Un mondo quasi perfetto

I pericoli nascosti nella supertecnologia e nella possibilità di soddisfare ogni desiderio

di William Giroldini. Un racconto ambientato in un futuro fantastico super tecnico, dai risvolti imprevedibili e a volte crudeli.

William Giroldini, ricercatore scientifico e appassionato narratore di fantascienza.

Quando il signor J. Home aprì gli occhi, si ritrovò in una stanza sconosciuta meravigliosamente arredata. Si guardò intorno: nel vasto monolocale, dalle pareti dipinte a colori pastello rosa, verde chiaro, e azzurro, c’erano mobili di legno pregiato, divani e sofà in morbida pelle, riproduzioni di quadri di pittori famosi, mentre una musica dolce era diffusa da altoparlanti abilmente nascosti e posizionati in modo tale da offrire un suono semplicemente perfetto, senza riverberi.

Non ricordava affatto come era arrivato fin lì, detto molto sinceramente, ma gli sembrava un mondo quasi perfetto.
I suoi occhi erano troppo impegnati ad osservare la stupenda stanza. Si avvicinò ad una porta-finestra: fuori un vasto prato d’erba verdissima si offriva allo sguardo fino al limite di un lussureggiante bosco di aceri e querce.
Il cielo era punteggiato di voli di uccelli che danzavano alla luce di un sole caldo (ma non troppo) con bianche nuvole qua e là…

Stupendo, pensò il signor J. Home, e si guardò di nuovo intorno e poi guardò di nuovo il vasto prato con giardino all’inglese. Un giardino all’inglese? Perché non l’aveva visto subito questo giardino?
«Ciao Johnny!», disse una voce di donna alle sue spalle. Si voltò: la ragazza, lunghi capelli castani, seno prosperoso in un abito assai succinto (stile Valentino o Armani) era lì, a meno di un metro, bellissima, pelle color caffelatte, occhi neri, labbra rosse.
«Come ho fatto a non vederla subito? Strano», pensò il signor Home in un angolo remoto della propria mente.

Un mondo quasi perfetto
«Io sono Carmen». (Foto di Irina Gromovataya da Pixabay).

Ma poi dimenticò subito questa inutile domanda: la ragazza gli si avvicinò e disse semplicemente: «Io sono Carmen, vorrei tanto conoscerti». I suoi seni quasi danzavano quando lei si muoveva.
«Ciao Carmen, io sono Johnny. Ma quanto carina sei! Mi sai dire dove siamo? Tu mi conosci?».
«Tu conosci me!», replicò la ragazza, «Sono nei tuoi sogni e nelle tue fantasie fin da quando eri giovane, non ricordi?».
Lui rimase leggermente perplesso. «In che senso sogni e fantasie? io non so bene come sono capitato qui, puoi dirmi qualcosa?»”Io sono Carmen”

La ragazza lo prese per mano e lo accompagnò all’uscita della porta-finestra, sul verde prato.
«Guarda che bel sole! E come è profumata l’aria! Non è forse tutto meraviglioso?», disse dandogli un bel bacio sulla bocca.

Del tutto spiazzato, lui la guardò qualche istante e vide scintillare i suoi occhi neri da cerbiatta; poi ricambiò il bacio, con grande passione.
Che sensazione stupenda le calde labbra di Carmen! Chissenefrega chi era e che ci faceva li? La strinse a sè: profumava di donna in tempesta ormonale o forse di Chanel n. 5.
«Vieni! facciamo un giro nel giardino», propose Carmen. Lui la seguì come un cagnolino.
Era semplicemente ammaliato. Nel giardino c’erano cespugli di rose, ricami di fiori azzurri e gialli, e, fra un cespuglio e l’altro, passaggi in terra battuta, tipo giardino di Versailles.
Ma perché non aveva visto tutto ciò alla prima occhiata fuori dalla finestra? Davvero strano… era un pò confuso.

