Vincere contro i mulini a vento

di Silvia Alonso. L’avvincente racconto di una madre che si è battuta contro il sospetto di autismo di suo figlio.

Quando attorno allo scoccare dei due anni il tuo dolce frugoletto, che solo qualche mese prima sembrava un angelo sceso dal cielo, inizia a dare le testate contro il muro senza un apparente motivo, cadi giù dalle nuvole pensando che il mondo ti sia crollato addosso.

La scrittrice Silvia Alonso.

Quello che però non sai ancora (a parte i cedimenti di Atlante, a cui da tempo non credi), è che l’inaspettato impeto kamikaze che lo ha fatto partire travolgendo come una mina vagante tutto quello che aveva intorno, è solo la punta dell’iceberg delle meraviglie che ti toccherà scoprire attraverso il fantasmagorico viaggio alla ricerca di “cosa diavolo gli stia succedendo”.

Prendi ad esempio il bagnetto settimanale, da lui prima adorato. Improvvisamente colto da attacchi di panico per il terrore delle insidie che possano celarsi nelle profonde acque della vasca da bagno, il tuo dolce pesciolino si trasformerà nel peggior ibrido tra un caimano e uno squalo, mentre sentendoti come una barca alla deriva ti domanderai cosa diavolo avrai mai fatto per meritare tutto questo.

L’apice del tuo spaesamento sarà comunque raggiunto solo a Carnevale, dove un’inflazione di allegre mascherine gli farà lo stesso effetto degli uccelli di Hitchcock, per non parlare poi dell’incontro con Babbo Natale, che il piccolo guaderà atterrito neanche fosse un malvagio marziano.

Sarà questo solo l’inizio dell’esotico, quanto mai avvincente e misterioso Safari sulle sabbie mobili del pianeta “Cara Signora, potrebbe essere ma non sappiamo con certezza”.

Sono sulle sabbie mobili

Foto di Hilary Clark da Pixabay.

La lotta contro i mulini a vento verrà allora dichiarata aperta, ovviamente a tua insaputa, primi nemici in cima alla lista le imprescindibili analisi da svolgere per l’opportuna diagnosi.

Consultati tutti i medici, rivoltato il piccolo come un calzino per trovare, fortunatamente con esito negativo, il campione unico di una qualche rarissima falla genetica, non riterrai comunque di aver vinto il lotto alla notizia di doverlo sottoporre a un ulteriore, doveroso setaccio.
Tutto questo, si capisce, senza la prospettiva di tornare a riveder presto le stelle, perché all’incombenza di fartele vedere subito, passando per un lungo purgatorio, ci penseranno direttamente “loro”, i medici, col loro proverbiale tatto.

Trattasi dell’ultimo male necessario, il cosiddetto encefalogramma. Superato il trauma di vedere il tuo bambino avvolto dai tentacoli fagocitanti di quel dannato marchingegno, e come se non bastasse impiastricciato dalle sue terminazioni collose, sarai quasi disposta a esultare nell’apprendere la desolazione di lorsignori quando ti comunicheranno che, ahimè, “il tentativo è andato fallito”. (Dunque, non si può fare…)

Il tuo senso di rivalsa danzerà silenziosamente la Hola esultando sul cadavere sconfitto del loro accanimento terapeutico, ma il tuo buonsenso di mamma continuerà, per fortuna, ad avere la meglio. Sarai costretta ad andare oltre il loro cinismo per dare la priorità alla tua personale indagine, pur avendo sempre odiato Agatha Christie e la sua stravagante Miss Marple.

Una volta appurato che il quadro clinico dei difetti fisici, genetici o psicologici del piccolo era per fortuna come il deserto dei tartari, inizierà il vero divertimento.

Combatto contro lo spettro dell’autismo

Vincere contro i mulini a vento
Foto di Nathan Legakis da Pixabay

Neanche il più abile dei funamboli sarebbe stato così esperto nel maneggiare un siffatto salto nel vuoto, condotto sul filo del rasoio, come l’interpretazione della diagnosi di un temuto, ma non comprovato, rischio di autismo. Così è se vi pare, insomma: “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare”.

