Attraverso la nebbia del tempo

Un banco di nebbia provoca un incredibile e assurdo viaggio nel passato

di William Giroldini. Un fitto banco di nebbia scaraventa il protagonista indietro di cinquant’anni: uno strano sogno o un incredibile salto temporale?

La sveglia suonò puntuale ed ossessiva alle 7:15, ma dopo pochi istanti una mano sbucata da sotto le coperte le assestò una leggera botta ed il meccanismo della suoneria fu azzittito. Per Giorgio, questo significava l’inizio di un nuovo giorno.
Ed il rito mattutino iniziò, sbadigli, lavarsi la faccia, guardare lo sguardo spento allo specchio, chiedendosi che giorno sarebbe stato oggi, un’occhiata fuori dalla finestra: una giornata un po’ grigia, nuvole in cielo, in quel 12 ottobre 2015.

E il suo lavoro, il suo ufficio, dove perdeva le giornate in qualità di contabile in quel piccolo comune disperso nella campagna del sud di Milano, verso Melegnano. Mezz’ora, il tempo di una frugale colazione, ed un caffè bollente nero e ben carico di caffeina, senza la quale non sarebbe neppure riuscito ad allacciarsi le scarpe.
Giorgio prese la sua borsa in pelle, logora come la sua vita, aveva almeno 30 anni (la borsa), dentro solo poche cose, un block-notes, una biro, un romanzo di Camilleri da leggere in ufficio, il suo nuovo I-Phone5 e una confezione di fazzoletti per il suo raffreddore congenito.
Un beep alle sue spalle. Frettolosamente notò che si trattava di un messaggino della sua attuale fidanzata Ludovica, assai stagionata (aveva 18 anni più di lui…). Ma dopo il divorzio con la ex moglie – una vipera intrattabile ed innominabile – non aveva trovato di meglio…
Più tardi, con comodo, avrebbe risposto. Forse.

Attraverso la nebbia del tempoScese in strada frettolosamente, e si diresse alla fermata dell’autobus che l’avrebbe condotto in quel di Carpiano. Come tutte le mattine feriali degli ultimi 15 anni. Salì sul mezzo, sospinto da quella piccola ressa di gente che come lui, tutte le mattine, consumava la propria vita su quelle quattro ruote, poi nei loro uffici, poi il ritorno, e così via. Li conosceva di vista quasi tutti, quasi sempre gli stessi, compresa la bella ragazzotta con cui avrebbe voluto attaccare bottone, se non fosse per il timore di ricevere subito un benservito. Troppo bella e troppo corteggiata da molti.

L’autobus partì sobbalzando, con un fumo grigio e puzzolente col tipico odore di nafta pesante e non completamente bruciata. Ora il cielo era diventato più scuro, l’aria aveva un odore strano quella mattina, perciò provò ad abbassare un po’ il finestrino per sentire l’odore dell’aria esterna. Peggio che andar di notte, entrava ora una brezza di odore pesante, sulfureo. Richiuse subito.
Poi l’autobus entrò all’improvviso nel banco di nebbia, una nebbia che diventava sempre più fitta. “Strano!” pensò Giorgio all’interno del proprio cervello, “davvero strano, una nebbia così fitta, in ottobre, non è cosa normale da queste parti.”

Le case, gli alberi, che passavano davanti ai finestrini diventavano sempre più grigi, immersi in quella strana densissima nebbia, finché nel volgere di pochi minuti, semplicemente, il paesaggio scomparve del tutto, lasciando il posto solo a un muro impenetrabile di nebbia grigia, appiccicosa, angosciante, senz’ anima.
Si guardò intorno, e poi notò che anche dentro l’autobus qualcosa di indefinibile era cambiato. Ma cosa? Che cosa stava succedendo?  Si guardò di nuovo intorno, percepiva una mutazione, strana e indefinibile, ma non riusciva a mettere a fuoco di cosa si trattasse. Fu colto da un senso di apprensione per quella nebbia fittissima, ed il rischio di finire tutti quanti giù per un canale, o contro un albero, non si vedeva ormai a più di un metro. Ma l’autobus proseguiva la sua corsa a velocità normale. Guardò di nuovo i passeggeri, per cogliere nei loro sguardi la sua stessa angoscia, ma non vide nulla di anormale, tutti sembravano stranamente tranquilli.

Attraverso la nebbia del tempo
Foto di Free-Photos da Pixabay.

