L’idolo maledetto

Una storia ra il tragi-comico e il fantascientifico

di William Giroldini. Un’avventura alla Indiana Jones alla ricerca di una statua dotata di poteri magici

Se sono qui a raccontarvi questa storia, è perché sono ancora vivo. Ma ci è mancato veramente poco a che l’idolo maledetto carpisse le nostre vite così come già aveva fatto molte altre volte, in un lontano passato. Per fortuna, grazie al prof. Harris, tutto è finito ragionevolmente bene. Solo quattro vittime, di cui tre parecchio malvage.

Il nostro protagonista (come Indiana Jones).

Ma andiamo per ordine in questo racconto. Tutto cominciò in una notte di plenilunio di quattro mesi fa. Stavo fra le braccia di Morfeo (non è un mio amico, è una figura mitologica per essere chiari) e dormivo tranquillo, quando alle tre di notte squilla il telefono. Mi sveglio frastornato, assonnato e farfuglio: «Chi diavolo è a quest’ora?».  Era il mio amico, l’esimio prof. Harris, esperto di qualsiasi cosa oltre che rompiscatole micidiale. Chi altri a quell’ora?

«Giorgio, dai prepara la valigia, hai un volo prenotato con me domattina alle 7 a Malpensa. Andiamo a Bogotà, capitale della Colombia!».
«Cosa? Cosa? Hai già deciso tutto quanto tu?». Ma dopo qualche discussione, alla fine mi ritrovai, assonnato e eccitato allo stesso tempo, sul volo per Bogotà con scalo a Città del Messico. Circa lo scopo del viaggio, solo un vago accenno ad una missione archeologica segreta…

Arrivati a Bogotà trovammo ad aspettarci all’aeroporto l’esimio prof. Marcelo Benarez, illustre archeologo della locale Università. Dopo averci condotto nel suo ufficio, passando per gli ingressi di servizio, ci illustrò lo scopo della nostra presenza in quella popolosa città a 2640 metri sul livello del mare.
«Come voi sapete, oggi disponiamo di satelliti che ci scrutano dall’alto e osservano luoghi perfino ancora inesplorati…». Il prof. Harris annuì e fece cenno di proseguire.

il prof. Harris (Sean Connery in “Indiana Jones e l’ultima crociata”).

«Ebbene, un satellite della NASA, con cui collaboriamo, ci ha inviato foto dettagliate fatte utilizzando una tecnica che permette di vedere strutture murarie anche sotto il folto di una foresta. Ecco, guardate qui!», disse puntando il dito su una mappa a colori grande quanto l’intero tavolo: «Si vede chiaramente, nel bel mezzo di questa foresta, a 225 Km da Bogotà, una struttura a base quadrata che dovrebbe essere una piramide, di circa 30 per 30 metri!».

«Del tutto sconosciuta, suppongo!», aggiunse il prof. Harris, i cui occhi già luccicavano per l’eccitazione.
«Esatto. E noi ora ci accingeremo a raggiungere quel luogo, esplorarlo e riportare al mondo le nostre scoperte! Inutile dire che questa missione sarà gestita in modo molto riservato, per non far sapere nulla al mio concorrente, l’esimio quanto odiato prof. Comacho della mia stessa Università. Che già una volta mi ha soffiato una importante scoperta archeologica in Perù!»,

Una settimana dopo, noi quattro (io, Harris, Benarez, e Jachino, un indigeno conoscitore della foresta) giungemmo in jeep ai margini della folta foresta. Qui lasciammo l’auto per proseguire a piedi verso il nostro obiettivo: la piramide misteriosa a circa 25 Km dentro quell’inferno verde.

Non mi aspettavo che attraversare a piedi 25 Km di foresta fosse così dannatamente difficile, pericoloso e faticoso. La temperatura e l’umidità erano infernali, nugoli di zanzare cercavano costantemente di banchettare con la nostra pelle, serpenti velenosi erano sempre in agguato (ma sempre prontamente intravisti, e mozzati della testa dal machete di Joachino), si dormiva a turno in tende con reticelle antizanzare e si mangiavano fagioli e pollo in scatola.  Una diarrea mi assillò per 6 giorni interi, ma alla fine, secondo il GPS del nostro telefono satellitare, finalmente giungemmo sul luogo.