Un mondo quasi perfetto
Foto di Albrecht Fietz da Pixabay

Dopo avere passeggiato un poco (o per un tempo indefinibile) in quel bellissimo giardino, fra canti di uccelli e cri-cri di grilli (sì, anche quelli c’erano), Carmen disse, a voce bassa: «Dai mettiamoci qui, all’ombra di questo albero, sopra quella coperta color rosa stesa sull’erba».
«Quale albero? Non ho visto nessun albero qui».

Per tutta risposta Carmen indicò col dito qualcosa alle sue spalle. Johnny si voltò: l’albero c’era e anche la coperta rosa stesa per terra, anche se era sicuro che un attimo prima quell’albero non c’era, e neppure la coperta.
Ma chissenefrega? Fu nuovamente il suo dominante pensiero.
Si stesero sulla coperta, lei gli si avvicinò e lo baciò di nuovo. Sensazione stupenda.

In quel momento  notò tre piccoli scoiattoli correre su e giù sul tronco dell’albero. Erano tre teneri scoiattoli con le loro code folte e gli occhietti vivaci in totale stile Walt Disney. Stavano rincorrendosi l’uno con l’altro, mentre con le zampette si lanciavano noccioline.
«Che carini», disse Carmen.
«Sì, carinissimi», replicò J. Home.
Restò affascinato non si sa quanto tempo a osservare le tre bestiole impegnate nelle loro tenere rincorse su e giù dall’albero. «Che posto bellissimo è questo», disse il signor J. Home. Sì. era proprio un mondo quasi perfetto.

Un mondo quasi perfetto
Foto di Omar Medina da Pixabay.

Poi la ragazza iniziò a baciarlo e a svestirlo. Lui iniziò a fare altrettanto con lei, con gesti lenti e un po’ goffi.
«Facciamo l’amore, Jonny, ho tanta voglia di te!».
«Ma… e se arriva qualcuno?».
«No, tranquillo ci siamo solo noi due! Solo io e te».
Nuda come mamma l’aveva fatta, bellissima e selvaggia, gli si buttò letteralmente addosso, lui sotto, lei sopra, come una puledra selvatica. Forse in cinque minuti, o chissà, la ragazza venne due volte di seguito con gridolini e sospiri, mentre lui era in leggero ritardo. Aveva di sicuro bisogno di un po’ più di tempo: per un attimo pensò a una pillola blu, ma era ormai a buon punto, anche lui.

Ecco! Stava per venire, quando all’improvviso il cielo prese una tinta blu scuro: alzò lo sguardo sorpreso, che stava succedendo? Non solo il cielo, ma l’intero ambiente divenne blu scuro mentre compariva una scritta gialla che occupava metà del suo campo visivo: Advanced Virtual Dream Ltd, 2048, All Rights Reserved.

Un mondo quasi perfetto
Foto di Tima Miroshnichenko, da Pexels.

Poi buio assoluto per qualche secondo, poi una voce e uno schiaffo sulla guancia: «Signor Home! si svegli! Signor Home!».
Aprì gli occhi e fece appena in tempo a vedere un ragazzotto brufoloso che gli stava togliendo dalla testa un grosso casco, il cui interno era tappezzato da centinaia di piccoli elettrodi.
«Allora, signor Home, come va?», disse una grassa ragazza accanto a lui.

Confuso, si guardò intorno: era in una stanza con grandi schermi e postazioni di computers e due tecnici in camice bianco.
«Allora signor Home, come è andata la sua esperienza con la nostra favolosa Virtual Dream a Realtà aumentata? Abbiamo la migliore tecnologia di Intelligenza Artificiale che trasforma i suoi pensieri inconsci in immagini pressoché reali, ad altissima risoluzione».
«Bene, molto bene, anzi straordinaria esperienza, devo dire, anche se…».

