Il contratto del mago

Scoprite la chiave segreta: le fiabe hanno sempre un fondo di verità

di Donatella Galletti. Come ogni favola, anche questa ha una morale: non firmare mai un contratto senza leggerlo

Grado e Desio erano in cammino. Erano amici da sempre, si stavano addentrando in una foresta che non conoscevano. Era giunta voce che a due monti di distanza dal loro paese viveva un mago che era un illuminato, e avrebbe potuto insegnare loro a dominare gli elementi e se stessi.

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Grado viveva da solo, aggiustava le scarpe della gente e dei contadini, sapeva usare bene gli strumenti per lavorare il legno, e faceva i migliori zoccoli della valle, intagliati con cura, dipinti e con segni particolari che venivano in mente a lui, ed erano di protezione.

Se funzionavano non lo poteva dire con sicurezza, ma alla gente piacevano e il lavoro gli permetteva di vivere con serenità, aveva sempre da sfamarsi e anche da comprare un dolce o qualcosa in più di quanto fosse pura necessità.

Desio era un po’ più giovane, viveva con una sorella che aveva qualche anno meno di lui, avevano perso i genitori da bambini. Faceva il pane e lo vendeva in paese.
Il profumo arrivava quando il sole non era ancora sorto, e la gente ne era deliziata. Dicevano tutti che il suo pane faceva guarire anche gli ammalati. Sicuramente era fatto con amore, perché Desio metteva amore in tutto quello che faceva.

Il contratto del mago
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Un giorno in paese era arrivato uno straniero, si era fatto risuolare le scarpe, perché aveva camminato molto, e aveva comprato del pane e dei dolcetti da Desio.
Aveva anche attaccato bottone, parlando di un grande mago che abitava aldilà delle montagne, che cambiava la vita delle persone in meglio, e sapeva segreti antichi che nessuno ormai poteva più rivelare.

Il mago era disposto ad insegnare a pochi scelti, e lo straniero, che gli era amico, avrebbe potuto fare un’ambasciata e mettere una buona parola per Desio e Grado, che secondo lui erano studenti adattissimi ed avevano bisogno di un miglioramento del loro modo di essere.

Grado tempo addietro aveva appreso l’arte di curare da una vecchia saggia in paese, che faceva del bene, non era proprio a digiuno di affari magici o di come si potesse guarire una persona sofferente dicendo formule segrete e usando dei segni che non andavano rivelati.

Selvisio, il viaggiatore, parlava con voce suadente. Il mago era inarrivabile, e non teneva neanche tanto ad avere nuovi allievi, anche perché dovevano essere sceltissimi.
Certo se li avesse accettati avrebbero dovuto pagarlo, e non si accontentava di certo di pane o scarpe, voleva monete d’oro perché, si sa, i maghi molto spirituali non si sporcano le mani con oggetti così vili come pane o zoccoli di legno, chiedono l’oro che è un metallo prezioso, come loro, e puro.

Desio e Grado si consultarono, e pensarono che fosse il caso di dare una svolta alla loro vita. Chiesero dunque a Selvisio se potesse convincere il mago a prendere proprio loro come allievi. Selvisio promise di chiedere e tornare quanto prima a dare una risposta.

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Dopo un mese, ecco che il viaggiatore misterioso tornò, con la buona notizia che il mago, dopo aver esaminato con attenzione le loro vite e i loro eventuali peccati attraverso volute di fumo, il suo metodo preferito per vedere i segreti altrui, aveva stabilito che avrebbero potuto andare ad imparare da lui. Le monete d’oro andavano mandate qualche mese prima, come garanzia della buona volontà dei due futuri allievi.

La sorella di Desio, Alicarsia, si disperò a lungo, sostenendo che non sarebbe riuscita da sola a fare il pane e portarlo a chi aveva bisogno, ma Desio era talmente felice all’idea di iniziare un percorso spirituale, che la convinse che non poteva esserci altra scelta e ne sarebbe scaturito un grande bene.
I due diedero le monete d’oro a Selvisio e ne ricevettero in cambio una mappa che indicava dove il mago abitasse. Dopo tre mesi e tre giorni avrebbero dovuto mettersi in cammino.

