Gente di Porquerolles

Il mare visto, sognato e vissuto da un vecchio pescatore

di Silvia Alonso.

La scrittrice Silvia Alonso.

Si beccheggia. L’oscillazione del mare scandisce il tempo verso l’orizzonte, accarezzandolo con la consuetudine di un’antica amante. È una lancetta generosa, mai tiranna come quella di voialtri che siete soliti tenerla immobile, sulla terra ferma, inchiodandola in mezzo ai polsi; voi che con la mente ingombra rincorrete le vostre astrazioni perché le mani sono sempre vuote, non vi servono a issare reti o annodare scotte.

Quel ritmo ci entra fin dentro alle vene, fino a divenire un Dna invisibile sul quale ridisegniamo ogni più piccolo gesto, un cerchio concentrico che replichiamo all’infinito. Come se ogni singolo movimento fosse partorito e quindi forgiato dal ventre del mare: da lui viene, a lui vuole ritornare. Avanti, indietro. Siamo i più ubriachi tra i sognatori, un pugno sparuto di vecchi lupi che la notte solo lo sguardo mite della luna è capace di ascoltare.

È in mezzo a quel silenzio che capisci che finché le stelle sono tanti piccoli occhi che ti osservano dall’alto, e l’onda del mare è un abbraccio materno che ti culla, non può esistere nessuna solitudine.
Quelli che non ne capiscono niente, di certe cose, dicono che ci si ammali, di solitudine. Io invece lo so, cos’è stare soli nel cuore della notte, quando la tempesta se la ride di te, una minuscola pedina sulla scacchiera tra cielo e mare, quando la partita è appena iniziata.

Gente di PorquerollesAdrenalina pura, che se non vai fuori di testa te la giochi tutta. Togli le vele per non farle strappare e non ti resta che procedere bestemmiando, andando faticosamente di motore, e allora pensi a quel lontano giorno in cui tua madre ti ha partorito: chi l’avrebbe mai detto che avresti finito i tuoi giorni in pasto ai pesci cane. Poi però quel pensiero diventa una sfida, e allora la maledizione ti muore a fior di labbra, non puoi che sentire qualcosa di più forte, qualcosa di vivo e pulsante che si fa strada e ti fa piangere e pregare allo stesso tempo, amando la vita.

Dico: questo è ammalarsi di solitudine, per voialtri? Io l’ho conosciuto il più matto dei matti. E so per certo che non è come dite. Certe cose le devi respirare, come il legno invecchiato dei gozzi, il sapore di tabacco nelle narici, il sale che non se ne va mai via dalla barba… Noi col rhum abbiamo la stessa venerazione che si ha per l’acqua santa, voi invece ci fate i cocktail alla moda e la musica è il rumore di decibel per stordirvi i timpani, non il soffio del vento che sussurra tra gli alberi. Come potete capire, allora, quando le ragnatele vi tengono in gabbia, e siete sotto anestesia?

Si chiamava Pietro
Gente di PorquerollesSi chiamava Pietro, e io credo non fosse un caso. È a lui che devo tutto: quest’umile barca di legno, la licenza per pescare, la mia stessa vita sull’isola, l’amicizia con gli altri, pochi uomini di mare.
Aveva un viso che sembrava un foglio di carta appallottolato che per miracolo era sopravvissuto a un rogo, tanto era solcato dalle rughe, che nemmeno gli si vedevano gli occhi. Una vecchia tartaruga sordomuta, che scucirgli una parola di bocca aveva del miracoloso. Se ne stava sempre col buon Black Soul, un bastardino trovatello che a pescare sembrava ci fosse nato.

Si poteva ben dire che, a lungo andare, era finita che si erano addomesticati a vicenda: il cane aveva preso lo sguardo schivo e rugoso del padrone, e il padrone, in cambio di quella strana simbiosi, aveva affinato il suo piccolo innato dono sino all’inverosimile.

Nessuno ci credeva, ma io che l’ho visto coi miei occhi ve lo posso giurare: il vecchio Pietro lo sentiva, il mare. Non come si sente una bella canzone o il profumo della griglia. Lui lo sentiva da dentro, come un richiamo interno, un dialogo con il suo spirito, fino a riconoscerne il gusto, la salinità, l’odore rotondo e al contempo acre.
«Avvicina» diceva d’un tratto, tutto preso da una specie di euforia che lo inebriava: neanche quell’acqua, che aveva appena assaggiato, fosse stata vino. Allora Jacques, o Bernard, o chi era uscito con lui quel giorno, cercavano di accostarsi a riva, per quanto era possibile.

Gente di PorquerollesLo vedevi camminare veloce verso prua, come se fosse di vedetta, e dopo aver inspirato più volte, a pieni polmoni, si sporgeva da un lato, le gambe ancora per miracolo dentro, ma tutto il resto del corpo fuori dalla barca, fino a quando con la faccia non arrivava a toccare l’acqua. Allora metteva le mani a coppa, e la beveva.
Poi con un cenno del capo diceva «No, non ancora». Tutti tacevano, perché sapevano che era l’unica cosa che dovevano fare. Fidarsi di quel matto di solitudine, che si beveva il mare con le mani come se fosse acqua di sorgente. Poi di nuovo, un accenno del capo. E il marinaio di turno accostava.

Quando il rito terminava tutti capivano all’istante. Diceva di sì, c’est bon, maintenant. Era il segnale. I compagni pescatori gettavano le reti. Poco più sotto, il pieno di pesci.
Quando Pietro ci ha lasciati non ha voluto cerimonie. Il parroco della chiesetta sapeva. Noialtri sapevamo, lo sapeva persino Black Soul.
Fu una notte lunghissima. Finalmente aveva restituito al mare il suo favore. Ora erano i pesci, ad assaggiare il suo sapore.

Foto di kordula vahle da Pixabay

Silvia Alonso
Avvocato milanese, specializzata in diritto civile e internazionale, ha lasciato la professione forense con l'arrivo del primo figlio per dedicarsi alla scrittura e ad approfondire studio e insegnamento della danza orientale e del flamenco, sue passioni, insieme alla pole dance, la mitologia e l’esoterismo. A dicembre 2019 pubblica “I love Mammy in Montecarlo – come sopravvivere a una vita glitter” (Genesis Publishing). Con “L’angelo veste Sado” entra in finale al premio Nabokov 2020 per la sezione romanzi inediti. Altri racconti: "Avventure al volante","Sulle ali della primavera","Racconti di Halloween","Tenebrae: verso un mondo oscuro e ammaliante","Natale Horror 2020". Sito web: https://silviaalonsowriter.com/