Poi si rese conto della mutazione, se così si poteva chiamare. Una cosa poco appariscente, una non-cosa piuttosto, nessuno, ma proprio nessuno, aveva più in mano uno degli onnipresenti telefonini che osservava tutte le mattine nel 70% almeno dei passeggeri, che digitavano, smanettavano, ossessivamente, su questi aggeggi, ormai sostitutivi di ogni contatto umano diretto.

E poi notò un’altra cosa: i vestiti non sembravano più quelli che vedeva ogni mattina, i passeggeri sembravano vestire come negli anni 60’ quando lui era ancora un ragazzino, e frequentava le elementari proprio a Carpiano.
Ma le facce? Erano le stesse facce degli altri giorni? Cercò con lo sguardo la ragazzotta che gli piaceva, sì! eccola là, seduta nel solito posto, ma ora indossava una lunga gonna grigia, ed i capelli erano raccolti dietro la nuca, normalmente (lo ricordava bene) erano sciolti, liberi, biondi, e fluttuavano sul suo bel viso.

Anche il suo viso ora sembrava più severo, grigio, anche i visi degli altri passeggeri erano neutri, quasi inespressivi, si sentiva solo un leggero brusio di voci parlate a basso tono. Giorgio si rese conto che qualcosa di strano era proprio decisamente accaduto, ma fu pervaso dal dubbio se tutto quello che osservava fosse reale o frutto di una sua percezione distorta della realtà. Stava per uscire di senno? Cercò di ricordare se avesse assunto qualche cosa che potesse avergli fatto male, qualcosa contro il mal di testa? O contro il raffreddore? Un ansiolitico?  No! Non ricordava nulla del genere.

Poi, improvvisa così come era arrivata, la densissima nebbia cominciò a diradarsi, le case, gli alberi riapparvero lungo la strada, un cielo nuvoloso ma con un po’ di sprazzi di azzurro illuminò di nuovo il paesaggio. Anche i passeggeri sembravano rianimarsi un poco, il brusio delle voci aumentò di intensità.
Poi l’autobus si fermò, erano arrivati nella piazza principale di Carpiano, dove tutte le mattine regolarmente si fermava. Un gruppo di persone cominciò a scendere, Giorgio scese per ultimo, poi l’autobus ripartì con una nuvola di fumo ancora più nero e stucchevole del solito.

Giorgio si guardò intorno: stupito, l’immagine mentale di quella piazza, che vedeva quasi tutti i giorni, non corrispondeva più a quello che i suoi occhi ora vedevano. E neppure le automobili, e neppure i vestiti delle persone, erano più quelli soliti. E nessuno con un telefonino in mano…
Ciò che i sui occhi vedevano era una scena del suo paese natio (era nato proprio a Carpiano) più o meno intorno agli anni 60’, le auto erano di quell’epoca, le targhe avevano quasi tutte il prefisso MI seguito da un numero.
Stupefatto, chiuse gli occhi, trasse due profondi respiri, pensò dentro la sua testa: “Bene, ora è un sogno che sto facendo, forse un sogno lucido”
Forse si trattava proprio di un sogno lucido, quello stranissimo stato di coscienza in cui un sognatore è del tutto consapevole di sognare.
“Bene”, pensò Giorgio. “Ora riapro gli occhi, e mi sveglierò, e mettiamo fine a questa situazione assurda, bella e intrigante, ma assurda”

Riaprì gli occhi: con angoscia, nulla era cambiato, nulla di nulla: stava in mezzo alla piazza di Carpiano, come inebetito, quando all’improvviso, un suono di clacson dietro di lui, e una voce: “Hei, coglione, togliti di lì, hai bevuto? “ Si voltò, l’auto gli passò vicinissima, l’uomo al volante gli fece un segno inequivocabile con le dita della mano, e Giorgio istintivamente con un balzo si diresse sul vicino marciapiede, poi si guardò intorno: mise a fuoco i ricordi di quando era un ragazzino, era esattamente la piazza, le case, gli alberi, la gente, di allora.

Attraverso la nebbia del tempo
Foto di Gerd Altmann da Pixabay.

