
«Ovviamente voglio provare! Se non ce la dovessi fare, so che la strada del cesareo è sempre un’opzione. Però io voglio provare!».

Mi disse che lei era specializzata in parti in acqua e io pensai che a quel punto sarebbe andato bene tutto, quindi acconsentii a che lei diventasse la mia ostetrica e ci congedammo, con precise istruzioni: dovevo rientrare a casa, rilassarmi, e tornare a travaglio attivo, oppure se mi si fossero rotte le acque.
Cosa che accadde circa un paio di ore dopo la nostra conversazione, mentre aspettavo di cenare. Alessandro si sentiva al sicuro e pronto per venire al mondo, che senso aveva aspettare oltre? Lui il suo l’aveva fatto, mi aveva condotto da Sandy: ora ce la saremmo vista insieme.

Tornammo perciò in ospedale, dove, con una dilatazione di 2 cm, fui ricoverata in attesa che partissero le contrazioni: passata una notte e una mattina però, queste tardavano a presentarsi. Durante il giro visite, Sandy mi si avvicinò e mi disse che dovevamo fare qualcosa per farle partire, diversamente il personale medico era già pronto per un’induzione farmacologica tramite ossitocina sintetica.

Imparai molti anni dopo che spesso i parti che si concludono con interventi medici di vario genere, fino al taglio cesareo, spesso partono con un’induzione farmacologica, alcune volte non necessaria. Allora tutto questo non lo sapevo e Sandy ebbe l’intuizione giusta per me nel tenermelo nascosto: mi consigliò semplicemente di applicare alcune tecniche utili a far iniziare le contrazioni uterine in maniera naturale; così feci, pazientemente e diligentemente, per ore che sembravano interminabili, all’inizio con pochi risultati.

Verso il tardo pomeriggio, dopo ore di prodromi e primi dolori, finalmente entrai nella fase di travaglio attivo, quello delle contrazioni che ti fanno piegare in due, che non ti permettono di parlare, camminare o fare una qualsiasi cosa che non sia entrare dentro di te, per fare i conti con la tua potenza.

Finalmente in sala parto

Una bellissima immagine di Chiara col piccolo Alessandro.

A notte fonda scendemmo in sala parto: Ricordo ancora oggi Sandy, i miei genitori e i miei suoceri che a passo svelto percorrevano il corridoio per dirigersi verso l’ascensore, e io che dietro di loro, a passo di bradipo, scandivo impropèri ordinando di aspettarmi.

Quella sera la sala parto era tutt’altro che un luogo intimo: io, il papà di Alessandro, le due ostetriche, e un team di circa 25 persone composte da medici, ostetriche, tirocinanti e traduttrice.

Per poco non rischiò di entrare anche una troupe televisiva per “documentare l’evento”:  in un Paese dove le stime ufficiali parlano del 50% di nascite con parto cesareo (e secondo ciò che ho potuto vedere, mi azzardo a dire che i numeri reali sono molto più alti), un parto in acqua non poteva non essere ripreso e documentato, no?

Grazie al cielo furono fermati. Tutto questo ovviamente a me fu raccontato a posteriori, perché per me le uniche persone presenti quella notte erano Sandra, la sua seconda, il papà di Alessandro, e la traduttrice, che tenne per tutto il tempo in mano uno specchio, affinché io potessi effettivamente vedere che il mio bimbo stava arrivando. Quella era la mia squadra.

Chiara e Alessandro

Tra un sorso di yogurt con pezzetti di cioccolato, più di qualche frase senza senso e un «Get this f…ing baby out of me, now!», Alessandro fece il suo ingresso in questo mondo, in acqua, alle 08:25 del 6 Maggio 2011. In tutti i suoi 4.130 grammi! Lui era in salute e io non ebbi né bisogno di episiotomia, né di punti di sutura successivi. La natura, quando assecondata e non ostacolata, sa esattamente ciò che deve fare.

La nascita del mio bambino è solo una delle meravigliose storie di parto che come doula posso ascoltare ed accogliere. Alcune di queste sono bellissime, altre un po’ improbabili, come la mia, ed altre ancora cariche di sofferenza, spesso evitabile. Ogni storia di nascita, comunque sia andata, è unica e portatrice di un significato, che se indagato, può spalancare la porta a consapevolezza di sé, della propria storia, e spesso portare guarigione.

Laureata in mediazione linguistica e culturale con specializzazione in lingue e culture orientali. Ha vissuto negli USA e in Cina, dove è diventata mamma. Diplomata presso la scuola delle doule di MondoDoula nel 2021, accompagna le madri attraverso l'esperienza unica della maternità. È anche facilitatrice di Tende Rosse Ciclika. Contatti: chiaralops.doula@gmail.com e +39 3456168270 Pagina Facebook: Chiara Lops Doula Pagina Instagram: @chiaralops.doula