Il cacciatore di fantasmi

L'avvincente racconto gotico scritto da uno studioso che ama il mistero

di William Giroldini. Una ghost story inquietante con un finale imprevedibile che mostra come il passato a volte può tornare per vendicarsi.

ra un pomeriggio di luglio e nel sole accecante e caldo del giorno il cacciatore di fantasmi si avviò verso la casa lugubre e pericolante posta al margine della vecchia fabbrica di mattoni, abbandonata da innumerevoli anni. Aveva individuato il vetusto edificio grazie a un vecchio abitante del luogo, sennò mai l’avrebbe trovata da solo. Non stava su alcuna mappa su Internet né su alcun libro di Fantasmi e luoghi maledetti.

Rovi, erbacce alte mezzo metro, alberi ed arbusti cresciuti in mezzo alle mura, il tetto sfondato in più punti, e due piani collegati da una scala in mattoni rossi ancora quasi intatta, era ciò che restava di quella casa. Forse risaliva agli anni ’20 o ’30 del secolo scorso, lo stile sembrava liberty.

Foto di Peter H da Pixabay.

Qua e là si notavano decorazioni a rilievo nei muri esterni, motivi allegorici, figure sbiadite dal tempo a tema neoclassico che una volta, tantissimi anni fa, avrebbero potuto essere vera espressione di arte e raffinatezza. Ora si diceva che in quella casa ci fossero strane presenze, cose inquietanti e non umane.

Aveva sentito parlare di strane esperienze. Come al solito erano testimonianze flebili e molto incerte, ma valeva la pena provarci. Era la sua passione, il suo interesse di vita oltre alla ragazza e al lavoro come aiuto panettiere.

l cacciatore di fantasmi di solito operava con un piccolo gruppo di suoi amici, quelli del gruppo Phantom & Paranormal Group Pavia. Ma da qualche tempo aveva cominciato a prendere le distanze dal gruppo stesso. Non che non fossero amici sinceri, antipatici o irritanti, semplicemente erano più interessati ad ubriacarsi, a schiamazzare in modo inaccettabile, a rendere le loro “missioni” solo poco più che pagliacciate senza senso.

Per loro era ormai solo un divertirsi in modo originale per raccontare poi storie esagerate e spesso inventate agli amici al bar. No, per lui, vero cacciatore di fantasmi, tutto ciò mancava di serietà, e quindi, quel pomeriggio, decise di uscire da solo per una prima esplorazione seria della casa abbandonata.

Si era diretto in auto verso il luogo che gli avevano detto, una piccola località di poche case nella campagna pavese, e poi proseguendo a piedi aveva provveduto a localizzare (non con una certa fatica) sul suo telefonino le coordinate GPS. In più aveva anche il suo navigatore Tom Tom.

Foto di Tuna Ölger da Pixabay

Tuttavia, come di norma, le esplorazioni per sperare di trovare il presunto fantasma (o qualunque cosa fosse) dovevano essere fatte a notte inoltrata, poiché (per una regola non scritta, ma inconsciamente accettata da tutti i cacciatori di fantasmi) le presenze spiritiche e le entità disincarnate preferiscono l’oscurità.

Forse erano ricacciate nel loro mondo dalla luce del giorno, così si diceva. Bè, i vampiri forse non sono fortemente insofferenti della luce diurna, come tutti sanno? O forse semplicemente di notte c’erano meno possibilità che qualcuno venisse a curiosare e a chiedere che stesse facendo.

Così il giorno seguente, verso mezzanotte, era tornato facilmente nel luogo desolato, grazie alle esatte coordinate memorizzate.
Arrivato alla casa abbandonata, dopo un viaggio di mezz’ora, si mise il suo casco in testa sia per ragioni di sicurezza (casa pericolante… detriti ovunque) sia per illuminare adeguatamente la scena con la lampada a led posta sul casco. Poi iniziò a posizionare in tre punti diversi tre piccole telecamere all’infrarosso con altrettanti microfoni assai sensibili, piccoli gioielli tecnologici alimentati a batteria, con memoria interna di 60 gigabyte.

Foto di Johannes Wünsch – Pixabay.