Ora ricordava tutto: era andato alla Virtual Dream apposta per vivere questa straordinaria esperienza, almeno una volta e aveva risparmiato la somma necessaria per quasi un anno, sacrificando sul cibo e sui costi di gestione della robobandante e della carrozzella.
Rosy, la fedele robobadante, era lì accanto a lui, servizievole, come sempre pronta a nutrirlo, vestirlo, pulirlo e spingere la carrozzella. Dove lui, povero vecchio di 74 anni, era inchiodato da almeno otto anni per la sua artrosi, per non parlare dell’asma e dell’artrite cronica.

«Ottimo, ora non le resta che pagare la prestazione, il totale, fa… dunque vediamo: 1500 dollari».
«Co… cosa? 1500 dollari?
Ma la vostra pubblicità dice: un’esperienza indimenticabile per 1000 dollari! Mille! Non 1500».
«Vero, ma occorre calcolare anche i costi extra: per esempio la nostra sede è nella Zona Protetta della città, con aria depurata e condizionata sotto la grande cupola di plastica, e alberi veri e tasso di criminalità assai basso garantita da robopoliziotti di ultima generazione, strade pulite e non so che altro. Tutto ciò ha un costo, dovrebbe sapere che entrare nella Zona Protetta ha un costo. E poi ci sono le tasse da aggiungere al servizio».
«Ma io avevo previsto di spendere 1000 dollari, e poi..non mi avete dato nemmeno il tempo di venire (come la ragazza) durante il Virtual Dream! Ho diritto a uno sconto, ne ho avuto un danno psicologico per coitus interruptus».

Ora il tono della grassa ragazza era diventato più deciso e aggressivo: «Ascolti bene signor Home: se lei ha perso tempo a trastullarsi con tre stupidi scoiattoli, anzicché venire subito al dunque con la ragazza, non è colpa nostra. Ci fornisca subito la sua carta di credito, senza fare storie».
«Col cavolo che mi lascio prendere 1500 dollari! Rosy! Rosy! spingi la carrozzella e andiamocene via».
Ma la grassa ragazza non era nuova a clienti riottosi che cercavano di non pagare il dovuto. «Jeorghe! vieni qua! C’e’ un cliente per te, vieni subito».

Ivan Drago dal film “Rocky IV”.

Da una porta con sopra la targa Fast Credit Recovery uscì Jeorghe: alto, biondo con capelli a spazzola, mascella squadrata, occhi quasi azzurri e cattivi, si avvicinò al signor Home e gli pose una mano sulla spalla sinistra: «Ora tu tirare fuori tua carta di credito o io ti spiezzo».
«Dannato bestione, mi stai facendo male! Lasciami la spalla! Aia!!».
«Tu dare me tua carta di credito o io ti spiezzo le ossa».
«E poi dannato bestione impara a parlare correttamente: si dice ti spezzo, non ti spiezzo! Non ci vuole la i».
«Io ti spiezzo con o senza la i, se tu non dare me tua carta di credito».
«Si si, ecco qua», si arrese il signor Home, stretto nella dolorosa morsa di Jeorghe, mentre prendeva la carta di credito dalla tasca della giacca.

La ragazza grassa passò subito la carta nel lettore magnetico: immediatamente una vocina metallica disse: “Credito pagato, transizione effettuata. Buona giornata!”.
«Tu oggi fortunato signor Home: io invece non potuto spezzare tue ossa, io molto triste, quasi una settimana io in astinenza, non spezzato ossa nessuno, io amo il mio lavoro…».
Poi sospirando e borbottando, con lo sguardo corrucciato, Jeorghe rientrò nel suo ufficio.
«Andiamo via Rosy, andiamocene da questo posto. Giuro che vi farò una recensione di fuoco su IperGoogle».
«Non ci pensi nemmeno. I nostri avvocati la faranno espellere da San Francisco per oltraggio alla Virtual Dream, che, oltre tutto, per il 54% appartiene al nostro caro sindaco, A. Huxley».

