La principessa serpente

Una fiaba dagli ingredienti tradizionali: la principessa buona, il mago nero, il lieto fine...

di  Silvia Alonso. La storia della principessa Sharbat tramutata per invidia in un serpente piumato da un mago cattivo. Ma un’aquila le fornisce la chiave per ritornare nel mondo degli umani…

Tanto tempo fa, oltre la barriera sgargiante tra terra e cielo posta ai confini dell’arcobaleno, esisteva un regno mitico chiamato Shangri-la.
Era un piccolo angolo di paradiso dove gli alberi erano sempre grondanti di frutti maturi, in ogni prato spuntavano profumati fiori e dalle fonti dei ruscelli sgorgava perenne un’acqua limpida al sapore di menta e viola.

La principessa serpente
Foto di Stefan Keller da Pixabay.

La sua principessa era una bellissima bambina di nome Sharbat, la cui nascita era circondata da un velo di mistero. Era stata ritrovata alle sponde del ruscello sotto alla corolla di una palma, avvolta dai petali dei fiori più belli del regno. Il loro profumo aveva attirato uno sciame di farfalle, tanto esteso ne era stato lo strascico colorato da creare un sentiero alato che dalla palma aveva raggiunto le finestre del reale castello.

Da tempo il trono era vacante, perché la profezia delle fate aveva predetto che solo una creatura purissima avrebbe potuto regnare, pena la perdita di tutte le loro bellezze. La scoperta della bambina in una circostanza così particolare era a tutti sembrato il segnale tanto atteso.
Allevata dallo scroscio delle acque, amica del fruscio delle foglie e abituata a danzare con le farfalle, Sharbat era presto diventata una principessa piena di gioia, coraggio e saggezza nonostante la giovanissima età.
Quando aveva un dubbio su come governare, le bastava arrampicarsi in alto su un albero per osservare il volo degli uccelli, e questi accorrevano in suo consiglio raccontandole tutto ciò che avevano visto nei reami vicini sino ai confini più estremi del mondo.

Per i problemi di risoluzione più difficile invece, come le malattie e i conflitti che a volte si abbattevano sul regno come una tempesta inaspettata, aveva imparato a parlare col fiume, che le aveva insegnato un potente rituale.
Durante le notti di plenilunio raggiungeva la fonte, e tracciato un cerchio di fuoco sulla terra argillosa della riva, immergeva i capelli sciolti al vento nelle sue acque cristalline. Allora le ninfe e gli spiriti del bosco accorrevano al suo richiamo, diffondendo in tutto il regno l’aroma di menta e violetta di cui i suoi capelli si erano imbevuti. Era quello un elisir di lunga vita che aveva assicurato alla principessa e ai suoi sudditi un equilibrio di forze benefiche, grazie all’incontro della notte col giorno, dell’acqua con l’aria, del fuoco con la terra.

La principessa serpente
Foto di Pezibear da Pixabay.

Ma un giorno, tutto cambiò improvvisamente.
La notizia della crescente bellezza di Sharbat e della sua inesauribile saggezza era giunta alle orecchie del potente mago Ravana.
Il vecchio barbuto, che dominava su un regno vicino chiamato Caos, si adirò molto nel sapere che una fanciulla così giovane, per giunta femmina, regnava in pace e saggezza su un territorio così vasto come lo erano i confini di Shangri la.
Fu colto da grande invidia, e da questa scaturì un’enorme collera che inquinò le acque della fonte dove la principessa Sharbat andava a immergersi nelle notti di luna piena.

Nonostante il volo degli uccelli contenesse un chiaro segno di allarme, quel giorno la bambina non era riuscita a decifrarne il messaggio inviatole dallo spirito del bosco. A contatto con le acque ormai inquinate, i suoi occhi si erano annebbiati, e non le era stato possibile proteggersi dal pericolo in agguato. La prima volta che immerse le chiome nel fiume fu colta da brividi di gelo, prima di allora mai provati. Le acque, normalmente placide e miti, si incresparono attorno a lei formando delle insolite, enormi onde. Seguì la catastrofe. La terra, che l’aveva sempre accolta col suo mite mantello argilloso, iniziò a farsi dura intorno alla riva, crepandosi al suono di uno spaventoso boato, fino a quando esplose in scosse sempre più grandi che la lacerarono in mille crateri, mostrandole le sue grandi fauci.