Foto di DEZALB da Pixabay. jpg

Incredibilmente, non vedemmo quella piramide fino a quando quasi non arrivammo a sbatterci il naso contro. Era tale la lussuriosa vegetazione che la copriva, che le imponenti mura di pietra erano diventate quasi invisibili. Dopo avere individuato tutto il perimetro della piramide, cercammo dove potesse essere un ingresso. Finalmente, dopo due giorni, trovammo una stretta apertura nel massiccio muro che attraversammo dopo avere fatto a pezzi arbusti e liane che ne avevano ostruito completamente l’ingresso.

Con le potenti e leggere lampade LED, fummo i primi (dopo secoli) a ridare luce all’interno di quella favolosa costruzione: una galleria si apriva su una sala più ampia apparentemente vuota, ma con decorazioni a rilievo sulle pareti.

Mentre procedevamo entro quella stanza buia, il terreno improvvisamente ci mancò sotto i piedi: una grande voragine si aprì sotto di noi, e tutti e quattro precipitammo di circa 3 metri di sotto. Un urlo raccapricciante, poi qualcuno (credo Harris) recuperò una lampada e illuminò la scena: dapprima si videro solo macerie, poi io mi resi conto di essere praticamente illeso, assieme a Jachino, mentre il prof. Harris giaceva dolorante con le gambe schiacciate dai detriti delle macerie.

E l’urlo raccapricciante? Era il povero prof. Benarez il cui petto appariva trafitto da una lancia chiaramente spagnola su cui era caduto. La lancia aveva attraversato la schiena ed era fuoriuscita dal petto. L’agonia del professore durò meno di 10 minuti.

Nella sala sotterranea

Poi presi a mia volta una seconda lampada, e col cuore in gola e attonito incominciai a fare luce tutto attorno: nella vasta sala sotterranea giacevano numerosi scheletri chiaramente di soldati spagnoli, con tanto di spade, lance, elmi e fucili arrugginiti. E diversi scheletri sicuramente di indigeni (Maya?) con arti mozzati o il teschio bucato da pallottole o colpi di spada. Una carneficina di molti secoli addietro.

Poi, in una nicchia inserita nella vicina parete, apparve l’idolo: una statua di pietra dipinta a colori ancora vivaci, non più grande di mezzo metro, che beffarda ci guardava con sguardo malvagio. L’idolo aveva come occhi due grossi rubini rossi, e altri due grossi smeraldi verdi all’altezza della pancia. Un valore sicuramente inestimabile solo di pietre preziose.

Ma non appena Jachino si accorse della sua presenza, cominciò a dar di matto urlando come un ossesso: «Tlaloc! Tlaloc!». Subito scalò come un ratto il mucchio franato di detriti, ferendosi le mani, e urlando come in preda a un raptus di follia. Infine, raggiunta la cima dei detriti, riuscì a uscire di sopra e scomparve nella foresta urlando sempre la stessa parola: «Tlaloc! Tlaloc!». Non lo vedemmo mai più.

Il prof. Harris, nel frattempo, dopo lo shock della caduta e del dolore, si era un po’ ripreso e stava freneticamente sfogliando un libricino rosso, un trattato antico sugli usi e costumi dei Maya che abitavano presumibilmente quel luogo, costruttori di quella magnifica piramide.

«Ecco qua: Tlaloc, dio della pioggia e della fertilità, oggetto di sacrifici umani, in particolare bambini offerti per placare l’ira del dio e ottenere benefici! Ma anche temutissimo perché se non veniva placato coi sacrifici umani, era portatore di ogni genere di sciagure».
Osservando il professore, vidi nei suoi occhi il segno distintivo del terrore: guardava l’idolo e sembrava che l’idolo lo ricambiasse con uno sguardo di odio, anzi l’idolo guardava pure me con lo stesso sguardo malvagio.

Cercai di non farmi suggestionare, poi all’improvviso sentii una fitta dolorosa in una gamba, mentre una sagoma flessuosa lunga almeno due metri sgusciava via sinuosamente e si nascondeva sotto uno scheletro.