Ecco il vecchio chiosco dei giornali, ecco il bar dove a volte giocava a bigliardino coi suoi amici, bar che ora nell’anno 2015 non esisteva più, tutta la vecchia palazzina era stata sostituita da una nuova costruzione, ma tutto ciò che vedeva, apparteneva agli anni della sua acerba giovinezza. All’incirca era nel 1960. Se era un sogno, era certo molto realistico, persistente, stabile, e sembrava privo di incongruenze.
“I sogni”, pensò fra sé e sé “sono zeppi di incongruenze, di assurdità, cose insensate”.  Cercò di rilevare se esistessero incongruenze in quel qualcosa in cui si trovava ora, un qualcosa che sembrava essere un vero e proprio salto temporale all’indietro di circa 50 anni. L’altra possibilità, era semplicemente l’allucinazione, la pazzia, la creazione folle di una mente ormai fuori controllo.
“Devo comprare un giornale, sì, comprerò un giornale, vediamo almeno esattamente in che anno sono”. Si diresse verso il chiosco dei giornali, sbirciò la pila di giornali più vicina, lesse la data: 12 ottobre 1962.  Con una risatina isterica, commentò ad alta voce: “Il giorno ed il mese sono giusti, l’anno un po’ meno!”

Il vecchio giornalaio (ora dovrebbe essere solo un mucchio di ossa dentro un cimitero, pensò) lo guardò con aria interrogativa, poi disse: “Che c’è che non va?”. Era uno degli immigrati terroni che stavano venendo a frotte dal Sud Italia a occupare la Lombardia. Così diceva suo padre, buonanima, se lo ricordava benissimo.
“Nulla che non vada.” E poi: “Ok, mi dia una copia del Corriere, grazie!”. Il vecchio giornalaio gli porse la copia, e Giorgio istintivamente gli porse un euro. Ma il vecchio, adocchiata la moneta, se ne usci con un “Hei, tu, che fesso mi fai? Questa che roba è? se non hai soldi buoni, levati dai coglioni!”. Giorgio si rese conto che in effetti l’aveva pagato con una moneta per lui sconosciuta. Incerto sul da farsi, gli restituì il giornale, farfugliando una frase di scusa, sebbene il vecchio giornalaio non fosse stato un granché cortese.

Si allontanò e si diresse verso un piccolo parco nelle vicinanze, si sedette su una panchina e cominciò a meditare su questa assurda situazione. A tutti gli effetti, sembrava finito in un buco temporale di 50 anni addietro, nel paese che l’aveva visto nascere e passarvi tutta la sua infanzia. Assurdo, impossibile. Si rialzò di nuovo, e prese a camminare senza una meta precisa, ma riconobbe le strade che percorreva da ragazzino, molte erano state cambiate, altre erano rimaste uguali. Girò quasi per un’ora fra le stradine e le vecchie case, ad ogni angolo, ad ogni cortile, riconosceva i luoghi, gli alberi stessi, i vecchi muri di cinta delle case, l’albero vicino alla scuola elementare, il grande olmo che un temporale ed un fulmine avevano abbattuto, se lo ricordava bene, ma ora stava ancora lì.

La chiesa di Carpiano.

Ecco il negozio di alimentari del tipo che chiamavano “Al Zopet”, la faccia grassa, basso, un grembiule quasi bianco (diciamo pure: zozzo) alla vita, era esattamente lui. Entrò nel negozio, lo stesso genere di odore, di sapore dell’aria che ricordava, e sua moglie, una sicula che aveva sposato facendosi sparlare da mezzo paese per la commistione con la gente del Sud. Aveva fame, una strana fame isterica, doveva trovare il modo di comprare un panino, una birra, qualcosa, ma aveva solo inutili euro. Che fare? Tentò col baratto.

Si avvicinò al banco, guardò negli occhi “Al Zopet “, e gli disse: “Hem, senta, io in questo momento non ho con me il portafoglio, me lo sono dimenticato, vorrei comprare qualcosa, però potrei proporle uno scambio, anzi, una vendita: le potrebbe interessare questo straordinario apparecchio?”.  L’uomo, zoppicando, uscì da dietro il bancone, e gli fece: “Non ti ho mai visto da queste parti, che cavolo mi vuoi vendere?”.  Giorgio trasse di tasca il suo I-Phone 5, del tutto inutile in quel luogo (o in quel tempo?) quanto un paio d’occhiali da vista per un cieco.

“Che cazzo è?”, disse sgarbatamente Al Zopet, pensando alla solita truffa di qualche personaggio ambiguo. “Si tratta di una macchina fotografica americana, una vera figata, una cosa nuovissima, ecco le faccio vedere”.
Così facendo, attivò col dito lo schermo, e sfiorò l’icona delle foto, puntò l’aggeggio sul viso della donna, che con immensa curiosità stava seguendo la strana trattativa. Poi scattò la foto, e mostrò a entrambi la bella immagine, ricca di colori, della bella moglie di Al Zopet. “Oh! che meraviglia!” fece la donna. “Mai visto una cosa così”, fece il bottegaio, e subito cominciò a chiedere dove fosse alloggiata la pellicola fotografica, dove poteva trovare la pellicola nuova, un sacco di domande tutte insensate. Solo la donna semplicemente chiese che gli fosse insegnato come fare per ottenere le immagini e rivedere le foto. Non capiva nulla di tecnologia, ma imparò immediatamente i vari passaggi, senza mai chiedere il perché di nulla.