Il signor J. Home e la fidata robobadante Rosy finalmente uscirono dal grande palazzo in vetro e biopolimeri della Virtual Dream e iniziarono a percorrere le affollate strade della Zona Protetta diretti a una delle otto porte sorvegliate che portavano verso la Grande Periferia di San Francisco

La RobotBadante. Foto di inna mykytas da Pixabay

Una domanda frullava ancora nella testa del signor Home: «Rosy, dimmi: ma perché non sei minimamente intervenuta quando quel tale Jeorghe mi strizzava la spalla, facendomi un male cane? Lo sai che uno dei tuoi doveri (come garantito dalle Leggi di Asimov) è proteggere il tuo padrone?».
«Si certo padron Home, ma miei doveri riguardano nutrirti, vestirti, pulirti e spingere tua carrozzella, ma non intervenire su questioni finanziarie! E tu non eri in pericolo di vita, solo un poco strizzato su tua spalla… tutto lì».
«Va be, hai sempre ragione tu! Sei peggio della mia povera moglie, pace all’anima sua».
«E poi devo dire signor Home che ora ho urgente bisogno di una ricarica: la mia batteria sta al 10% di carica. Vedo là in fondo alla strada un totem-ricarica, andiamoci subito», disse Rosy con voce petulante.

Una vocina uscì dal fondo della carrozzella: «Ciao! sono il Defecation System (per gli amici Defsys) e vi informo che sono pieno. Svuotatemi al più presto».
«E piantala Defsys! Lo sai che non posso svuotarti qui, sotto il primo cespuglio. Siamo ancora nella Zona Protetta», esclamò Rosy irritata. I suoi rapporti col Defsys erano sempre stati tesi e per niente amichevoli, nonostante fossero entrambi basati sullo stesso modulo di I.A. di ottava generazione.
«Mi tratti sempre di merda», si lagnò il Defsys.
«Appunto! Quello che sei e che contieni», replicò secca Rosy.
«Basta voi due! Sempre a punzecchiarvi a vicenda», esclamò esasperato il signor Home, pensando che da quando i progressi nella I.A. erano diventati enormi, le macchine ormai avevano intelligenza e pensieri superiori all’uomo medio e comportamenti altrettanto o peggio più litigiosi e malvagi. I casi di roboticidi fra macchine stavano aumentando di giorno in giorno…

Foto di peltierclem da Pixabay

Fra un rimbecco e l’altro, Rosy spinse la carrozzella vicino al totem-ricarica, poi chiese al signor Home la carta di credito per effettuare la ricarica delle batteria al litio-rutenio.
«Eccola qua», disse il signor Home porgendo la carta a Rosy.
Ma appena introdotta la carta nel lettore del totem, una vocina irritata disse: «Credito insufficiente! Credito insufficiente! Ricarica impossibile!».
«Cosa? quanto resta di credito?», fece il signor Home visibilmente preoccupato.
«Due dollari… credito insufficiente! Ricarica minima sono 20 dollari».
Poi il totem risputò fuori con disgusto la carta di credito e aggiunse un commento salace:
«Tu provenire dalla Periferia, vero? Ci posso scommettere. Vattene dalla Zona Protetta, torna in tua misera fogna».

Il signor Home era molto perplesso e anche molto preoccupato. Il suo viso si fece buio e arrabbiato.
«Bastardi! quelli della Virtual Dream mi hanno messo in un bel casino, non ho più denaro».
Anche l’espressione facciale di Rosy nel frattempo era cambiata, il suo microprocessore interno stava lavorando alacremente per elaborare le conseguenze della nuova situazione…

Nel frattempo il signor Home e la robobadante avevano raggiunto una uscita dalla Zona Protetta.
Appena fuori, ecco una folata d’aria calda (almeno 36 gradi) accompagnata da un odore acre di fumo d’incendio (forse proveniente da un ultimo bosco a ovest di San Francisco). Il clima torrido dell’effetto serra, ormai inarrestabile, aveva reso la città sempre più suddivisa in due zone, i benestanti nella Zona Protetta, gli altri, poveri o derelitti o pensionati al minimo sociale, nella Periferia.
Le cose cominciarono a prendere una piega contorta e imprevedibile.
«Allora! Svuotatemi, sono pieno», chiese di nuovo il Defsys con vocina arrabbiata.
«Ecco! mo’ ti svuoto», disse Rosy estraendo il Defsys da sotto la carrozzella, che poi capovolse su una siepe rinsecchita a lato della strada. Rimise a posto il contenitore, mentre un odore nauseabondo si spandeva intorno.
«Andiamo via, qui puzza da morire», disse il signor Home.