A quel punto doveva solo aspettare, magari facendo un pisolino in macchina, per disturbare il meno possibile la scena.  Situazione molto diversa da quella usuale col suo gruppo presente: rumori, risate, battute, lattine di birra svuotate e buttate in giro.
Niente di tutto ciò ora, ma solo pazienza, e silenzio. Come il pescatore che aspetta pazientemente il suo pesce dopo avere buttato l’amo.

Quando si svegliò, guardò l’orologio: accidenti: erano passate tre ore e non se n’era nemmeno accorto. Aveva dormito senza sogni e non ricordava altro. A parte la ragione per cui era lì.

“Bene…” disse a se stesso “ora devo solo recuperare le telecamere e tornare a casa. Domani devo andare in panetteria abbastanza presto”.
Alla fioca luce della sua lampada da casco, ritornò dove le aveva posizionate, le recuperò senza problemi, poi via verso casa. Erano ormai le 4 del mattino quando entrò nella sua stanza, cercando di non svegliare i suoi genitori e sua sorella più giovane.

Passò la giornata sul lavoro pensando alle lunghe ore di revisione dei filmati che l’attendevano. Questa era la parte più noiosa, e più difficile della sua passione: per ogni ora di video registrato, doveva passarne almeno una e mezza di visione attenta, infrastellata di avanti-indietro nei punti del video dove forse compariva qualcosa. Di solito solo un insetto che invadeva la scena, una foglia trascinata dal vento, un rumore di sottofondo di qualche uccello, o topo o coniglio selvatico.

Quasi tutto cosi, quasi sempre.
Quasi sempre. Meno le poche volte dove sembrava avere catturato qualcosa di strano. Tre serate di seguito passate nella sua stanza a esaminare le registrazioni. Niente di interessante nella prima, niente nella seconda, niente nella terza.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay.

Fino a quando, quasi alla fine delle tre ore di registrazione, un’ombra fugace si materializzò davanti all’obiettivo. L’ombra comparve per poco meno di cinque secondi, l’audio dava un forte aumento del fruscio. Che cosa era stato? Esplorò con attenzione i singoli fotogrammi delle breve sequenza, finché vide una forma umanoide, ma solo a metà: niente gambe, solo testa e busto, forma grigia ma chiaramente umana. E sembrava una donna abbastanza giovane.

Eureka! Aveva finalmente un filmato autentico di qualcosa di spettrale!  Dopo almeno due anni di immagini molto dubbie o niente di interessante. Ora c’era qualcosa.
E ora che fare? informare il suo gruppo o aspettare e proseguire l’indagine da solo?
Scelse la seconda opzione. Per due ragioni: se era qualcosa di veramente autentico, e documentabile, l’onore di averlo pescato sarebbe stato solo suo; seconda ragione: qualcosa di ineffabile, una sensazione che si era infilata nel suo cervello, gli diceva di agire da solo.

Quattro sere dopo la scoperta della figura fantasmica nel video, tornò alla casa diroccata. Il cielo notturno era debolmente illuminato da una luna strana, rossastra.
E versi inusuali di uccelli (uccelli?) rimbalzavano qua e là nella campagna seccata dal calore del giorno.
Questa volta piazzò tre telecamere a infrarossi verso la zona dove aveva trovato la prima apparizione. Poi si accucciò sotto un albero, e attese, attese… Dopo due ore recuperò le telecamere e tornò a casa.

Questa volta aveva veramente centrato l’obiettivo. Due telecamere rivelarono verso l’una di notte una figura spettrale uscire dal terreno vicino alla casa diroccata, poi salire lentamente sulla scala in mattoni rossi, e scomparire dentro un muro posto in cima alla scala.

 “Lo posto su internet! ” pensò subito, “Ho fatto una grande scoperta!” Ma poi cambiò rapidamente idea. Sapeva che fine avrebbe fatto: detrattori del Cicap l’avrebbero accusato di avere fabbricato abilmente tutto quanto, altri cacciatori improvvisati avrebbero invaso la “sua” zona e tutto sarebbe finito in puro caos. No!

No. Avrebbe indagato ancora da solo. Chi era la figura spettrale? C’era qualcosa di documentato su quella casa? Si prese tre giorni di ferie, ma senza dirlo né alla sua ragazza, né alla sua famiglia. Tre giorni in cui rovistò la biblioteca del Comune a cui quella piccola frazione apparteneva, poi vi aggiunse caute domande a vecchi (solo vecchi) della locale osteria gestita da una novantenne mezza cieca e decisamente puzzolente di urina.