La foresta era misteriosa, più si avvicinavano e più c’era un’atmosfera di pericolo in agguato, qualcosa che non sapevano definire, di cupo. Di notte, quando trovavano un posto protetto per dormire e accendevano un fuoco per difendersi da animali feroci, vedevano spesso degli occhi rosso fuoco che li fissavano, senza mai riuscire a capire se fosse un lupo che li guardava nel bagliore del fuoco o chi altri. Nulla di male accadde loro comunque, solo i piedi che si tagliavano per la fatica del cammino e sanguinavano, e strani bolli rossi sulla schiena il giorno dopo che avevano visto gli occhi. Si sentivano osservati.

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La capanna era vicina, si vedeva in lontananza. Vicino c’era un grande palazzo, probabilmente del signore del luogo. «Desio, finalmente siamo arrivati», disse Grado. «Avremo una nuova vita, sono proprio curioso e felice di fare l’incontro con questo grande mago e di poter imparare qualcosa che migliorerà me stesso e mi darà modo di aiutare più persone».

«Grado, avviciniamoci, ma possiamo arrivare a mani vuote?».
«Ovviamente no, ho portato un paio di zoccoli speciali per il mago, che mi sono costati un mese di fatica».
Arrivati alla casupola, bussarono, ma nessuno rispose, sentivano solo il ragliare di un asino che doveva essere nei paraggi. La grande villa alla loro sinistra aveva un bellissimo parco all’esterno, chiuso da un imponente cancello lavorato a volute in ferro battuto.
Un nano stava potando delle piante. «Olà buon uomo, stiamo cercando il mago Samaliot, ci sai dire dove sia?» Il nano, sbuffando perché doveva interrompere il lavoro, si avvicinò.
«E perché mai lo cercate?»
«Perché ci ha accettati come suoi discepoli»
«Ho capito, allora siete voi i due che sono in ritardo sulle previsioni». E aprì loro il cancello.

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Desio era stupito non meno di Grado. Come mai entravano nella villa? Forse che il mago era un protetto del Signore del luogo? «Prego, per di qua».
Il nano factotum li condusse per una serie labirintica di corridoi, finché si trovarono in una grande sala. In fondo, su un trono, c’era un uomo in una lunga veste turchese, ingioiellato con collane d’oro massiccio ed anelli di diamanti e pietre preziose.
«Ben arrivati, miei cari ritardatari. Sono il mago Samaliot. Dunque siete qui per imparare umilmente da me». I due si inchinarono. Ma dov’era il signore del luogo?
«Siamo qui per imparare e diventare uomini migliori di quanto fossimo all’arrivo.»
«Mi fa piacere, perché voi non sapete nulla e dovrete imparare tutto da me. Dovrete lavorare sodo, e non solo nella magia, perché solo attraverso il lavoro si può vedere la disponibilità di una persona, e dovrete ubbidirmi ciecamente. Karsio, il mio nano, vi farà vedere dove potete dormire. Non certo qui, nella mia casa.»

Karsio li condusse di nuovo fuori, nella casupola che avevano visto prima. Diede loro in mano un’ascia e li mandò a far legna nel bosco. Alla sera dovevano tornare con un carico di legna sufficiente per almeno venti giorni alla villa. «Desio, ma non ti sembra un mago un po’ strano?»
«Certamente no, Grado, ho sentito che per imparare occorre svuotare la mente, e l’ubbidienza e la disponibilità vengono messe alla prova».
Il giorno seguente vennero mandati con una piccola brocca ciascuno fino al fiume, che distava svariati chilometri. e dovevano procurare acqua per un mese, ovviamente andando e tornando parecchie volte. Alla sera erano sfiniti. Tornavano alla capanna e trovavano un po’ di acqua e del pane secco e raffermo da mangiare, molto poco.

