Caro Evan Hansen

I film visti e commentati per noi da una psicoterapeuta

di Terry Bruno. Un bel film di Stephen Chbosky sulle problematiche adolescenziali, di timidezza, inadeguatezza e fobia sociale.

Regista: Stephen Chbosky
Attori: Ben Platt, Julianne Moore, Colton Ryan, Kaitlyn Dever, Amy Adams, Danny Pino,
Amandla Stenberg
Sceneggiatura: Steven Levenson
Fotografia: Brandon Trost
Musiche: Pasek & Paul
Scenografia: Beth Mickle
Produttore: Marc Platt, Adam Siegel
Distribuzione: Universal Picture

La psicoterapeuta Terry Bruno.

È uscito Caro Evan Hansen, un film molto interessante diretto dal regista statunitense Stephen Chbosky che, come nel suo precedente Noi siamo infinito, racconta l’insicurezza e il disagio dei giovani di fronte alle sfide della vita, disagio che a volte è una  vera propria fobia sociale.

Quando si è piccoli, le cure e le attenzioni date dai nostri genitori e familiari sono fondamentali per un adeguato sviluppo psico-emotivo. A mano a mano che si cresce, il riconoscimento da parte degli altri e, in particolare, dei pari diventa sempre più prioritario.
Così si cerca di uniformarsi a ciò che la società trasmette, magari adeguandosi ai canoni estetici.

È l’immagine che assume un ruolo sempre più importante. Se non si aderisce a tali stereotipi, ci si sente rifiutati, non accettati, diversi. Attualmente non sentirsi accettati o emarginati dal gruppo può dare origine a situazioni ansiose che diventano rilevanti per la salute psicofisica dell’individuo.
Uno studio americano, pubblicato nel 2019, ha messo in evidenza come tali disturbi siano sempre più frequenti nei bambini, adolescenti e giovani adulti.

Timidezza e ansia sociale

Caro Evan Hansen
Foto di Gerd Altmann da Pixabay.

Nei bambini le paure e le insicurezze che possono nascere per vari motivi, come la separazione dei genitori, il sentirsi denigrati e non considerati in ambito familiare, scolastico e sociale; se perdurano per più di sei mesi vengono considerate ansie e interferiscono con il normale comportamento del piccolo.
Negli adolescenti, l’ansia sociale è legata al giudizio degli altri, sino a limitarne la libertà tanto da evitare situazioni ed eventi, interessando molto spesso anche il contesto scolastico.

L’ansia sociale molte volte viene confusa con la timidezza, ma pur avendo dei punti in comune, esiste una grande differenza tra le due: la mancata socializzazione che può portare a un marcato isolamento. Ad esempio se un bambino o un ragazzo ha difficoltà a inserirsi in un nuovo gruppo o impiega più tempo per far amicizia, ma nonostante le sensazioni iniziali di imbarazzo, vergogna e inadeguatezza riesce a creare rapporti con i suoi pari, allora possiamo parlare di timidezza. Quando invece tali sensazioni sono talmente forti da impedirgli di socializzare, allora parliamo di ansia sociale.
Purtroppo tale disturbo è frequentemente trascurato sia in ambito scolastico che familiare. Si ha difficoltà a riconoscerlo e a denunciarlo.

Un film sulla fobia sociale

Caro Evan Hansen
Stephen Chbosky.

Il regista di Noi siamo Infinito e Wonder ha raccontato l’insicurezza e il disagio dei giovani di fronte alle sfide della vita, sia che si celi dietro il nome di “fobia sociale”, come quella del protagonista Evan, sia che si manifesti con forte aggressività, come una compagna di scuola di Evan.

In questo teen-drama Caro Evan Hansen, il regista Stephen Chbosky e lo scrittore Steven Levenson (autore del libro da cui è stato tratto il film) presentano il disturbo psicologico adolescenziale come elemento centrale del film.
Parlano anche di bullismo, depressione, suicidio ed elaborazione del lutto, con delicatezza, ma anche senza la paura di mostrare le vere fragilità di tutti gli attori della vita: figli, genitori, amici e istituzioni.

Il film è un viaggio emotivo nella vita dei ragazzi che vivono un profondo disagio e che hanno difficoltà a parlare e a essere ascoltati. La pandemia ha avuto un ruolo anche nell’aumento di tale difficoltà.
Caro Evan Hansen
, a ritmo di musica, ricalca il musical che nel 2016 fece incetta di Tony Award e applausi.

La storia di Evan

Caro Evan Hansen
Ben Platt e Colton Ryan in “Caro Evan Hansen”.

Evan (interpretato da Ben Platt), affetto da fobia sociale, è il tipico outsider, cioè il tipico ragazzo che ha difficoltà a entrare in gioco nella partita della vita. Per un equivoco, egli è costretto a uscire dalla sua confort zone. Il suo psicologo gli aveva detto di scrivere ogni giorno una lettera indirizzata a se stesso. Una di queste lettere cade nelle mani di un ragazzo problematico della scuola, Connor, che poco dopo si suiciderà.

La lettera, che sembra essere scritta da Connor a Evan, viene trovata dai suoi genitori che vogliono conoscere Evan, che risulta essere l’unico amico di loro figlio. Il nostro Evan, per non deluderli, li asseconda in questa bugia che poi gli si ritorcerà contro. Paradossalmente, questa situazione lo porta a sentirsi più sicuro di sé, ad aprirsi agli altri che incominciano a parlargli delle loro debolezze, delle loro ansie e problemi. Un universo impensabile, ma che era nascosto dietro delle maschere appositamente indossate.

La mancanza di comunicazione

Caro Evan Hansen
Evan con la madre (Julianne Moore).

Il film mette in evidenza la mancanza di comunicazione che i ragazzi hanno non solo tra loro, ma anche con i loro genitori che, presi dal lavoro e dalla frenesia della vita, spesso sono ignari della vita dei loro figli. È una fotografia del nostro presente, in quanto esamina le insicurezze personali, il desiderio di sentirsi parte di un gruppo, di una comunità, di essere accettati, oltre ad analizzare le dinamiche familiari e scolastiche.

Potremmo definire Caro Evan Hansen un film di formazione, che vuole mandare un messaggio ai ragazzi: di non tenere tutto dentro, di condividere il proprio malessere, le proprie paure, rendendosi così conto di non essere soli nel vivere un determinato problema psicologico Inoltre, la condivisione dà la possibilità di trovare una soluzione, prima che si possa rompere la barra della propria barca e schiantarsi contro gli scogli del mare della vita.

Questo film è uno strumento per un riscatto personale per risvegliare le coscienze di una società conformista, influenzata dai social media e che perde di vista, molto spesso, la propria sensibilità verso chi è più fragile, preferendo il silenzio.

Terry Bruno
Psicologa, psicoterapeuta, trainer in comunicazione e PNL