Sharbat fu inghiottita dall’oscurità, cadendo in uno stato di stordimento che non le permise, al suo risveglio, di ricordare più nulla di quanto era accaduto. Quando aprì gli occhi, non era più rimasto nulla della bellissima bambina con la lunga chioma e gli occhi di stelle. Giaceva per terra avvolta in una spirale, i suoi capelli si erano trasformati in squame che le ricoprivano per intero tutto il corpo, e la sua danza, prima fatta di giravolte e armonici movimenti di braccia, era rimasta imprigionata in un’unica, sinuosa movenza. Quella del serpente in cui era stata tramutata.

Nessuno la riconobbe più. I sudditi pensarono che si fosse smarrita, persa nelle gole di qualche remota grotta o magari evaporata nell’aria, come spesso narravano le leggende a proposito delle ninfe e delle creature più pure
Sentendosi abbandonati, decisero che da allora in poi solo gli uomini adulti avrebbero potuto regnare su Shangri la. Crearono leggi, formarono consigli, ordinarono militari sino ad arrivare a stabilire persino un rigido ordine di classi sociali.
Dietro a questo progetto, tuttavia c’era solo lui: il malvagio Ravana e la sua sete di potere su Shangri la.

La principessa serpente
foto da Pixabay.

Trovandosi in un corpo non suo, che non le apparteneva in niente, Sharbat era disperata. Era costretta a strisciare per terra, disprezzata dalla sua stessa razza umana che la guardava inorridita, scacciandola via con un bastone. Ma quello che più la feriva, era che il corpo di serpente in cui si era ritrovata ingiustamente imprigionata era diventato il simbolo della malvagità, oggetto di disprezzo e per tutti i suoi sudditi motivo di orrore.
Pensando che non le restasse alcuna via di scampo, Sharbat aveva così deciso di lasciarsi morire. Si arrampicò su un albero come era solita fare quando era bambina, e da lì in alto, sospirando, guardò per un’ultima volta il volo degli uccelli.
Era così bello vederli volteggiare liberi nell’aria che, prima di lasciarsi andare nel vuoto, non riuscì a trattenersi e scoppiò in un pianto a dirotto. Un’aquila reale, udito il suo dolore, accorse allora in suo aiuto.

«Cosa ti affligge, mio caro amico serpente?»
Lo stupore invase Sharbat, che per non cadere dall’albero a cui si era ancorata dovette saldare la coda al ramo da cui pendeva. Poteva parlare con gli uccelli, e non solo osservandone il volo come aveva fatto in precedenza, quando era una bambina, ma addirittura capirne il linguaggio. Aveva acquistato il dono di comunicare con gli animali, e questo era per lei una fonte inesauribile di gioia, tanto più grande quanto inattesa.
Si sentì risollevata, forse c’era ancora una speranza.
«Non sono un serpente, anche se lo sembro», replicò svelta, asciugandosi con la lunga coda le lacrime che ancora le scendevano copiose sul muso.

Foto di cocoparisienne da Pixabay.