Perché, solo ora lo so, è di comune dominio che prima dei quattro anni sia pressoché impossibile fare una diagnosi certa sul cosiddexxtto spettro dell’autismo.
Una gamma talmente vasta da includere non una, ma cento sfumature di sindrome, tra cui i casi Asperger, che solo recentemente sono stati riportati alla ribalta grazie all’appeal di personaggi come Rayman, Greta Thunberg o il nuovo sosia del Dr. House. Notorietà che, superfluo dirlo, non consideravo affatto un’aspirazione per l’avvenire del mio bambino.

Fu così che in un caldo pomeriggio di mezza estate mi sono ritrovata seduta sulla poltrona della sala d’attesa del prestigioso ospedale della mia nuova città di residenza a rigirarmi tra le mani quello che appariva più simile al verdetto dell’oracolo di Delfi, che alla diagnosi medica della pedo-neuropsichiatra.

Senz’altro, suonava più sibillino. “Rischio di bolla di autismo”. Al leggermelo, pure io sono entrata nella bolla fino al collo. Per quelle che erano le mie modeste conoscenze in materia, una previsione astrologica mi sarebbe apparsa sicuramente più sensata, e soprattutto più certa. Una cosa era invece chiara: ignoravo il quadro degli altri pianeti, ma Saturno, certamente, ce l’avevo contro.

Tante domande senza risposte
Vincere contro i mulini a ventoIn breve, mi sentivo un ibrido tra Beatrix Kiddo del migliore Tarantino e la brutta copia di una Don Chisciotte in gonnella nella lotta contro immaginari mulini a vento. Dove dovevo andare? Chi dovevo contattare, con chi dovevo prendermela, e soprattutto: chi di competente avrebbe potuto aiutarmi in quel difficile frangente?

Sarebbe bastato rispondere a queste tre semplici domande, e chiunque avesse tentato di allontanarmi dalla mia meta avrebbe prima dovuto camminare sul mio cadavere. Tranne il fatto che in quel momento, cadavere a parte (ero sulla buona strada, a giudicare dal colorito verdognolo), non ce l’avevo affatto una meta. Ma solo una stupida, sgualcita pagina del plico medico da compilare, tipo Settimana Enigmistica, per stabilire il grado di gravità della situazione.

Quante volte al giorno il bambino era capace di ripetere senza tregua la stessa domanda, quante volte al giorno si ostinava a guardare nel vuoto come alla ricerca di misteriosi spettri? Ma siccome il piccolo non parlava ancora, quello era il punto, per ora ero salva.

Sarebbe invece stato più utile che mettessi per iscritto le volte in cui mi aveva costretto a fare l’intero giro dell’isolato in autobus, eletto a giostra dell’anno, pena le imbarazzanti urla che altrimenti mi avrebbero costretto a elargire spiegazioni che non avevo voglia di dare, in una lingua straniera in cui non ho mai avuto voglia di esprimermi.

Tanti subdoli sensi di colpa
Vincere contro i mulini a ventoMa il supplizio del cruciverba mi era stato risparmiato, tanto meglio.
In compenso, la domanda da diecimila dollari ce l’avrei avuta io.

L’avrei sottoposta alla giuria invisibile delle schiere degli angeli e degli spiriti guida che nel frattempo, invocando un cielo troppo distante, avevo provveduto a spodestare dalla sua immobilità apparente.

Cosa fa una mamma in difficoltà in terra straniera, munita dell’unica sua arma della determinazione? Combatte senza risparmio di colpi e senza alcuna eccezione.
Si trattava innanzitutto di far tacere per sempre i più subdoli sensi di colpa. Quei pensieri più insensati che s’insinuano come serpi nella coscienza già martoriata di una mamma in cerca di risposte, spingendola a cercare le remote cause più assurde del suo dramma, come se si trattasse di svuotare il mare con un secchiello. In secondo luogo, farmi venire l’idea giusta.

Per una serie fortunata di circostanze mi si è fatta avanti una specie d’illuminazione. Ho capito d’istinto che, nel caso di mio figlio, l’oscura circonlocuzione “rischio di bolla d’autismo” era più o meno come un fantasma. Del resto già lo si poteva intuire dal suono funesto della definizione, tanto ostile quanto evanescente, ma facilmente aggirabile.

Mi immaginai allora che fosse una specie di spettro che si appostava guardingo nelle più remote stanze di un polveroso castello. Di quelli gotici e autenticamente tetri che oggi vengono riadattati per eleganti vacanze estive. Avrebbe potuto presentarsi insalutato ospite, in costume da bagno e occhiali da sole, ove non tenuto debitamente alla larga.

