Maya: ma erano davvero sanguinari?

Luci e ombre nella storia di un popolo misterioso

di Antonio Giacchetti. Un grande esperto di questa civiltà perduta ci parla con toni appassionati di alcuni aspetti controversi delle pratiche religiose.

Riprendiamo in questa seconda puntata il nostro discorso sui Maya. Innanzitutto è d’obbligo una precisazione di carattere storico, che molti sembrano ignorare nonostante sia facilmente verificabile: si tratta della suddivisione, operata dagli studiosi  e accettata da tutti, nelle tre fasi della loro civiltà.

Le diverse “fasi” della civiltà Maya

Antonio Giacchetti

La fase denominata Pre-Classica va dalla notte dei tempi al secolo II a.C. , una data spesso rivista, a causa del ritrovamento di pitture murali o manufatti che, per via della loro qualità superiore, sono chiaramente ascrivibili alla fase Classica, ma vengono datate ad anni precedenti. Infatti fino a pochi anni fa la fase Classica veniva fatta partire dal I secolo a.C., ma ha dovuto essere retrodatata proprio a causa dell’emersione di reperti troppo belli e perfetti per essere battezzati come appartenenti alla fase Pre-Classica.

La fase Classica, quella dello splendore, il culmine della parabola evolutiva di questa misteriosissima civiltà. Caratterizzata dall’edificazione di tutti i centri cerimoniali più importanti e maestosi, con le loro imponenti piramidi; dall’uso di ben 17 (diciassette!) calendari e di un sistema matematico semplicissimo e flessibilissimo; da conoscenze astronomiche la cui precisione sconcerta gli studiosi, che si chiedono come fosse possibile una tale precisione per un popolo che non aveva cannocchiali o telescopi; da un livello artistico di grande raffinatezza; dall’elaborazione di un corpus profetico di cui sono giunti fino a noi i due testi sacri del Popol Vuh e del Chilam Balam.

Tra i misteri dei Maya, uno dei più intriganti è proprio quello della comparsa improvvisa di una cultura così raffinata, senza che sia stata preceduta da stadi intermedi; sembrano arrivare sulla scena della Storia già completi, evoluti, pre-confezionati, coi loro 17 calendari, le loro profezie, le loro superiori conoscenze architettoniche, matematiche ed astronomiche.

Il periodo buio

Maya: ma erano davvero sanguinari?
Messico. Chichen Itzà. Foto di Makalu da Pixabay

Segue un periodo di buio. Dall’ultima inscrizione del periodo Classico, risalente all’anno 832 d.C., i Maya non scolpiscono più, com’era loro costume, la data di consacrazione di qualunque struttura edificassero, fino al 987 d.C., data della rifondazione della nuova Chichen Itzà.

Un secolo e mezzo in cui abbandonano i loro centri cerimoniali e non ne costruiscono di nuovi; sembrano svaniti nel nulla. Un altro enigma irrisolto, un periodo che nel Chilam Balam corrisponde alle mitiche, misteriosissime “Sette Generazioni Perdute”.

La fase post-Classica. Al 978 d.C. si fa risalire l’inizio di questa fase, la cui ultima inscrizione, a Mayapan, è datata 1444. Dopo un secolo e mezzo di nebbia fitta, e dopo aver combattuto contro i popoli Mexcica del nord, principalmente Aztechi e Toltechi, ed esserne stati sconfitti, i Maya ricompaiono sulla scena, ma con tre caratteristiche fondamentali che testimoniano la perdita di un patrimonio culturale e spirituale che li aveva resi unici ed inconfondibili:

1)  Non scolpiscono più le date di consacrazione dei loro monumenti. Questo significa che, in quei 150 anni, avevano perso il loro computo dei giorni. Quella che sbalordisce tutti, la capacità di elaborare e padroneggiare i diciassette calendari che usavano, è andata perduta.

2)  La loro arte, contraddistinta da caratteri inconfondibili, tipici della fase Classica, si fonde con quella di Aztechi e Toltechi. La sconfitta militare si traduce anche nella perdita della loro cifra estetica unica, squisita, incomparabile.

3)  I Maya Post-Classici iniziano a compiere sacrifici umani. Prima di allora non ne facevano. Anche questo è un effetto della sconfitta militare ad opera dei popoli del nord, dalla grande tradizione guerriera, che praticavano già i sacrifici umani.

E così Dio cerccò di creare il mondo

Maya: ma erano davvero sanguinari?
Itzamnà, il dio creatore dei Maya.

Quella che era diventata consuetudine, in alcune delle cerimonie Maya, era l’offerta rituale di sangue – non il sacrificio umano. È una differenza importante. L’offerta rituale di sangue è presente in tutte le culture antiche.

È bene tener presente che, nel mito Maya della creazione, il loro Dio Creatore, Itzamnà, fa tre tentativi di creare l’essere umano. Nel primo, Itzamnà modella la forma dell’uomo nel legno, ma la sua creazione non è coronata dal successo. Nel secondo caso, la statuina umana viene modellata usando farina di mais, ma anche stavolta il tentativo fallisce.

L’operazione finalmente riesce quando Itzamnà realizza la figurina umana miscelando il proprio sangue con la farina di mais.

L’offerta del sangue

Se dunque l’uomo è stato creato grazie all’offerta rituale di sangue del Dio Creatore, quale potrà essere mai la forma più sacra per effettuare un’offerta al suo Dio, se non quella del proprio sangue?

