I mille volti di Shiva

Un approfondimento della mitologia induista, in cui gli dei non sono altro che importanti archetipi

di Filippo Falzoni. In occasione della festa di Shivaratri, celebrata in India l’11 marzo, abbiamo chiesto al nostro esperto delle tradizioni induiste di parlare della figura di Shiva, un archetipo affascinante e complesso.

Pochi giorni fa in India si è celebrata la festa di Shivaratri, che corrisponde alla notte di luna nuova di febbraio-marzo: per questo motivo mi si chiede un articolo su Shiva.

Shiva
Un’immagine di Shiva androgino.

Benché dovrei avere un po’ di dimestichezza con l’argomento poiché, nei miei numerosi viaggi in India, ho celebrato la notte di veglia e riti di questa festa almeno una ventina di volte; e benché abbia nella mia biblioteca numerosi testi su Shiva e abbia avuto come guru un maestro considerato da grandi saggi indiani un Avatar (un’incarnazione) di Shiva, trovo estremamente difficile scrivere qualcosa al riguardo.

Inoltre, di fronte ai grandi studiosi che hanno approfondito i testi originali e le più profonde e sottili dissertazioni filosofiche, mi vergogno un po’ della mia ignoranza e delle semplificazioni a cui dovrò ridurre e riassumere un argomento tanto vasto e complesso.

Dire che Shiva è la terza persona della trinità indù in cui Brahma è il creatore, Vishnu il sostenitore e Shiva il distruttore non spiega proprio nulla di questo antichissimo archetipo che rappresenta la pura Consapevolezza o la Coscienza cosmica e che l’iconografia popolare rappresenta in varie fogge.

Le innumerevoli forme di Shiva
Tra queste immagini popolari fra le più note c’è il Lingam, che di solito è una pietra di forma fallica, a rappresentare il principio della creazione cosmica inserito nella Yoni, che è un simbolo femminile che rappresenta il mondo della manifestazione.
O ancora, Sadashiva, Shiva unito alla controparte femminile Parvati (la Shakti o energia di Shiva), che in certe immagini lo si mostra come figura androgina la cui metà destra è maschile e quella sinistra femminile.

ShivaUn’altra forma è Shiva Nataraja (a sinistra), la forma di Shiva che danza in una ruota di fuoco con un piede staccato da terra mentre con l’altro piede schiaccia la figurina di un demone che rappresenta l’ego.
Tra l’altro, una statua di Shiva Nataraja, dono del governo indiano, è al CERN di Ginevra dove si indagano i più reconditi misteri della fisica quantistica e della fisica delle particelle attraverso il LHC Large Hadron Collider. E dove fisici indiani sono all’avanguardia e collaborano in questo campo di ricerca presso il CERN.

Il famoso fisico Fritjof Capra (autore del famoso testo Il Tao della Fisica) scrive: “Nel nostro tempo i fisici hanno utilizzato la tecnologia più avanzata per ritrarre i modelli della “danza subatomica”. La metafora della danza cosmica quindi unifica la mitologia antica, l’arte religiosa e la fisica moderna”.

Una delle immagini più diffuse è quella di Shiva nelle vesti di Yoghi in meditazione, seduto nella postura yoga su una pelle di tigre, con un cobra che gli cinge il collo, una collana di teschi e la luna crescente che gli orna il capo.
I filosofi indiani hanno dibattuto per secoli sulle immagini paradossali in cui Shiva può essere definito l’asceta erotico per i suoi aspetti apparentemente antitetici.

L’ambivalenza è già nel nome Shiva che significa il benevolo, ma nei Veda più antichi Shiva era chiamato Rudra, che significa il terribile: Rudra distrugge l’ego e ciò spaventa chi l’avvicina, ma dona la liberazione e la realizzazione del sé quindi è contemporaneamente terrificante e benefico.

La distruzione di Kama, il dio del desiderio
In un racconto leggendario lo si vede incenerire con il terzo occhio Kama, il dio del desiderio, che, prese le fogge di una fanciulla attraente, si era manifestato per disturbare la sua meditazione.
Nel racconto, con la distruzione del desiderio il mondo cade in un’immobilità letargica, tanto che gli altri dei devono supplicare Shiva perché permetta al desiderio di rinascere e di svolgere il suo compito nel mondo.

Shiva cavalca il mitico toro Nandi.

Se in questo caso lo vediamo assorto in meditazione distruggere Kama, in altre scene di racconti che lo riguardano appare come grande maestro tantrico in costante relazione erotica con Parvati, in altri ancora, che lo avvicinano al nostro Dioniso, lo si vede cavalcare nudo il toro Nandi che solo lui sa domare, e mentre passa per i villaggi attira a sé le mogli dei bramini ipocriti che, come coribanti impazzite di passione per lui, iniziano a seguirlo in processione nella foresta.

