Maya: ma chi li conosce davvero?

Un popolo i cui misteri non sono ancora stati risolti

di Antonio Giacchetti. Un importante e appassionato studioso Maya ci introduce ai misteri di questa antica civiltà, dotata di incredibili conoscenze matematiche e astronomiche.

Antonio Giacchetti

Sono più di quarant’anni che studio i Maya e le altre civiltà mesoamericane, che hanno sempre esercitato su di me – e a quanto pare anche sulla mente collettiva – un fascino irresistibile, fin da quando tra i libri della biblioteca di mio padre fui attratto da Civiltà sepolte, un testo di archeologia del 1949 scritto da un giornalista tedesco (non uno storico, un archeologo, un antropologo)  che non si firmò col proprio nome ma con uno pseudonimo, Ceram. Fu su quel vecchio libro che per la prima volta lessi del misterioso popolo dell’antico Messico.

Il Mattino dei maghi

Jacques Bergier.
Louis Pauwels.

Curiosamente fu un altro libro scritto da due giornalisti, Pauwels e Bergier, che incrementò la mia passione per i Maya: Il mattino dei maghi, pubblicato nel 1960.
Divenne un best seller e fece nascere in me tante altre passioni: la copertina era un disegno di M.C. Escher, geniale artista olandese di cui avrei negli anni collezionato i libri e visitato le mostre; una bellissima citazione di Teilhard de Chardin, paleontologo gesuita, dunque scienziato e mistico, di cui ho approfondito poi la conoscenza, fino ad imbattermi nel termine noosfera, la sfera della mente planetaria, concetto da lui coniato con grande lungimiranza.

Cover della prima edizione: 1960

Poi era citata l’opera di Charles Fort, autore de Il libro dei dannati, caposcuola degli anomalisti, che raccolse in scatole di cartone delle scarpe decine di migliaia di ritagli di giornali che riportavano eventi rari, anomali, inspiegabili; l’affascinante e misteriosissima Leggenda dei Nove Ignoti, che pochi conoscono; la figura del leggendario alchimista Fulcanelli, autore de Il Mistero delle Cattedrali.

C’erano inoltre nel libro due racconti brevi: un estratto da L’Aleph, novella di Jorge Luis Borges, di cui avrei poi letto avidamente l’opera omnia, e I nove miliardi di nomi di Dio, di Arthur C. Clarke, autore del libro da cui fu tratto 2001: Odissea nello spazio, che considero uno dei film più belli della storia del cinema.

Il mattino dei maghi (di cui ora, essendo trascorsi più di 50 anni dalla prima pubblicazione, è disponibile gratuitamente online il pdf) focalizzò ancor di più il mio interesse per i Maya e per tutte le civiltà antiche che raggiunsero vette di evoluzione altissime in termini di astronomia, architettura, arte, spiritualità, cosmovisione.

E stabilì in largo anticipo alcune di quelle che sarebbero state le tappe dei miei due giri del mondo, completati in un totale di sette anni tra il 1987 e il 1997: Tiahuanaco in Bolivia, Machu Picchu e la Piana di Nazca in Perù, l’Isola di Pasqua, ecc.

Cancun. Una piramide Maya.

Il fascino dei Maya
Ma soprattutto quel libro fece crescere in me una sete di conoscenza sui Maya, di cui veniva messa in luce l’ambivalenza dei tratti che ne caratterizzavano la civiltà.
Da un lato grandi osservatori del cielo, compilatori di calendari in cui venivano annotate con estrema precisione date di eclissi, posizioni di Venere e altri corpi celesti nell’arco di millenni – in epoche in cui dalle nostre parti mandavano al rogo chi si azzardava a suggerire che “eppur si muove”; in possesso di numerosi calendari, ben diciassette, tra i quali quello che stabiliva la durata dell’anno solare con precisione maggiore di quella calcolata dagli eruditi vaticani che prepararono la Riforma Gregoriana del 1582.

Erano anche  formidabili matematici, che padroneggiavano un sistema al tempo stesso semplicissimo e flessibilissimo e che con soli tre segni di notazione – tra i quali lo zero, che dalle nostre parti avremmo conosciuto più di mille anni dopo, grazie alle invasioni arabe – e la progressione vigesimale (a base 20, mentre la nostra è decimale, a base 10) riuscirono a fare calcoli impossibili coi nostri sistemi.
Grandissimi architetti, in grado di edificare imponenti piramidi e grandiosi centri cerimoniali, non si sa bene come, dal momento che gli studiosi ripetono il mantra secondo cui non praticavano l’estrazione e la lavorazione dei metalli, dunque non si sanno spiegare come tagliavano i blocchi di pietra; raffinatissimi artisti, creatori di sculture, pitture murali e manufatti che ancor oggi ammiriamo; grandi mistici, animati da una spiritualità e una cosmovisione elaboratissime, in possesso di profezie millenarie e – qualcuno ipotizza – di una favolosa tecnologia mentale.

Aspetti inquietanti in una cultura evoluta

Mexico. Chichen Itza. Foto di antonmaster da Pixabay

Dall’altro lato, però, questa stessa formidabile cultura presentava aspetti inquietanti, per noi inspiegabili, assurdi, fondamentalmente legati alla ritualità e ad elaboratissimi cerimoniali, di cui venivano evidenziati dettagli raccapriccianti, efferati, disgustosi.

Ci venivano descritti i rituali sanguinari, le tecniche di incisione chirurgica delle vittime sacrificali con coltelli di ossidiana, che permettevano l’estrazione manuale del cuore ancora pulsante, il tutto con una dovizia di particolari che mal si concilia con la generale ignoranza da parte nostra su tutto ciò che riguarda usi e costumi dei Maya.

