Ricordando Piera

Un attributo affettivo a una grande interprete dei nostri tempi

di Federico Olivetti. Piera degli Esposti, la grande attrice recentemente scomparsa, viene ricordata con affetto e accorato rimpianto da un suo amico regista.

Cara Piera,
quante cose di te restano! Ti ho conosciuta anni e anni fa, quasi per caso: dopo averti nominata a una produttrice. Quanto sei stata umile, semplice, immediata – come tutti i grandi! Mi hai subito invitato a cena da te e in poco più di un’ora siamo diventati amicissimi. Eri attenta, precisa, puntuale. La tua casa era sempre perfetta, come un tempio zen. Ordinata, scarna. Elegante, discreta.

Una stanza da pranzo piccola, con un tavolo lungo e il soffitto basso; una stanza da letto dove risuonava RDS con le sue proposte giocose e leggere, dove stavano in pila lettere, dichiarazioni segrete e – soprattutto – decine e decine di libri di Wodehouse. Perché la notte – dicevi – bisogna affrontarla dopo un sorriso.
Un salotto, con il soffitto altissimo, dischi, pile di articoli che ti raccontavano come una regina;  due divani, due poltrone, uno specchio e una scala che conduceva alla tua terrazza. Uno spazio di incantata follia. Siepi altissime impedivano agli occhi di vedere attorno. Tutto il mondo era lì: nella tua voce che amava raccontare perdendosi e ritrovandosi, articolando periodi giocosi e lampeggianti; nei tuoi occhi ferini, spudorati; nelle tue mani sempre inquiete.

Leggevamo insieme romanzi, sceneggiature e li commentavamo. Eri una lettrice profondissima. Non ricorrevi alla logica corrente.
Il tuo pensiero magico metteva insieme cose che chiunque avrebbe trovato tragicamente distanti, credeva possibili orizzonti che nessuno avrebbe mai potuto contemplare, giungeva improvvisamente, spudoratamente a conclusioni sconvolgenti e vere.
Eri una spettatrice profondissima. Avevi una capacità intuitiva impossibile. Vedevi quello che era segreto, vedevi dietro le immagini del cinema le più intime intenzioni dei registi. Si discuteva sempre di arte. Si discuteva poco degli altri. Eri una donna molto riservata. Assolutamente affidabile.
Al “Corallo”, il tuo ristorante prediletto, ci si scambiavano le parole più intime. Pretendevi dagli amici rigore, costanza, dedizione e lealtà. Esserti amico era per me un compito, una via per superarmi.

Piera un anno fa al Giffoni film Festival.

Il passare del tempo si è chiarito come declino costante della tua condizione fisica. La tua vita, ogni anno, è diventata sempre più confinata. Gli scalini sono diventati un problema, la vita sociale è diventata una fatica. Pensandoti come guerriera esemplare, come riferimento per gli altri, hai vissuto la tua fragilità come un difetto da occultare. Non ti sei mai permessa di chiedere semplicemente aiuto.

L’estate – anno dopo anno – è diventata il tempo della sofferenza. Il caldo ti stroncava. Mi raccontavi della mano graziosa della Maraini che, a Pescasseroli, nelle salite, ti spingeva su, incoraggiandoti.
Ti ho vista ogni giorno più piccola, ti ho vista ogni giorno più immensa. Sei stata una maestra titanica. Ti ho vista vincere l’inimmaginabile. Hai ucciso tutti i draghi che la vita ti presentava.

Andare in scena, andare sul set significava per te semplicemente andare in guerra. Significava sempre lottare per la vita. La mediocrità era per te la morte da evitare. Tornavi sempre vittoriosa. Tornavi sempre più potente. Eri severa, molto severa. Eri disciplinata e chiedevi disciplina. Spietata con te stessa, attenta con gli altri. Ascoltavi e non dimenticavi.
La tua persona voleva confini chiaramente tracciati. Orari prestabiliti, argomenti trattati secondo una scansione precisa. E il prodotto di questa rigidità era un miracolo: la tua vita ha saputo far vivere in armonia la violenza e l’umorismo, la grevità e la spensieratezza. Libera come nessuno. Libera dai pregiudizi, veramente anticonformista – forse l’ultima del nostro mediocre paese, libera dal passato e dai suoi crediti.

Ogni azione, nella tua identità professionale, meritava il massimo. Tutto era sempre ugualmente importante. L’intervista meno rilevante valeva quanto una recita a teatro. Una scena breve in un documentario valeva quanto un ruolo centrale in un film.
Poi la tua malattia i polmoni è precipitata: è arrivata la necessità della bombola d’ossigeno. La tua vita mondana e brillante a cui tenevi immensamente è stata impedita mese dopo mese.

..Le sere – improvvisamente – ti sono state impedite le tue fughe distratte e infantili. Poi è arrivato il Covid. È stato un anno di completa chiusura. Un anno in una stanza, animata dalle parole. Animata dalle parole scritte o dette. Animata dalle poesie che qualche allievo innamorato ti scriveva, animata dalle prospettive immaginate dai romanzieri. Sei stata la più forte, durante il Covid. Avevi una chiarezza interiore così potente che nessuna mano mai avrebbe potuto ferirti. Gli ultimi mesi li hai passati sul letto e poi, improvviso, il crollo. Sei stata costretta in una stanza, in rianimazione, senza fiato, senza voce. Ma anche nel silenzio più tragico sei riuscita a sorridere un “sì” alla vita.

Federico Olivetti
È stato allievo di Cecchi, drammaturgo per Ronconi. Drammaturgo per Stein. Assistente di Vassiliev. Ha fondato la compagnia "La rabbia giovane", presentando come regista dieci spettacoli di impronta marcatamente psicologica. Recentemente ha fondato la compagnia "Il bagatto", dedicandosi a un'idea di teatro metafisica. Ha scritto svariate sceneggiature per il cinema. Ha girato quattro cortometraggi, presentati a Cannes e a Venezia e premiati in America, in Asia.