«È un crotalo, più precisamente un Lachesis muto», disse con voce spenta il prof. Harris. «Maledettamente velenoso, inietta una dose mortale di veleno emotossico!».
Quindi soggiunse: «Giorgio, presto! stringi la gamba con un laccio, una cinghia, qualsiasi cosa, per rallentare la circolazione del veleno. Altrimenti in mezz’ora sei spacciato!».

Terrorizzato, col cuore che mi batteva all’impazzata (accelerando la circolazione del sangue), mi tolsi la cintura dei pantaloni e strinsi più che potei attorno al polpaccio. «Siamo messi male, vero prof. Harris? Lei come sta?».
«Ho due gambe sotto le macerie, non posso muovermi, occorre chiedere soccorso col telefono satellitare, prendilo! È lì vicino a te, premi il bottone rosso dell’SOS».

Così feci, ma il telefono indicava assenza di campo: eravamo al di sotto di tre metri dentro una piramide fatta di spessa pietra, il telefono funzionava solo se ‘vedeva’ campo libero di cielo sopra di sé.
«Siamo fritti, professore…non possiamo chiedere soccorso». Il prof. Harris non rispose: poi dopo un quarto d’ora di silenzio cominciò a farfugliare qualcosa sottovoce, afferrai solo qualche parola: «Yin e yang, positivo e negativo, materia e antimateria, odio e amore, vita e morte, fortuna e sfortuna, dualismo degli opposti».
«Che sta dicendo professore? Siamo nella merda fino al collo, che sta dicendo?

Imperterrito il professore continuò, questa volta ad alta voce: “Yin e yang sono il simbolo della dualità di ogni cosa nell’universo, secondo la filosofia orientale, materia e antimateria secondo la scienza moderna, oppure bene e male secondo i concetti filosofici e religiosi da Platone a sant’Agostino e poi…».

«Professore, sta vaneggiando! Non siamo a una sua dotta lezione all’università. Siamo qui a un passo dalla morte, se ne rende conto?».
«Certo che me ne rendo conto, Giorgio. Ora abbiamo una possibilità, una sola, per uscire vivi da qui!».
«E cosa suggerisce di fare?».
«Giorgio, io non posso muovermi, ho le gambe bloccate che mi fanno un male cane, sento che potrei svenire. Tocca a te, alzati e vai vicino alla nicchia del dio Tlaloc, fai presto!». Facendo appello alle forze residue, mentre già sentivo il veleno che raggiungeva i vari organi, mi alzai e mi avvicinai alla nicchia della statua maledetta».

«E ora professore?».
«Ora prendi la statua e rimettila nella nicchia capovolta! Subito!».
«Cosa? Lei è del tutto fuor di testa professore!».*
«No! tu non comprendi! Capovolgi quel maledetto idolo! Subito!».

Lo feci e con mio grande stupore vidi che ora la statua aveva una espressione completamente diversa. «Ecco, ora quella statua rappresenta il dio Colalt, un dio positivo, benigno e portatore di fortuna, opposto al dio Tlaloc!», disse Harris.

Inutile dire che questa affermazione mi lasciò alquanto perplesso: in realtà pensavo che il prof. Harris si fosse bevuto il cervello, e che saremmo semplicemente tutti quanti morti lì dentro come topi in trappola.

Poi le cose cominciarono a prendere una strana piega: il prof. Harris mi pregò di puntare la lampada tutto attorno alle pareti. Quando lo feci, vidi che in un punto della stanza sotterranea un altro piccolo crollo aveva lasciato penetrare (da tempo immemore) un poco di luce, e una specie di muschio di colore verde-rossastro cresceva a quella tenue luce.