Mamma senza frontiere
Essendo una fervida appassionata di Harry Potter, ma ancor più una nostalgica di un vecchio successo degli anni Ottanta, ne approfittai per auto-investirmi a eroina Ghostbusters della Nuova Era. Quel maledettissimo fantasma che sembrava aver preso di mira proprio mio figlio avrebbe dovuto passare sul mio cadavere, e allora altro che Frankenstein Junior. Lo avrei spaventato a morte non esitando ad assumere le sembianze della più terribile delle Erinni.

Lanciata la sfida, iniziò un periodo di continui esodi: scuola full time a singhiozzo, interrotta dall’elenco interminabile delle visite alle varie logopediste, oltre alla ginnastica, al nuoto e a tutte le altre attività che, sebbene meramente facoltative, vengono fortemente consigliate nel caso in oggetto.

I miglioramenti del bimbo, piccoli ma costanti e sempre in ascesa, hanno in breve mostrato l’efficacia del piano d’urto “mamma senza frontiere”, ma nel frattempo che lui progrediva, io ho rischiato di tramutarmi nell’ultimo modello da rottamare di un automa a molla.

Finalmente, la prima parola
Fino a quando, un fatidico giorno all’alba dei tre anni e mezzo, gli ho sentito non solo pronunciare la sua prima parola, ma addirittura sfoderare tutto l’intero vocabolario, come una vecchia radio a cui si era fatalmente guastato il pulsante di accensione e non puoi fare altro che alzarne o abbassarne il volume.

A dimostrazione che, come qualcuno un tempo ha scritto, è proprio vero. Come se tra il quadro e il chiodo ci fosse da sempre stato un silenzioso patto segreto che ne decretava sin dall’inizio l’esatta durata del sodalizio, non si sa perché ma un bel giorno, all’ora x della data y, il quadro cede improvvisamente accomiatandosi dal chiodo, lasciando tutti con un palmo di naso.

Nel mio caso, il muto sodalizio tra il mio bambino e quel bastardissimo silenzio non selettivo si era finalmente infranto, e ora potevo ufficialmente dichiararmi uscita dal tunnel.

Il primo monologo di mio figlio
Il primo monologo in cerca d’autore di mio figlio è stato come un intero spettacolo di fuochi d’artificio a ciel sereno, una magnifica pioggia fredda nel cuore dell’estate che mi ha lasciata senza fiato, qualcosa per cui ho sentito suonare tutte le campane a nozze e improvvisamente aprirsi la terra sotto ai piedi, ma dalla gioia di apprendere che, questa volta, “ce l’avevo fatta”.

Le sabbie mobili non mi avevano inghiottita, avevo avuto la meglio sui mulini a vento. La porta girevole dello spettro della sindrome era stata per sempre chiusa, ora si trattava di lavorare per consolidare i risultati, ma avevo svolto il mio compito.

Oggi il mio piccolo è uno splendido, amabile bambino.
Fa il bagno senza problemi e nuota già in piscina divertendosi a fare i tuffi. Adora suonare il piano e già sa leggere e riconoscere i numeri.

E se per caso ogni tanto perde la pazienza nel fare i capricci, penso che nessuno, al suo posto, avrebbe la vita facile con una mamma che per alias ha niente meno che Beatrix Kiddo, un passato da Erinni e un apprendistato da Ghostbusters.

Racconto Premio Città di Grottammare, sezione speciale sull’autismo

Silvia Alonso
Avvocato milanese, specializzata in diritto civile e internazionale, ha lasciato la professione forense con l'arrivo del primo figlio per dedicarsi alla scrittura e ad approfondire studio e insegnamento della danza orientale e del flamenco, sue passioni, insieme alla pole dance, la mitologia e l’esoterismo. A dicembre 2019 pubblica “I love Mammy in Montecarlo – come sopravvivere a una vita glitter” (Genesis Publishing). Con “L’angelo veste Sado” entra in finale al premio Nabokov 2020 per la sezione romanzi inediti. Altri racconti: "Avventure al volante","Sulle ali della primavera","Racconti di Halloween","Tenebrae: verso un mondo oscuro e ammaliante","Natale Horror 2020". Sito web: https://silviaalonsowriter.com/