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Un giorno il mago li chiamò.
«Allora Desio e Grado, non sono molto contento di come avete lavorato fino ad ora, perché potevate fare di più, ma dopo tutto questo vi insegnerò quali erbe usare e in che decotti per guarire le malattie più comuni e dei segni per guarire le persone»
«Vogliate perdonarmi, mago Samaliot, per il mio ardire», disse Grado, «ma queste cose a me sono già state insegnate, vorrei andare al gradino seguente, perché mi dicono che siete un grande mago ed una persona altamente spirituale.»
Il mago fece una smorfia, ma si ricompose immediatamente.
«Hai un bell’ardire a dire queste parole. Sei un ignorante e non sai fare queste cose, quindi domani per punizione porterai delle fascine di legna sulle spalle in salita per tutta la giornata. Hai bisogno di una bella lezione per la tua superbia».
Il povero Grado si adattò e il giorno seguente eseguì il compito in silenzio, dicendosi che era il caso di pazientare. Alla sera aveva le spalle dolenti e la pelle sanguinante, perché non gli era stato dato nulla per proteggersi dall’attrito della legna da portare. Andò avanti così per un mese, ogni giorno compiti gravosi e nessun insegnamento. Alla fine del mese il mago li chiamò di nuovo al suo cospetto.
Presentò loro una pergamena  e chiese di firmarla con il loro sangue per suggellare il patto tra loro.

Grado sapeva leggere. Sulla pergamena c’era scritto che avrebbe firmato il patto che veniva citato nei particolari e che lo approvava. Non c’era nessuna traccia del patto, solo queste righe.
«Grande Samaliot, mi chiedete di firmare, ma qui non vedo nulla. Di quale patto si tratta? Cosa sto approvando?»
Samaliot rispose: “Ma certo, il patto, cosa vuoi che sia?»
«Non c’è nessun patto, voglio sapere quale sia, perché qui c’è scritto che lo approvo e sono d’accordo».
Grado si intestardì. Iniziava a non avere più la fiducia incondizionata nel mago, dopo quello che aveva sopportato. I morsi della fame si facevano sentire ed era sempre più debole, né gli pareva di aver imparato nulla di spirituale.

«Tu sei un ingrato», disse il mago «nessuno fa come te, tutti firmano. Figurati, se dovessi perdere il mio tempo a spiegare i contenuti del patto a tutti quelli che firmano, siamo matti? Si tratta di una formalità, firma e basta, non fare opposizione tanto per il gusto di farla» .
«No, se non mi dici cosa sto firmando, non firmo». Disse Grado con fermezza.
Samaliot si alzò, tutto rosso in volto, gli occhi fuori dalle orbite. Aveva capito che Grado non si sarebbe piegato questa volta, e iniziò a gridare.
«Tu sei un ingrato, un ignorante e un incapace. Non potrai mai imparare la mia magia, vattene al più presto.» E per dare più solidità al discorso, brandì uno scettro d’oro lavorato con pietre preziose, oggetto pericoloso se avesse colpito Grado.

«Desio, vieni con me? Non penserai certo di firmare!». Desio era titubante. Ci teneva ad imparare, avevano già dato al mago parecchie monete d’oro e molte delle loro energie.
«No, Grado, vai pure, non ti preoccupare per me, si tratta solo di una formalità, hai sentito il mago Samaliot. È una persona altamente spirituale e ci insegnerà molte cose per l’innalzamento della nostra anima. Vero Karsio?». Karsio, il nano, era presente. «Certo, io ho seguito il corso del mago fino alla fine e vi posso assicurare che l’innalzamento è massimo. Si vede ed è tangibile, è un mago bravissimo, un grande Maestro!».

Grado scappò, raccolse le sue poche cose e tornò con fatica a casa. Era quasi arrivato, quando incontrò un viandante, vestito di un bianco immacolato. Il viandante era affamato e non aveva più acqua e Grado divise con lui il poco che aveva con sé. «Mi sembri preoccupato e stanco, cosa ti è accaduto?», chiese il viandante a Grado. I due fecero amicizia, oltre a della strada insieme, perché Gélsimo, questo il nome del viandante, era diretto al paese di Grado. Grado raccontò tutto, e la sua preoccupazione per l’amico. Gélsimo ascoltava con attenzione, una ruga si evidenziò in mezzo alla fronte mentre sembrava pensare.
«Vedi Grado, non sempre quello che si vede è la realtà interna di una persona. Se un maestro è davvero su una strada spirituale, lo studente lo dovrebbe vedere a distanza, e non farsi prendere da una sete di potere e ricchezza che non è diversa da quella del mago che vive nella villa. Il tuo amico è in grave pericolo, ma per ora non possiamo fare nulla per lui.»