«No, certo. Perché in realtà dovresti essere il più regale dei rettili, e non solo. La piuma che porti alla sommità del tuo piccolo capo mostra che sei il re dei serpenti, il leggendario serpente piumato».
«Dici veramente?  E tu come lo sai?»
«Beh: tra noi reali ci si intende. Come aquila, ho sempre avuto il dominio del cielo, ma sulla terra il mio leggendario alleato, tanto potente quanto raro, è sempre stato il serpente piumato. Si narra che abbiate dei poteri speciali legati addirittura all’immortalità. Il problema è che, non si sa bene come, un piccolo frammento della vostra natura, sicuramente per sbaglio, si è ritrovato incastrato nel corpo degli umani, che ora, per tutta ricompensa, vi disprezzano. E della loro natura rettile, men che meno di una qualche radice di immortalità, sembrano ora ignorare l’esistenza».
«Ma io sono un umano, in realtà! So che è strano, ma non sono quello che sembro. Ero la principessa Sharbat, e ora, per un motivo sconosciuto, mi ritrovo imprigionata in questo corpo che non mi appartiene».
«Capisco. Allora forse la faccenda è più grave di quanto pensassi. Quando le cose non tornano, normalmente c’è di mezzo quel demone del mago barbuto, Ravana insomma. Ti avrà fatto un sortilegio».
«Quale sortilegio? Non conosco nessun mago barbuto…»
«Ah! Non c’è nulla da conoscere, mio caro serpente-bambina. È sempre la solita storia della lotta per il potere, nulla di nuovo sotto alle nuvole. La buona notizia, credo, è che siccome adesso sei un serpente, potrai sempre fare la muta… prima o poi, a furia di evoluzioni, riuscirai a ritornare bambina e a sconfiggere il mago».
«Dici? Ma come si fa a fare la muta? Nessuno mi ha mai insegnato…»
«Segui la tua natura. È più facile di quanto sembra».
Così dicendo, l’aquila si alzò alta in volo sparendo nel profondo del cielo.

Sharbat, che poco prima si era sentita rincuorata, sprofondò in una sensazione di disorientamento. Era di nuovo punto a capo.
Niente delle cose che le aveva detto l’aquila sembrava suggerirle una via d’uscita, tutto sembrava essere immerso in un’oscura nube da cui era difficile districarsi.
Troppe domande difficili si stavano affollando nella sua piccola mente di serpente, così quella strana sensazione prima di allora mai provata, detta ansia, iniziò a farsi in lei strada. Complice tuttavia la stanchezza e le forti emozioni di quella giornata, il morso della fame ebbe su di lei la meglio. Si sentì pervadere le narici da un profumo intenso che le sembrò irresistibile.

Si accorse allora che l’albero su cui era salita, che l’aveva attirata per il tronco nodoso e la fronda brillante, era un melo, e subito il colore vivo dei suoi frutti vermigli la attirò a sé, invitandola a cibarsene.
Felice di abbandonarsi a quel semplice gesto che le ricordava quando era nel suo corpo di bambina, addentò la mela, e poco dopo, soddisfatta, cadde in un sonno profondo.

La principessa serpente
Foto di Pezibear da Pixabay.

Quando aprì gli occhi, si vide circondata da una folla di persone. Erano i suoi sudditi che la stavano accogliendo con canti e danze di festa.
“La principessa Sharbat è stata ritrovata”, proclamavano ad alta voce.
Si guardò le mani, dove ancora giaceva un pezzo di mela che aveva gustato prima di addormentarsi. Non era più un serpente, e nemmeno una bambina. La fonte cristallina in cui vide riflessa cui la sua sagoma lo confermava.

Lasciandosi andare come le aveva suggerito l’aquila, senza porsi domande e seguendo il flusso delle sue emozioni, era riuscita a fare la muta. Del serpente piumato, suo occulto e prezioso ospite, era rimasto solo l’involucro.
La mela, a cui il serpente era da sempre legato, l’aveva riportata alla sua vera natura, quella umana e immortale.
Sharbat era ora una splendida fanciulla. Sul suo capo giaceva una corona di piume, simbolo di quella nuova, ritrovata alleanza.

Al vederla, il malvagio Ravana sprofondò nell’ira più nera, ma non poteva ormai più fare nulla: era stato sconfitto, e fu così per sempre bandito dal regno di Shangri la.

Silvia Alonso
Avvocato milanese, specializzata in diritto civile e internazionale, ha lasciato la professione forense con l'arrivo del primo figlio per dedicarsi alla scrittura e ad approfondire studio e insegnamento della danza orientale e del flamenco, sue passioni, insieme alla pole dance, la mitologia e l’esoterismo. A dicembre 2019 pubblica “I love Mammy in Montecarlo – come sopravvivere a una vita glitter” (Genesis Publishing). Con “L’angelo veste Sado” entra in finale al premio Nabokov 2020 per la sezione romanzi inediti. Altri racconti: "Avventure al volante","Sulle ali della primavera","Racconti di Halloween","Tenebrae: verso un mondo oscuro e ammaliante","Natale Horror 2020". Sito web: https://silviaalonsowriter.com/