Foto di Thomas R¸da Pixabay.

Nel frattempo due individui, uno sicuramente ubriaco, con in mano mezza bottiglia di liquore, l’altro vestito da pezzente, barba lunga, faccia truce, si stavano avvicinando. Rosy si mise automaticamente in pre-allarme come da protocollo.

«Fratelli», disse amichevolmente l’ubriaco « avete 30 dollari da imprestarci? Siate buoni e generosi».
«Vattene ubriacone», replicò il signor Home, ma il secondo uomo estrasse un coltello dalla sudicia giacca e lo puntò alla faccia del signor Home. Però non aveva fatto i conti con la fedele Rosy che, estratta prontamente dalla borsetta il dissuasore elettrico Tezer, fece partire una scarica a tremila volts verso la faccia dell’uomo, che stramazzò a terra morto. L’altro se la dette a gambe, abbandonando la bottiglia ancora a metà.

Un drone di sorveglianza, che aveva assistito alla scena, passò il video a un robogiudice, che decise trattarsi di legittima difesa. Poco dopo arrivò sul luogo un veicolo per rimozione rifiuti organici, che prese il cadavere e lo trasportò presso il vicino Termovalorizzatore. Altri due corpi erano già stati termovalorizzati quella mattina dopo uno scontro all’arma bianca fra due bande di spacciatori presso Tenderloin, il ghetto della città, degli emarginati e dei senzatetto.

Foto di inna mykytas da Pixabay

Nel frattempo Rosy aveva finito di elaborare tutte le opzioni per il grave problema della ricarica della sua batteria. Aveva trovato l’unica soluzione possibile.

La fedele robobadante annunciò che per ragioni di sua stessa sopravvivenza dava le dimissioni seduta stante, salutò il signor Home e si incamminò a passo veloce (ora non doveva più spingere nulla) verso la strada diretta al grande porto.
Si fermò in un piccolo spiazzo, alzò di 20 centimetri la gonna in plastica, mostrando la coscia sinistra in poliestere (quella meno rovinata, ma ancora ricoperta di pelle siliconica rosa), poi iniziò a ondeggiare lentamente il bacino, su e giù.
Passarono due, tre, forse quattro auto, e poi una finalmente si fermò. La robobadante iniziò una fitta trattativa a bassa voce con l’autista (un umano sui 50 anni).

Il signor Home, ancora scosso per le dimissioni della fedele robobadante, riuscì solo a percepire l’ultima parte della trattativa, grazie a una folata di vento nella sua direzione.
«Se tu ricaricare me, io fare a te tutto tutto».
«Davvero tutto tutto?».
«Si si certo!».
«OK! Allora salta su».
L’auto elettrica ripartì rombando, imitando il rumore di una vecchissima auto Ferrari degli anni 2020.

Foto di Iris Hamelmann da Pixabay

Rimasto solo, in mezzo alla strada, e per giunta nei pressi di una salita (San Francisco è un susseguirsi di stradine in su e giù) al signor J.Home non rimase che sospingere manualmente la carrozzella, con grande fatica e sudore e imprecazioni anche a sfondo sessuale.
Il sudore ormai imperlava la sua fronte, aiutato in ciò anche dalla temperatura torrida…

Poi una nuova vocina sembrò uscire, questa volta, cosa strana, proprio dal suo petto ansimante:
«Signor Home, sono il suo Pacemaker, ho urgente bisogno anche io di una ricarica della batteria! Mi restano 12 minuti di servizio».
«Ma come! Fino ad ora non ti sei fatto vivo e proprio oggi, anzi ora, mi chiedi una ricarica?».
«Ci pensava Rosy a ricaricarmi in automatico ogni giorno, ma ora non trovo più Rosy! Dove è andata? È in manutenzione?».
«No, Rosy se n’è andata…per motivi sindacali».
«Motivi sindacali? Non ci credo! Ho una I.A. di sesta generazione, è vero, ma non sono stupido.
In ogni caso la informo che fra 11 minuti termino il servizio».