Alla fine si accordarono, la donna convinse il marito a quel fantastico acquisto per due panini, due birre, e 2 mila e 300 lire in contanti. Un vero affare. Ovviamente Giorgio si guardò bene dal dire che nel giro di 24-30 ore la batteria si sarebbe esaurita, ed in assenza di carica batteria (non l’aveva dietro) quella meraviglia sarebbe diventata del tutto morta, inutile.
Dopo avere riempito lo stomaco e placato la fame isterica, si diresse verso quella che una volta era la strada dove abitava, una vecchia casa di contadini, affittuari, il piccolo fazzoletto di terra che suo padre lavorava col sudore (vero) della fronte.
Giunto in vicinanza, un tuffo al cuore, un’emozione incredibile, una cosa assurda: ecco là, a poche decine di metri, suo padre che lavorava nella vigna, ed ecco sua madre, era uscita in cortile e stava dando becchime a quattro spennacchiate galline.
Poi un ragazzino uscì correndo dall’uscio di casa, corse in cortile inseguendo due galline. Inutile dire chi fosse, lo riconobbe subito, anzi, si riconobbe subito. Si appoggiò ad un albero, sentiva che l’equilibrio lo stava abbandonando, le gambe tremavano, il cuore stava ad almeno 140 battiti al minuto. Guardò i tre per un tempo senza tempo, poi accorse che suo padre lo stava fissando da lontano, allora si girò e si allontanò rapidamente. Senza guardare indietro.

Foto di 帅 郭 da Pixabay.

Ritornò in piazza nel paese, era stanco, stremato, e voleva riposare, poi vide la vecchia biblioteca che era appena stata aperta nel primo pomeriggio. Salì la decina di gradini di vecchi mattoni rossi consunti che portavano alla biblioteca al primo piano del palazzo vecchio vicino al Municipio. Tuttora esistente. Si sedette vicino ad un tavolo, ed iniziò a leggere il romanzo di Camilleri, “La gita a Tindari”. Ma più che leggere, stava a meditare sugli ultimi avvenimenti, e chiedersi se la sua mente non fosse ormai un insieme di neuroni impazziti.
Poca gente, solo qualche lettore distratto girava per gli scaffali, mentre il giovane bibliotecario lo guardava con sospetto, dato che stava leggendo un libro senza essere passato dalla trafila della richiesta ufficiale. Dove l’aveva preso?  Non l’aveva visto passare fra i vari scaffali…
Erano ormai arrivate le ore 17, e Giorgio si ricordò improvvisamente che verso le 17:20 l’autobus sarebbe ripartito per San Donato.

Assurdo, pensare di tornare indietro al suo tempo nel 2015 solo riprendendo l’autobus, ma così fece: usci in fretta e furia dalla biblioteca. Si dimenticò il libro sul tavolo, ma il bibliotecario lo vide e lo raccattò su e provvide a trovare un posto adeguato nella piccola biblioteca, per quel libro che non conosceva. Giorgio si avvicinò al chiosco dei giornali, acquistò un biglietto per sola andata. Il giornalaio, questa volta, non disse niente, prese le monete in sonanti lire, e gli diede un biglietto.

L’autobus si riempì di nuovo di gente, poi la vide, la vide nuovamente, lei, la ragazzotta belloccia che gli piaceva: aveva i capelli raccolti dietro la nuca, una gonna lunga grigio-chiaro, ed un po’ di luce negli occhi.  Lei lo guardò, lui si accorse del suo sguardo, e ricambiò con un accenno di sorriso. Poi si sedette, si sentiva terribilmente stanco, l’autobus ripartì rombando, col solito odore terribile di nafta semibruciata.
A tre chilometri da Carpiano, di nuovo entrarono in un fittissimo banco di nebbia, il paesaggio era letteralmente sparito in quel grigio onnipresente e appiccicoso. Stremato, Giorgio si addormentò come un sasso, un sonno profondo, senza sogni, sprofondato nel nulla di un sonno senza tempo, e senza il minimo barlume di coscienza.