Una  figura archetipica in costante evoluzione
Altra difficoltà nel parlare di Shiva, di cui si trovano tracce già millenni prima dell’era cristiana, è dovuta al fatto che la sua figura si è evoluta nei secoli ed ha acquisito attributi sempre più vasti e profondi man mano che i grandi maestri elaboravano la filosofia associata a quest’archetipo.

A rendere ancor più complessa la descrizione di questa figura centrale della mitologia hindu, sono i suoi 108 nomi.
Non mi soffermerò a nominarli tutti, ma darò solo qualche esempio: l’undicesimo nome è Alakh Niranjan che significa “colui che è luce invisibile”; altri nomi che lo caratterizzano sono Pashupati, o Signore degli animali, mentre il sessantesimo nome  è Yogendra, Signore dello Yoga.

Ma a rendere difficile la comprensione per una mente occidentale moderna, tra i suoi nomi ci sono anche quelli delle dee della trinità femminile Mahakali, Mahalakshmi, Mahasarasvati. Mahakali è la forma irata che combatte il male e le forze negative, Mahalakshmi è la forma della dea che soprassiede alla prosperità e alla buona fortuna e Mahasarasvati è la dea della saggezza e delle arti corrispondente alla nostra Sophia.

Shiva, archetipo del Sé e della Coscienza trascendente

Arunachala, la montagna sacra: per Ramana Maharshi era la materializzazione di Shiva.

Suoi sono anche i nomi di altre divinità come lo stesso Brahma e Vishnu, differenti per culto e tradizione che nello stesso tempo rappresentano le altre due figure della trinità hindù.
In molti testi Shiva o Paramshiva è sinonimo di Brahman, l’Assoluto, che trascende il mondo degli dei. In effetti come archetipo del Sé e della Coscienza trascendente contiene in sé gli universi e tutte le forme della manifestazione, dei mondi visibili e invisibili.

Per il grande mistico Ramana Maharshi (vissuto sino alla metà del secolo scorso, considerato uno dei più grandi maestri che l’India ha dato al mondo), Shiva nella sua forma manifesta era identificato con la montagna Arunachala che sorge a Tiruvannamalai, nel Tamil Nadu,  considerata sacra perché associata ad antichissimi miti Shivaiti. È qui che il giovane Ramana fu attratto da ragazzo, qui svolse negli anni giovanili pratiche di estrema austerità e risiedette per tutta la vita trasmettendo con la sola presenza lo stato di chi ha realizzato il Sé, cioè una vera incarnazione di Shiva.

Il “Ribhu Gita”, un testo dedicato a Shiva
Ci sarebbe da dedicare spazio a tantissimi altri aspetti e da varie correnti filosofiche, come ad esempio gli insegnamenti dei maestri dello Shivaismo del Kashmir, un cammino tantrico sotto molti aspetti vicino al non-dualismo dell’Advaita Vedanta, ma mi perderei in mille argomenti che non ho lo spazio per affrontare e di cui studiosi molto più esperti di me hanno scritto molte pagine.

Shiva
Un’immagine di Shiva androgino.

Ricordo che nei primi anni ‘90 durante i lunghi periodi che passavo in India, il mio libraio di fiducia, che ogni anno incontravo di passaggio per Delhi, che mi forniva solo libri che sapeva essere graditi al mio Maestro, una volta mi dette la Ribhu Gita (il canto di Ribhu), che è la Gita di Shiva.
Mentre la Baghavad Gita, il testo che contiene gli insegnamenti di Krishna, è conosciutissima in tutto il mondo e ne avevo sentito parlare sin da ragazzo, per poi nel tempo leggerne diverse traduzioni, della Gita di Shiva invece non sapevo neppure l’esistenza. Il testo pubblicato dall’Aurobindo Ashram attestava: prima traduzione in inglese dal testo originale 1989!

Leggendo il testo compresi il perché non aveva avuto diffusione. Infatti era molto di più di quanto ci si potrebbe aspettare da un testo antico: distruggeva ogni fantasia e immagine superstiziosa della religione e smontava ogni atteggiamento ortodosso alla spiritualità.
La lettura suscitava intuizioni sulla natura del sé di straordinaria attualità in sintonia con i più moderni paradigmi scientifici nati dalla visione quantistico-relativistica che considerano la Coscienza alla base del tessuto dello spazio-tempo e della materia.

Un testo che induce stati di coscienza elevati
Ricordo che mi accinsi a tradurre in italiano la Ribhu Gita durante un mio soggiorno nell’ashram in Himalaya. Dopo il bagno al fiume alle 4 del mattino, mi dedicavo alla traduzione nel tempo di solito riservato alla meditazione, cioè sino all’inizio dei riti del mattino che iniziavano alle 6,30 e in quelle circostanze assai favorevoli spesso mi accadeva di sperimentare stati di estasi e arrivare al tempio in stati di coscienza elevati e rarefatti per le intuizioni illuminanti che questo testo mi aveva indotto.