Il signor J. Home rimase come un baccalà fermo al culmine della salita, accaldato, stanco e con la mente freneticamente alla ricerca di una soluzione. Che poteva fare?
Si guardò intorno: era tempo di elezioni del nuovo sindaco, e il sindaco uscente, A. Huxley, aveva tappezzato mezza città, compresa la grande Periferia, di suoi cartelloni pubblicitari per farsi rieleggere per la terza volta.
“Vote for A. Huxley”, gridava ogni cartellone con vocina sdolcinata quando ci si avvicinava a meno di 3 metri. “Il nostro sindaco ha creato la Zona Protetta, riportato pace, prosperità e ordine! Ha creato due nuovi termovalorizzatori per ogni genere di rifiuto! E poi robopoliziotti e robogiudici per una giustizia veloce ed efficente! Vote for A.Huxley. Per un mondo quasi perfetto!”.

A questo punto il signor Home pensò di telefonare al Pronto Soccorso del vicino ospedale (nella Zona Protetta). «Pronto, sono il signor J. Home. Ho urgente bisogno di assistenza».
“Sì? Il suo numero di assicurazione medica?»,
«Non ce l’ho, ho solo la assistenza generica sociale di classe C/z e quindi…».
Click! «Pronto…». Non restava che telefonare all’Ospedale Christ Crucified specializzato in poveri e derelitti, con termovalorizzazione gratuita.
«Pronto! sono il signor J. Home. Ho urgente bisogno di assistenza», Una voce metallica (di tipica I.A. di seconda generazione) disse: «Sì? Prema se 1 se è stato sparato, 2 se accoltellato, 3 se picchiato a sangue, 4 se in coma etilico, 5 se in coma da droghe. Oppure chiuda la telefonata e non mi fare perdere tempo se non è nessuno di questi casi».
Con il sistema nervoso ancora in stato di shock per la risposta a scelta multipla (forse conveniva la risposta 1 o la 2?), balbettò: «La 2 no, anzi la 1, forse preferisce la 3?».
«Ho capito tutto! Click!».

Foto di Tibor Janosi Mozes da Pixabay

Nel cielo rosato di San Francisco, qualche rada nuvola cercava di formarsi nel torrido pomeriggio inoltrato: la pioggia mancava da 2 mesi, solo il Desalinizzatore intitolato a Huxley pompava acqua pura nella Zona Protetta, per dissetare circa il 20% dei fortunati cittadini, produttivi e utili.

Il tempo passava, e il signor J. Home non sapeva più dove sbattere la testa.
«Trenta secondi al termine servizio», annunciò il Pacemaker.
«Trenta secondi» mormorò il signor J. Home. Quello era un mondo quasi perfetto?

Poi fece la sola, unica cosa che il Cielo, nella sua benevolenza verso tutte le creature, gli concedeva di fare: alzò la mano destra a pugno verso il cartellone col faccione sorridente di A. Huxley, alzò il dito medio esattamente fra i due occhi del ritratto e con assoluta calma aspettò che il faccione sorridente di A. Huxley svanisse nel nulla assoluto.

Laureato in Chimica, sviluppatore software ed elettronica, da almeno 30 anni si interessa di Ricerca Psichica con particolare attenzione allo studio della Telepatia e Psicocinesi utilizzando tecniche Elettro-Encefalografiche. Autore di numerose ricerche pubblicate anche su riviste scientifiche internazionali. Direttore Scientifico di AISM (Ass. Italiana Scientifica di Metapsichica).