L’offerta rituale di sangue era riservata solo sacerdoti e sacerdotesse. Forse che l’officiante del rituale della nostra tradizione non ripete la frase pronunciata dal figlio di Dio: “Prendete e bevetene tutti, questo è il mio sangue”?
L’essere passati dall’offrire il proprio sangue all’offrire il sangue di malcapitate vittime sacrificali non fa che confermare la progressiva decadenza e la perdita delle tradizioni cerimoniali originarie, carattere peraltro comune a tutte le tradizioni religiose.

Questo è un chiarimento necessario, incontrovertibile, che “scagiona” i Maya Classici, ridefiniti “Maya Galattici” dal prof. José Argüelles nel suo libro Il Fattore Maya, che ho avuto l’onore di tradurre e far pubblicare in italiano; un testo epocale che rappresenta un punto di non ritorno nella nostra comprensione di questo popolo enigmatico e straordinario.

I sacrifici umani

Un barcone con migranti Foto di Carmelo Sucameli /ANSA.

Ma, per quanto doverosa, questa puntualizzazione non sposta più di tanto il nocciolo della questione dei sacrifici umani. Dunque, parliamone.

E non solo di quelli “dei Maya”. È sempre sconcertante constatare con quanta miopia siamo capaci di vedere la pagliuzza nell’occhio altrui, mentre ignoriamo più o meno deliberatamente la trave nel nostro occhio.

Siamo pronti a scandalizzarci e lanciare anatemi, disprezzando una civiltà del passato che non conosciamo, disgustati da resoconti dettagliatissimi di pratiche aberranti, costantemente ripetuti da divulgatori scientifici il cui unico merito è quello di ammiccare frequentemente dai teleschermi. Ma siamo ciechi di fronte ai sacrifici umani che facciamo noi. Qui. Ora.

Forse che le migliaia di morti annegati in prossimità delle nostre coste mentre cercano disperatamente di sfuggire alla guerra, alla carestia, alla miseria, non sono sacrifici umani? Cosa sono allora le migliaia di bambini che muoiono di fame ogni anno? E i giovani che si schiantano in macchina all’uscita delle discoteche nei fine settimana estivi? I civili vittime innocenti di bombardamenti a tappeto? Le donne vittime di femminicidio?

E quelli che stanno ammalandosi oggi in seguito alla somministrazione di un vaccino non sperimentato (che in realtà è una terapia genica), ospedalizzati senza neanche il conforto della presenza dei propri cari, di cui stampa e televisione non parlano?

Vittime sacrificali ai nuovi dei
Non sono tutti costoro vittime sacrificali offerte ai nostri nuovi dei: denaro, potere, ricchezza, velocità, progresso, scienza, tecnologia, trasgressione? Rispetto ai Maya, abbiamo semplicemente cambiato dei: non più Venere, Sirio, le Pleiadi, Quetzalcoatl, ma i nostri nuovi Dei, ai quali tributiamo sacrifici umani in quantità tali che avrebbero fatto inorridire non solo i Maya…

Cosa sono le autostrade, le fuoriserie che toccano velocità pari al triplo di quelle consentite, le stazioni di servizio, le discoteche, i farmaci che ci fanno ammalare ma arricchiscono le multinazionali farmaceutiche, se non i nostri nuovi altari? E le sintesi chimiche di piante sacre – tabacco, coca, oppio – profanate e commercializzate, responsabili della maggioranza delle morti per tumore, cancro, overdose?

Le cerimonie, fulcro della spiritualità

Maya: ma erano davvero sanguinari?
Un sacrificio umano (Codex Laud).

La cerimonia è il fulcro della spiritualità e del sistema di credenze che unisce una comunità. Alla cerimonia non si assiste, si partecipa. E vi partecipano tutti i membri di una comunità. Per questo ogni singolo componente della comunità sa con certezza assoluta cosa è permesso – e cosa è vietato – in cerimonia.

Così, se in cerimonia è permesso ingerire una pianta sacra che permette l’accesso a stati di coscienza non ordinari, fuori dalla cerimonia il consumo (in chiave cosiddetta ricreativa) di piante sacre non è ammesso. E se in cerimonia è permesso versare sangue, fuori dalla cerimonia il sangue non si versa.

Ma noi, oggi, abbiamo perso del tutto questa consapevolezza. È per questo che il sangue viene versato dappertutto, anche sotto casa nostra e anche dentro casa nostra, per motivi che se non fossero tragici sarebbero ridicoli. È per questo che i derivati chimici delle piante che una volta erano considerate sacre selezionano i candidati ai sacrifici umani, anche tra i nostri cari.

Con la speranza che queste considerazioni possano permettere una diversa prospettiva su quello che appare come un dogma indiscusso, ringrazio per l’attenzione e vi saluto con il codice d’onore Maya: IN LAK’ECH (io sono un altro te stesso).

(2a puntata – fine)

Per saperne di più
Antonio Giacchetti “Maya: ma chi li conosce davvero?”, 1a puntata

Antonio Giacchetti
Vive a Bari. Avvocato pentito (non ha mai esercitato la professione), interprete e traduttore. Studioso dei Maya e delle altre civiltà mesoamericane. Ha tradotto Il "Fattore Maya" di José Argüelles, di cui è stato l’interprete italiano. Coordina la sezione italiana del PAN (Rete d’Arte Planetaria). Amministra il sito www.13lune.it