A distanza di anni ho pubblicato un libretto intitolato “La Saggezza non Dualista” con pagine tratte da questo testo straordinario assieme a brani di altre opere simili, come la Avadhoota Gita (la Gita di Dattatreya) o la Ramana Gita (la Gita di Ramana Maharshi compilata da Ganapati Muni).

Ciò che più colpisce in questi testi e in particolare nella Ribhu Gita, è che Shiva è identificato con lo stesso Sé che abita in noi come Consapevolezza. Tutto esiste all’interno di questa consapevolezza e nulla esiste separato da essa; tutto è illusione quando non si comprende la sua realtà all’interno dell’assoluto Brahman, che è il substrato di ogni fenomeno. Shiva è come il vuoto (lo spazio della consapevolezza) che abbraccia e contiene la Natura e tutti i fenomeni.

La visione olistica ha antichissime radici

L’unione tra Shiva e Shakti, i due principi del maschile e del femminile.

Shivaratri è stata festeggiata lo scorso 11 marzo, e rappresenta l’unione di Shiva con la sua Shakti, il principio femminile. Questa celebrazione rappresenta simbolicamente l’unione di Coscienza e Natura, di Spirito e Materia, dell’Infinito con il Finito, dell’Assoluto con il Relativo, dell’Essere con il Divenire.
L’eterno incontro unificante delle polarità che, pur opposte, sono assolutamente interdipendenti e quindi non duali.

Tutte le pratiche trasmesse dai saggi hindù non sono dirette alla comprensione intellettuale di quest’unità, ma all’esperienza unificante del Sé, al risveglio dell’individuo all’Unità, che è liberazione beatitudine e saggezza, come un’onda che dal momento in cui scopre di essere mare, si libera dalla falsa percezione di essere un’ entità separata, e così si libera anche da ogni timore e da ogni illusione e scopre un’ineffabile pienezza.

Una classica affermazione della saggezza Hindù è Ham Shivo ham che significa: sono Shiva, o Tat Tvam asi, che significa “Tu sei Quello”: e per quello si intende il Brahman. Naturalmente ad indicare l’essenza che trascende l’individualità del personaggio che recitiamo sul palcoscenico della vita e che è oltre l’illusione di essere soltanto l’involucro del corpo e oltre anche ai corpi vitale e mentale.

Il grande Ramana Maharshi insegnava appunto l’autoindagine come via per la trascendenza dell’ego e conoscenza del vero sé come la via più diretta per l’autorealizzazione.
In questo periodo storico si dice che sia attuale il cammino tantrico, cioè il raggiungimento della liberazione attraverso l’esperienza consapevole della realtà della materia e delle passioni, ed è anche il tempo di Shiva, perché nei tempi di grande cambiamento e di crisi l’uomo è costretto a trascendere le sicurezze dell’identificazione con l’io separato ed è spinto dalla caduta dei vecchi valori a confrontarsi con la trascendenza dell’ego.

Il mantra principale con cui ci si relaziona a Shiva è Om Namah Shivay, che possiamo tradurre in: mi arrendo al Sé.
Possano tutti gli esseri beneficiare del risveglio della consapevolezza del Sé.

Per saperne di più:
Filippo Falzoni Gallerani, La saggezza non dualista (in vendita su Amazon)
A cura di Torella R.: Vasugupta, Gli Aforismi di Shiva, Ediz. Mimesis, Milano, 1999
A cura di: Gnoli G.: Shiva L’asceta Erotico, Ediz. Adelphi, Milano, 1997
A cura di: Repetto M. P.: Shiva Samhita, Ediz. Promolibri, Torino, 1990
Coomaraswamy A. K.: La Danza di Shiva, Adelphi Milano 2011
Daniélou A.: Shiva e Dioniso, Ediz. Ubaldini, Roma, 1976
A cura di: Della Casa C.: Upanisad, Editori Associati Milano, 1988
A cura di: Filippani Ronconi P.: “Upanisad Antiche e Medie”, Ediz. Bollati Boringhieri Torino, 199
Gatson A.: M.: Shiva in Dance Myth and Iconography, Oxford University Press New Delhi 1982
“Astavakra Samhita”, Traduzione italiana di Swami Sarvadananda Saraswati, Ediz. Atma Vichara, Belluno, 1996

 

 

 

Filippo Falzoni Gallerani
Psicologo, ha seguito corsi d’analisi Junghiana e corsi post laurea presso la “California Family Study Foundation” di Los Angeles, il Mental Research Institute di Palo Alto (San Francisco) e l'UCLA (University of California Los Angeles). Ha sviluppato il "Rebirthing ad approccio Transpersonale" integrando i suoi studi con i più recenti sviluppi della ricerca nel campo della psiche. Conduce seminari didattici ed esperienziali, svolge sedute individuali, scrive e insegna. Website: www.filippofalzoni.com - www.facebook.com/falzonigallerani.filippo