Mi ha sempre colpito questo: nessuno ha mai letto un libro sui Maya, nessuno ha mai parlato con uno di loro né partecipato ad una loro cerimonia… Eppure anche l’ultimo degli analfabeti sembra sapere che “i Maya praticavano i sacrifici umani”. Non vi sembra strano? Com’è possibile?
Tengo conferenze e seminari, partecipo a convegni ed eventi parlando dei Maya, e da un quarto di secolo la domanda più gettonata è: “Ma se erano così avanzati, raffinati, evoluti… Perché facevano sacrifici umani?”.

I sacrifici umani e fake news

Foto di memyselfaneye da Pixabay.

Naturalmente, la soluzione dell’apparente incongruenza va ricercata nella formidabile potenza di fuoco del mainstream e nell’azione combinata di televisione, stampa e cinema, in grado di manipolare la mente individuale e planetaria, rafforzando l’ipnosi collettiva col consolidato espediente della ripetizione ossessiva del mantra, che produce l’incrollabile convinzione che quella sia la “verità”, perché “lo sanno tutti”…

Un ruolo determinante in questo artificio subliminale lo giocano i cosiddetti “divulgatori scientifici”: non hanno titoli di studio superiori, sono perlopiù massoni o figli di massoni di alto grado, ma sono telegenici e permettono ai teleassuefatti di non pensare o fare ricerche e documentarsi per conto proprio. La loro onnipresenza televisiva li rende familiari al ‘grande pubblico’, così quando scrivono un libro – e ne scrivono parecchi – vendono centinaia di migliaia di copie, a patto di mettere il loro faccione sorridente in copertina.

Un capitolo a parte meritano i sedicenti divulgatori scientifici su internet, autonominatisi cacciatori di bufale, costantemente impegnati a smascherare ciarlatani e ad appioppare il titolo di fake news a qualunque tipo di informazione che si discosti da quelle mainstream. Il più popolare tra loro ha candidamente ammesso di ricevere finanziamenti per attaccare determinati autori, ricercatori, registi, siti web, colpevoli di suggerire prospettive diverse da quella del pensiero unico.

Altra fake news: la Fine del Mondo

Un calendario maya.

Così, nessuno ha mai letto un libro sui Maya, nessuno ha mai parlato con un discendente dei Maya, nessuno ha mai partecipato ad una loro cerimonia, ma tutti hanno sentito parlare i vari divulgatori scientifici televisivi, o hanno visto un documentario sui canali televisivi Focus o History Channel, o l’orribile film Apocalypto..

Un anno fa è bastato che un paio di siti web rimbalzassero la notizia, originata da un post su Twitter, secondo cui la data della Fine del Ciclo predetta dai Maya (e deliberatamente contrabbandata come Fine del Mondo) non fosse il dicembre del 2012 bensì del 2020, per una ulteriore prova di forza dei professionisti della disinformazione e una nuova ondata di paranoia e di conseguenti richieste della mia opinione sull’argomento.

Così, nel cercare di documentarmi sulla faccenda, scopro che il post su Twitter era stato cancellato dopo pochi giorni, che il titolare dell’account era un ragazzo dell’apparente età di 20 anni, assolutamente privo di titoli di studio, che aveva pensato bene di basare la sua sensazionale scoperta sul fatto che nel 1582, quando Papa Gregorio XIII promulgò la riforma del calendario di Giulio Cesare, cancellò dal computo del tempo 10 giorni, quelli tra il 5 e il 14 ottobre di quell’anno.

Era un atto dovuto, in quanto i sedici secoli di uso del computo giuliano – per via dell’arrotondamento che facciamo quando calcoliamo gli anni bisestili – avevano prodotto un errore di 10 giorni, che andava corretto. Ma il nostro eroe aveva pensato bene di ritenere che la cancellazione di quei 10 giorni fosse qualcosa che non riguardava solo l’anno 1582, ma andasse ripetuta ogni anno. Così, moltiplicando quei 10 giorni per i 438 anni intercorsi tra il 1582 e il 2020, aveva ottenuto un numero di giorni pari a circa 8 anni, dunque la Fine del Mondo era da attendersi per il 21 dicembre 2020.

Messico. Museo Palenque. Simboli Maya.

Ancor più incredibile della evidente inconsistenza del ragionamento dell’imberbe illustre sconosciuto subito cancellato da Twitter, è sconcertante il risalto mediatico che è stato dato alla supercazzola. Come dire: chi se ne frega se è – questa sì – chiaramente una bufala, l’importante è che se ne parli, e si rafforzi la nostra capacità di manipolare la mente individuare e collettiva.

Pochi giorni fa, invece, un post su WhatsApp avvertiva che la data del 2012 andava corretta al 2021 per via di un “errore di battitura” (sic). Anche qui, non importa se l’affermazione è ridicola; l’importante è che se ne parli, che aumenti la confusione, che la dissonanza cognitiva venga rafforzata.

E così eccomi qua a scrivere cose che ripeto da un quarto di secolo – e chissà quante altre volte dovrò farlo. Ma tant’è; almeno d’ora in poi potrò dare il link a questo articolo a chi mi farà la stessa domanda.

(1a puntata – continua)

Foto di copertina:  Foto di Walkerssk da Pixabay

Per saperne di più:

Antonio Giacchetti
Vive a Bari. Avvocato pentito (non ha mai esercitato la professione), interprete e traduttore. Studioso dei Maya e delle altre civiltà mesoamericane. Ha tradotto Il "Fattore Maya" di José Argüelles, di cui è stato l’interprete italiano. Coordina la sezione italiana del PAN (Rete d’Arte Planetaria). Amministra il sito www.13lune.it