Il contratto del mago
Foto di Annette da Pixabay

Gélsimo era un saggio, e un mago buono. Arrivato al paese, venne accolto in casa di Grado. Gli insegnò ad essere umile e a fare del bene al prossimo; e aveva lo stesso sguardo, negli occhi celesti, buono e profondo, della vecchia che gli aveva insegnato a guarire le persone malate.
Grado scoprì che in paese c’era tanta altra gente buona che voleva imparare a fare del bene e insieme insegnarono a tanti altri. Il paese a poco a poco diventò un posto felice, dove tutti aiutavano tutti e si viveva in armonia. C’era solo un cruccio; mancava Desio e mancava il pane speciale che faceva lui.

Torniamo al mago. Aver perso Grado non lo disturbava particolarmente, perché rimaneva Desio e altri come lui; oltretutto Selvisio aveva il compito di andare per paesi e procacciare possibile cibo per il mago. Sì, cibo, avete letto bene. Sàmaliot infatti prima indeboliva la fibra fisica e morale di chi arrivava da lui, poi faceva firmare il contratto e con quello otteneva l’anima, ovvero la reale forza vitale degli “allievi”, la metteva in bottiglia con un rito e la teneva prigioniera, cibandosene quando riteneva di averne bisogno.
Le anime di tante persone gli davano potere e un senso simile all’ubriacatura. Gelsemio lo conosceva bene, perché insieme avevano iniziato un percorso per apprendisti maghi; ma in seguito e un po’ alla volta Samaliot si era lasciato affascinare dall’oro e dal potere, mentre Gelsemio aveva continuato ad aiutare la gente rimanendo povero in canna.

Il contratto del mago
Foto di loulou Nash da Pixabay

Quel giorno il cielo era cupo, molto grigio. L’atmosfera era strana, di una calma piatta e troppo placida, di un grigio spento che quasi si poteva toccare e non faceva venir voglia di far nulla.
Il mago Samaliot andò nella sua stanza segreta per assicurarsi che le anime in bottiglia fossero al loro posto e i tappi ben chiusi, bevve qualche sorso di forza vitale per ristabilirsi, e si avviò verso il laboratorio alchemico.

Qualcosa di strano stava accadendo, sentiva che non era la normalità. Di colpo si guardò in giro e vide numerose sagome nere, viscide, alte una trentina di centimetri, che lo seguivano ondeggiando.
Sapeva chi erano, erano i suoi aiutanti, comandava loro per ottenere aiuto nelle pratiche oscure. «Fermatevì! Tornate ai vostri posti! Controllate le anime in bottiglia e i corpi ai quali appartenevano, ora al mio servizio, cosa fate lì?».

I turlopanti, così li chiamava, avanzavano compatti. «Vuuuuuhihi, Mooooohag, Guuuohhgk!».
Il mago iniziò a correre, e loro dietro, sempre più veloci. «Cosa fate, tornate indietro ubbidite!».
Ma loro avanzavano compatti e sempre più scuri e oscuri, riempiendo l’aria di una densità fumosa e tangibile, come colla acida che correva in gola.
Proprio in quel momento iniziò a piovere, un temporale annunciato da due fulmini. Il mago Samaliot prese a correre per i corridoi e le sale, arrivò tra gli alambicchi, sollevò il ponte levatoio che collegava lo studio al resto della casa e si chiuse dentro. L’improvvisa paura non gli faceva considerare l’evidenza, cioè che un materiale eterico, come quello di cui erano fatti i turlopanti, passava anche attraverso i muri e volava nell’aria.

Il contratto del magoCercò di disegnare dei simboli di protezione che li allontanassero, ma ormai erano a tal punto parte di lui che gli si strinsero addosso, nulla poteva fermarli, erano come carne della sua carne. Nera, ovviamente. I fulmini erano sempre più vicini.
La paura non faceva parte del corredo di emozioni del mago, ma in questo caso iniziò a serpeggiare all’interno del suo essere, sentiva come dei brividi e un nodo al petto. Faticava a respirare.
Il frastuono dei fulmini e lo scrosciare della pioggia battente non riuscivano a coprire le grida dei turlopanti. «Mmoohagk, Samalllaff, koskosss, Gorledon!».
L’ultima parola era molto temibile, Samaliot parlava la loro lingua e sapeva che era una condanna a morte.
Era come scherzare col fuoco: finché si riesce a domarlo, va tutto bene, ma se esce dal focolare e attacca le vesti, è finita. Vide davanti a sé una macchia nera nel pavimento, che sembrava come cera fusa, si allargava, si scioglieva e ruotava in senso antiorario, sempre più veloce, un vortice. I turlopanti ruotavano attorno a lui, creando una forza simile ad una calamita che lo portava sempre più vicino al cerchio.
Cercò disperatamente di aggrapparsi a qualcosa, al tavolo, ad un alambicco, ma anche l’alambicco cadde con forza e si frantumò in mille pezzi.