«Quello! Quello Giorgio: si tratta di un muschio che produce l’unico antidoto noto per il veleno di crotalo! Prendilo, e mangiane più che puoi e danne anche a me: è anche un potente antidolorifico e cicatrizzante! Fai presto!».
Grazie a quel muschio, in meno di 20 minuti mi sentii di nuovo bene, non percepivo più alcun dolore né segno di perdita di forza. Anche il prof. Harris, nel frattempo, era riuscito a tirare fuori le gambe dalle macerie, il dolore era scomparso. Potemmo cosi fortunosamente constatare che non aveva alcuna frattura, solo escoriazioni superficiali prontamente curate con un po’ di muschio sulle ferite.
Ovviamente il prof. Benarez, morto era e morto restava…

Pian piano riuscimmo ad arrampicarci sui detriti e a tirarci fuori da quella piramide. Poi attivammo l’SOS del telefono satellitare. Quasi subito rispose una voce: «Heilà, siete proprio fortunati! Proprio oggi abbiamo aggiustato l’elicottero di soccorso del Centro Nazionale Guardia Civile di Bogotà, dopo due mesi di blocco per un pezzo di motore dagli USA. In base alle vostre coordinate, dovremmo arrivare a recuperarvi in circa 3-4 ore!».

Finalmente potemmo salire sulla scaletta di corda che l’elicottero ci aveva buttato giù fino a terra, ai piedi della piramide maledetta. Con l’aiuto di un soccorritore, tirammo su anche il corpo del povero prof. Benarez, e anche l’idolo opportunamente coperto con un telo fatto col vestito di un soldato spagnolo, buona e robusta stoffa fatta a mano secoli addietro.

Mentre volavamo verso Bogotà, con l’idolo tenuto nella versione Colalt, non potei fare a meno di chiedere al professore: «Ma veramente se capovolgessimo l’idolo».
«Proviamo, vediamo che succede!», rispose il professore.

Capovolgemmo l’idolo (sempre coperto con l’antico telo) .per due minuti non accadde nulla, poi il pilota gracchiò nel citofono: «Sembra ci sia una perturbazione in arrivo: una nuvola temporalesca si sta velocemente avvicinando, si potrebbe ballare parecchio». La voce sembrava assai preoccupata.
Subito capovolgemmo di nuovo l’idolo: entro due minuti il cielo era di nuovo limpido, la perturbazione sembrava svanita nel nulla. «Madre de dios!», mormorò il Prof. Harris.

Giungemmo finalmente a Bogotà, dove l’idolo fu preso in consegna dal prof. Comacho, il solo che poteva ora (senza avere mosso un dito) trarre beneficio da questa incredibile scoperta. Naturalmente spiegammo tutti i fatti accaduti, compresa la raccomandazione di non capovolgere mai, per nessuna ragione, l’idolo del dio Colalt (senza aggiungere una spiegazione). La statua fu collocata in una camera sotterranea dell’Università e sorvegliata da guardie e videocamere tanto era ritenuta preziosa.

Foto di Hermann Kollinger da Pixabay.

Con i sentiti ringraziamenti del professore e un premio in denaro di circa 5000 dollari, concessoci dall’Istituto di  Archeologia, tornammo in Italia. Il mondo scientifico non avrebbe mai creduto che un antico idolo di pietra potesse avere il potere di causare fortuna o jella a suo piacimento, come suggerivano gli straordinari avvenimenti che avevamo vissuto.

Ma una notizia ci arrivò via internet nemmeno un mese dopo: una preziosissima statua di un antico dio Atzeco era stata trafugata da tre malfattori, forse legati al cartello della droga, sembra con la complicità di una talpa (Comacho?) dentro l’Istituto di Archeologia di Bogotà. Ma i tre malfattori durante la loro fuga su una potente automobile, si erano schiantati contro una autocisterna di gasolio: un immane rogo aveva distrutto ogni cosa e della statua non era rimasto che una massa vetrosa semifusa mista a cenere di ossa umane.

Sono pronto a scommettere che i tre malfattori fossero fuggiti tenendo imprudentemente l’idolo capovolto nella versione Tlaloc…

Alcune foto sono prese da “Indiana Jones e il tempio maledetto”

William Giroldini
Laureato in Chimica, sviluppatore software ed elettronica, da almeno 30 anni si interessa di Ricerca Psichica con particolare attenzione allo studio della Telepatia e Psicocinesi utilizzando tecniche Elettro-Encefalografiche. Autore di numerose ricerche pubblicate anche su riviste scientifiche internazionali. Direttore Scientifico di AISM (Ass. Italiana Scientifica di Metapsichica).