Fu proprio la vecchia, dalla faccia raggrinzita e grigia come la pelle concia di una pecora a parlargli della antica fabbrica di mattoni e della casa padronale abitata dal padrone dal 1920 al 1935 circa. E di come un incendio avesse devastato la fabbrica e come il padrone avesse improvvisamente mollato tutto e fosse partito per l’Argentina (si diceva). E della scomparsa di una ragazza che lavorava come serva nella casa padronale.

Una ragazza scomparsa! Poteva coincidere con la figura femminile spettrale che aveva catturato con le sue telecamere infrarosse?  Doveva indagare ancora.
Il terzo giorno di ferie si recò in auto di buon mattino presso la casa diroccata, armato di badile, e vanga e piccone. E cominciò a scavare nel punto in cui la figura spettrale emergeva lentamente dal terreno. Sapeva (l’aveva letto in un vecchio libro sui fantasmi) che essi frequentano l’ultimo luogo in cui hanno perso la vita, con le stesse caratteristiche che il luogo stesso aveva al momento del loro trapasso.

Ciò significava che la figura spettrale emergeva da qualcosa, forse una scala ora sepolta di detriti. Lavorando alacremente, sudando come una bestia e imprecando per il caldo, e bevendo spesso, si fece la sfacchinata peggiore della sua vita. Smosse terra e detriti, e vide quello che si aspettava: una scala in mattoni che scendeva sotto il livello del terreno.

Si prese un quarto giorno di ferie, facendo imbestialire il suo capo panettiere che aveva bisogno di lui per tutto il lavoro da fare. Rischiò il licenziamento, ma finalmente scavando e bestemmiando e bevendo acqua a litri, riuscì ad arrivare al fondo della scala: ora davanti a lui c’era una porta in ferro consunta dalla ruggine, che chiudeva una struttura sotterranea in mattoni e cemento.
Prese il piccone e lo scaraventò con forza contro la serratura: la porta cedette di colpo (era ormai solo fatta di ruggine o quasi) e  lasciò intravvedere una stanza sotterranea.

Un fiotto di aria impregnata di nauseante odore di marcio arrivò alle sue narici: aspettò allora un quarto d’ora prima di entrare. Con la torcia, illuminò l’angusta camera sotterranea: era circa 2 metri per 3 e alta un metro e mezzo, c’era una panca in legno tarlato e mezzo marcio e una brocca in metallo verniciato. E una catena fissata a una parete che terminava in un bracciale chiuso da una serratura arrugginita. Toccò il bracciale in ferro, e una immagine di dolore, sofferenza e grande angoscia passò nella sua mente. Quel luogo era stato sicuramente il teatro di qualcosa di atroce, rimasto impresso fra quelle mura e quella scala.
Decise di tornare a casa, riposarsi (era stanco morto) e tornare la sera stessa con telecamere e illuminatore a infrarossi.

A mezzanotte era di nuovo sul luogo. Niente luna, il buio era opprimente in mezzo a quella campagna e versi di animali selvatici e corvi (corvi?) si udivano da diverse direzioni, tutti angoscianti e vicini.
Illuminò la scala sotterranea con gli infrarossi. Grazie a questi la scena notturna era visibile quasi come di giorno, ma l’occhio umano non avrebbe visto nulla: solo la sua telecamera “vedeva” la scena. Scese nella camera sotterranea e si sedette per terra, sul nudo pavimento in terra battuta. La sua mente era come svuotata da ogni pensiero, eccetto uno.

Aspettava la ragazza fantasma.

Verso l’una di notte, una figura femminile grigia e opalescente si materializzò lentamente sdraiata sulla panca, con un braccio infilato nella serratura di ferro. Poi si alzò in piedi, leggermente china, e iniziò a risalire lentamente la scala in mattoni rossi.

Foto di Comfreak da Pixabay.

Il cacciatore di fantasmi la seguì a un metro circa illuminandola col suo congegno infrarosso.  Era come in trance, ma si rendeva conto della assurdità di cosa stava accadendo. Poi la ragazza raggiunse la cima della scala e scomparve dentro il muro.