Poi tutta la memoria e l’angoscia e l’assurdità di quel giorno riaffiorò alla mente, ma ora aveva una spiegazione, semplice e razionale: era stato solo un sogno, un terribile, fantastico, incredibilmente realistico sogno durante il viaggio di ritorno dal lavoro. Che altro poteva essere stato? A parte che non riusciva più a trovare il suo I-Phone5 nuovo di zecca, dannazione e peste, forse l’aveva dimenticato in ufficio.
E nemmeno trovava più il libro di Camilleri, pure quello l’aveva dimenticato in ufficio?  Però in quel sogno, i due oggetti se li ricordava, e anche dove erano finiti, ma ovviamente non poteva essere. Troppo assurdo. Domani li avrebbe cercati, e trovati, sicuramente in ufficio. Mise una mano in tasca per prendere un fazzolettino per il naso, ed ecco spuntare un paio di banconote da mille lire, stampate rispettivamente nel 1958 e nel 1960. Un pugno nello stomaco. Da dove sbucavano? Lo sapeva, ma non voleva ricordare di saperlo. Confusione mentale.

E venne la mattina del giorno dopo, il 13 ottobre 2015, trascorsa dopo una notte agitata, affollata di ricordi strani, insensati. Giorgio si prese due tazzine di caffè, per essere sicuro di restare assolutamente sveglio nel viaggio verso il suo ufficio a Carpiano.
Rivide Claudia, gioia e gaudio, parlò con lei del più e del meno fino all’arrivo, poi si salutarono. Niente nebbia fittissima questa mattina.
In ufficio, cercò subito i due oggetti, il libro e il telefonino, ma nulla, assolutamente nulla, nessuna traccia dei due oggetti, niente sulla sua scrivania, nei cassetti, niente di niente. Allora, chiese al suo collega, Arturo, se avesse visto il suo telefonino, ieri, dato che non lo trovava più. “Ieri? Ma tu ieri non sei venuto al lavoro! E per giunta, quando il capo ha cercato di rintracciarti col telefonino, dava sempre come spento!” Un altro pugno allo stomaco avrebbero sortito meno effetto di quelle poche parole. Giorgio farfugliò qualcosa, poi disse al suo collega che si sentiva poco bene e si sarebbe preso una mezza giornata di riposo, di ferie, o una giornata intera.

Attraverso la nebbia del tempo
Foto di Comfreak da Pixabay.

Uscì dall’ufficio, e si diresse immediatamente presso la vicina biblioteca: era aperta, per fortuna. Giunto di fronte al bibliotecario, un vecchio di circa 70 anni (l’aveva già visto da qualche parte?) chiese se per caso si ricordava d’essere stato lì ieri.
“No, Lei ieri qui non è venuto, sennò me lo ricorderei!”, disse il vecchio. Poi Giorgio chiese se avevano romanzi di Camilleri, “Si, certo, quasi tutti”, rispose il vecchio mentre si aggiustava la dentiera che era scivolata un po’ giù.
Giorgio trovò subito la raccolta dei suoi romanzi, nell’ultimo scaffale, ed ecco “La gita a Tindari”, prese il volumetto, aprì l’ultima di copertina, e all’interno del risvolto, trovò il suo nome, la sua firma autografa, non di Camilleri, s’intende, ma la sua, di Giorgio Mazzoni, sottolineata due volte come usava fare coi suoi libri.mPoi guardò la prima pagina del libro: recava il timbro in inchiostro blu della biblioteca, e sotto, scritta a mano in calligrafia minuta, la data di catalogazione: 12 ottobre 1962.

Con voce tremante, chiese al vecchio bibliotecario se quella nota l’avesse scritta lui. ”Sì, certo, sono qui fin dal 1960, anche se ora sono in pensione, vengo qui lo stesso come volontario, i libri sono tutta la mia vita!”. Spiegazione perfetta, solo un piccolo dettaglio: la prima edizione del romanzo era dell’anno 2000, Sellerio editore, Palermo. Catalogato solo 38 anni prima di essere stampato, ma nessuno se n’era mai accorto… Chiese il libro in prestito, poi un’idea assurda, improvvisa: “Per caso avete qui una collezione di un giornale locale, che racconti i fatti di questo paese, di queste zone?”. “Be’ anni fa avevamo un giornalino settimanale che si chiamava L’eco di Carpiano, stampato dal 1950 al 1970, poi dismesso per mancanza di soldi, oppure abbiamo anche un altro giornale che prende l’intera provincia”.