I piedi del mago vennero trascinati verso il vortice, che nel frattempo era uscito dal pavimento, per accoglierlo nella veste nera e rugosa che formava. Il mago era ormai avvolto da questo tornado senza luce, ed ecco che dall’alto arrivò un fulmine che era passato dal camino e lo colpi in pieno.
Con un urlo straziante, il corpo del mago Samaliot fu ridotto ad una massa informe annerita e abbrustolita. Tutto il nero eterico si riassorbì con lui, anche il vortice.

Foto di Joe da Pixabay

Gélsimo aveva capito, vedeva nel tempo e nello spazio.
Era un giorno d’autunno. Aveva svegliato Grado che ancora il sole non era sorto e gli aveva detto di radunare tutti gli uomini più coraggiosi in paese, perché dovevano andare a salvare Desio. Così radunati, erano partiti alla volta della villa del mago Samaliot.
Stavano arrivando alla villa, di notte, quando in lontananza videro un temporale. Iniziarono ad arrivare fulmini violentissimi, si vedevano i bagliori di fiamma. Il gruppo non fu in grado di avvicinarsi alla casa, perché un fulmine ne colpì la torre più alta, che prese fuoco. Videro Karsio che correva. Si fermò a dire che il mago era finito e lui anche, che senza di lui sarebbe morto a breve.

Dovettero aspettare l’alba, per potersi avvicinare ed entrare tra le macerie annerite. In una stanza che doveva essere segreta ma ora era sventrata, c’erano dei vasi di vetro ben tappati.
«Vedi Grado». disse Gélsimo «quando si firma senza leggere, si dà la propria persona, e soprattutto la propria anima a chi possiede il contratto. Se ad avere la tua anima è qualcuno che sa cosa farne, hai perso per sempre la tua libertà e sei in totale potere della persona che ha già preso una parte di te, la tua firma.
La firma è la persona, e qui in questi vasi ci sono le anime di poveretti che si sono affidati al mago Samaliot.»

Foto di Holger Detje da Pixabay.

Arrivati al laboratorio, avevano trovato i resti anneriti di quello che una volta era un potente mago. «Ormai la sua anima sarà altrove, perché lo abbiamo visto prima a terra incenerito dal fulmine, che annerendo il suo corpo ne ha rivelato la sua vera natura. Simile attrae simile».
Così dicendo, tolse con cautela il tappo alle bottiglie, ed ecco arrivare Desio insieme ad altre persone.
Lo sguardo diventò da vacuo a presente. Desio abbracciò Grado e Gélsimo ringraziandoli. Gli altri uomini del paese avevano messo in condizioni di non nuocere i servitori di Samaliot e avevano rastrellato la casa per controllare che non ci fossero turlopantes in giro. Se ne vedevano uno, conoscevano un incantesimo per annientarlo o farlo diventare buono. Gli lasciavano la scelta, però, non imponevano la bontà a nessuno. Quando tornarono finalmente a casa, Grado sposò Alicarsia, la sorella di Desio, e vissero felici e contenti.
 Da allora nessuno firma più un contratto senza leggere attentamente.

Disegno di copertina di Donatella Galletti

Laureata in Lingue e Letterature Straniere, diplomata in chitarra classica e in chitarra ad indirizzo liutistico, si interessa da sempre a tutte le discipline che possono aiutare a definire la conoscenza della persona e il miglioramento dei rapporti sociali e dello stile di vita di ciascuno, nonché alle arti in generale. Le piacciono la storia, i castelli ma anche i monumenti del Neolitico, i misteri irrisolti e tutto quanto può arricchire il patrimonio interiore.