Il cacciatore di fantasmi tastò il muro, era ovviamente solido, lo illuminò per bene, anche con luce visibile. Nulla, assolutamente nulla. A parte una zona del muro ricoperta di un materiale simile a gesso piuttosto che a vecchio cemento e mattoni grigi.
Esausto e frastornato dall’esperienza appena vissuta, tornò a casa e dormì come un sasso fino a mezzogiorno. Al risveglio accese il telefonino: una telefonata registrata del suo capo lo informava d’essere stato licenziato, un altro messaggio della sua morosa gli prometteva di mollarlo se non si fosse più fatto vivo (come in effetti era) da quattro giorni. E un atroce mal di schiena per il pesante lavoro di scavo a cui non era abituato.

Sotto questi auspici, uscì di casa inseguito dalla madre che voleva sapere che stava combinando, perché il suo capo l’aveva licenziato (l’aveva saputo dal suo capo stesso), e perché questo e quello.
Passò la giornata presso l’osteria della vecchia faccia-di-pecora, concedendosi vino, toast e caffè. Cercò di sapere altro dai ricordi estratti dalla mente della vecchia, ma senza più nulla di interessante. Salvo una coincidenza a cui improvvisamente arrivò, come sbucata dal nulla: suo padre, sì, suo padre non era italiano, sua madre si. Lei era italiana, ma suo padre era di origine argentina. Anche se abitava in Italia da quando praticamente lui era nato.

Così il cacciatore di fantasmi infilò nel suo cervello annebbiato e mezzo sconvolto dagli ultimi avvenimenti, un’altra idea insana, e decisamente folle: era possibile che il padrone della fabbrica di mattoni fosse suo nonno? E che avesse violentato e ucciso la serva, per poi fuggire in Argentina? E che li avesse avuto un figlio (suo padre!)? E che quindi avesse un nonno assassino e violentatore?
Questi pensieri si infilarono come un tarlo nella testa del ragazzo, e non lo mollarono più per l’intera giornata.

Verso mezzanotte, tornò alla casa diroccata e, come in trance, si accovacciò sul pavimento della cripta maledetta. E verso l’una la ragazza fantasma si materializzò di nuovo come la notte precedente, e senza minimamente accorgersi di lui, risalì lentamente le scale in mattoni rossi, e scomparve nel muro.
Ma questa volta il ragazzo la seguì armato del piccone che aveva lasciato in loco.
Con tutta la forza che aveva, spinto da una cieca follia e disperazione, prese a picconare furiosamente il muro nel punto dove il fantasma era scomparso.

Frammenti di gesso, e cemento schizzarono da tutte le parti, poi improvvisamente parte del muro cedette e lasciò uscire un insieme di ossa bianche e frammentate.
Le ossa caddero addosso al ragazzo, che urlò per l’orrore. Sapeva di chi erano quelle ossa. E come fossero finite nel muro. Si inginocchiò piangendo…su quei poveri resti.

human bones of someone curled in a grave

Poi uno scricchiolio sordo, un piccolo rivolo di polvere scese dalla cima del muro decrepito, seguito un attimo dopo dall’intero muro che crollò di botto addosso al cacciatore di fantasmi. L’ultima cosa che vide, con gli occhi rivolti al cielo, fu il viso della ragazza, che gli disse: “Ora io sono libera, per sempre. Il mio destino e la mia vendetta sono compiute. La tua genia ha pagato il prezzo che mi doveva.”

Il cacciatore di fantasmi, col viso sanguinante e l’ultimo soffio di vita nei polmoni schiacciati dai calcinacci, ora sapeva, lo sapeva con certezza, che sarebbe toccato a lui, ora, e per chissà quanto tempo, apparire in quel luogo nelle notti buie e magari essere visto e filmato da un altro cacciatore di fantasmi.
E finire in internet sbeffeggiato dal Cicap.

William Giroldini
Laureato in Chimica, sviluppatore software ed elettronica, da almeno 30 anni si interessa di Ricerca Psichica con particolare attenzione allo studio della Telepatia e Psicocinesi utilizzando tecniche Elettro-Encefalografiche. Autore di numerose ricerche pubblicate anche su riviste scientifiche internazionali. Direttore Scientifico di AISM (Ass. Italiana Scientifica di Metapsichica).