“Va benissimo l’Eco di Carpiano, posso consultare l’annata 1962, meglio ancora da ottobre a dicembre?” “Bè sì certo”, fece il vecchio, mentre si aggiustava di nuovo la dentiera con le dita, ed una piccola imprecazione gli sfuggì di bocca: ”Cavolo… sto kukident, mica tiene bene come dicono in TV, dannazione!”. Poi disse che la raccolta stava giù in un polveroso scantinato, che lui non era autorizzato, e quindi bla bla… Giorgio trasse di tasca un biglietto da 50 euro, lo mise nella mano salivata del vecchio, che istantaneamente prese la banconota, con sguardo luccicante, e poi acchiappò una vecchia chiave, e l’accompagnò giù nello scantinato. Scesero una vecchissima scala di legno scricchiolante, un fuggi-fuggi di almeno una dozzina di ragni, e polvere pluridecennale sollevata ad ogni passo. “Ecco lì la raccolta, buon divertimento!”  Tornò sui suoi passi, imprecando contro la dentiera che era di nuovo scesa dalle gengive.  Giorgio consultò le ingiallite pagine del settimanale, e nel numero di fine ottobre 1962 trovò un paio di articoletti: il primo diceva che stranissimi banchi di nebbia, molto fitti e circoscritti, erano stati avvistati in aperta campagna vicino a Carpiano, e poi un altro, che parlava di una donazione alla biblioteca del paese di uno strano oggetto, una macchina fotografica straordinaria, che a detta del donatore, tale Antonio Massi, detto Al Zopet, gli era stata donata da uno sconosciuto. La macchina aveva però smesso di funzionare dopo due giorni, e così il signor Massi l’aveva donata alla locale biblioteca, chissà, forse che un giorno….

Foto di Gerd Altmann da Pixabay.

Giorgio si precipitò su per le polverose scale, col giornaletto in mano, e chiese al vecchio dove poteva stare l’oggetto descritto e donato alla Biblioteca. “È giù, pure quello, in una vetrinetta, ma io non ho l’autorizzazione a dare la chiave…”
Un altro biglietto da 20 euro, questa volta, si materializzò nella mano salivata del vecchio, e subito dopo la chiave della vetrinetta sbucò fuori.
Giorgio scese di nuovo fra un fuggi-fuggi dei ragni, rischiando d’inciampare e d’ammazzarsi su quelle incerte tavole di legno. Aprì la vetrinetta, e in una scatola di cartone, trovò un I-Phone5 nuovo di zecca, sicuramente il suo I-Phone5.
Morto, completamente morto, batteria del tutto scarica. Si mise l’apparecchio in tasca e risalì le scale. Il vecchio chiese se aveva trovato ciò che cercava, Giorgio evasivamente gli disse di no e fece per uscire. Ma il vecchio lo fermò, gli fece vuotare le tasche e la borsa: niente, nulla di sospetto era stato asportato, né oggetti né libri rubati o nascosti. Solo il romanzo di Camilleri, in prestito, ed il telefonino personale del tizio.

Come Dio volle, venne infine la sera, Giorgio riprese l’autobus e tornò a San Donato. Niente banchi di nebbia, anche questa volta, per tutto il viaggio si era seduto accanto a Claudia, e avevano parlato, parlato, guardandosi negli occhi.
Poi la sera, arrivato nel suo piccolo appartamento in affitto, attaccò il carica batterie al suo I-Phone5 e dopo neanche un’ora, il diabolico aggeggio era del tutto resuscitato. Era stato spento un paio di giorni o 50 anni (difficile a dirsi), lo riaccese, dopo un po’ comparve un messaggino di Claudia, diceva: “Che fai, domani, sabato?”. E poi un altro messaggino di Ludovica, la sua attuale fidanzata che diceva: “Stronzo! Sono due giorni che non ti fai vivo! Hai forse deciso di mollarmi?”
Ci pensò su circa 8 secondi, poi digitò: “Esatto hai indovinato!” e premette invio.
Se il Tempo avesse tenuto e non fossero ricomparsi altri improvvisi, assurdi banchi di nebbia, ora la sua vita sarebbe davvero cambiata.

William Giroldini
Laureato in Chimica, sviluppatore software ed elettronica, da almeno 30 anni si interessa di Ricerca Psichica con particolare attenzione allo studio della Telepatia e Psicocinesi utilizzando tecniche Elettro-Encefalografiche. Autore di numerose ricerche pubblicate anche su riviste scientifiche internazionali. Direttore Scientifico di AISM (Ass. Italiana Scientifica di Metapsichica).