Bianca Malaspina e l’identità rubata

La storia di una giovane nobile segregata dal padre

di Giovanna Rossi. Una giovane donna “invisibile”, che ha vissuto rinchiusa in un castello, a Fosdinovo: una storia antica che richiama il drammatico caso della principessa Latifa

Nel borgo di Fosdinovo non c’era persona che non sapesse perché mi chiamarono Bianca. Non che questo nome piacesse particolarmente a mio padre e mia madre o che fosse ricorrente tra gli appartenenti al nostro casato. Molto più semplicemente, al momento della mia nascita, le donne che aiutarono mia madre nel parto e che per prime mi videro rimasero stupite dal biancore della mia pelle, chiarissima, quasi diafana.

Bianca Malaspina
Domenico Ghirlandaio “Ritratto di una giovane donna”.

Se lo ripetevano sottovoce tra di loro: «Com’è bianca…», con un misto di stupore e di timore. In effetti non assomigliavo a nessuno della mia famiglia, neanche ai miei fratelli, tutti con un bel incarnato roseo e i capelli castano scuro.

Già, perché i miei capelli erano di un biondo così chiaro da potersi quasi definire bianchi, come pure le mie ciglia e sopracciglia. Io ero diversa dagli altri e considerata dai più come minimo strana, da taluni addirittura ritenuta infausta e portatrice di sventure, secondo il pensiero superstizioso dell’epoca in cui vivevo. Ma da bambina non avevo consapevolezza delle cose che si dicevano su di me.

Per la verità, sia allora che negli anni a seguire, non furono molte le persone che avessero occasione di vedermi, a parte naturalmente i miei familiari e la servitù.

Non mi era quasi mai concesso di uscire. Passavo ore intere a guardare dalla finestra i miei fratelli giocare nella corte del castello e, più avanti negli anni, allenarsi con le spade. Io però ero quasi sempre relegata in poche stanze.

Certo, alle donne veniva richiesto un comportamento riservato, questo mi avevano insegnato, e tanto più ciò valeva per me, la figlia del marchese. Solo dopo anni capii che il volermi tenere così appartata rispondeva esclusivamente alle paure dei miei genitori: una figlia con dei tratti albini, dissimile da chiunque nell’aspetto, poteva dare adito a insinuazioni malevole e nuocere quindi al buon nome e al prestigio dei Malaspina.

Bianca Malaspina
Fosdinovo. Il castello Malaspina.

Anche oggi ci sono turisti nel castello. La guida racconterà loro la mia storia, insieme a tutte le altre leggende nate tra queste mura. Alcuni si convinceranno di sentirmi, altri crederanno di vedermi passare nei bui corridoi che collegano tra loro le stanze dove io vissi la mia breve vita. Sono diventata famosa.

Allora però ero per così dire invisibile, soprattutto agli occhi dei miei, che mi guardavano come se non mi vedessero veramente. Anche la servitù, pur gentile con me, spesso mi parlava abbassando lo sguardo, mi chiedo ancora se per deferenza nei miei confronti o per un qualche disagio e timore che suscitavo in loro.

C’erano sere in cui tutti fuochi erano accesi e nella sala grande gli invitati sedevano a banchetto e c’erano musica e risa e calore. Io, nella mia stanza fredda di solitudine, immaginavo quello a cui non potevo partecipare.

Ma ero una buona figlia, ubbidiente come si conviene alla figlia di un nobile. Accettavo la mia condizione e la mia vita, convinta che così dovesse essere, perché così mi avevano insegnato e perché non sapevo che avrebbe potuto essere diversamente.

Oggi c’è un gran via vai nel castello e nelle strade del borgo. Sono tutti vestiti come usava nella mia epoca: cavalieri, arcieri, nobildonne e popolane, musici e venditori.

Fosdinovo (MS). Una festa medievale.

Sfilano al battito dei tamburi, qualcuno regge un falco sulla mano guantata. Inscenano combattimenti e ballano nella piazza grande. A sera le luci restano accese solo nella torre. Ragazzi e ragazze siedono intorno ai tavoli e c’è allegria e cibo e vino, un po’ come dovevano essere le feste a cui non ho mai partecipato.

Non so capire se quello che provo è malinconia e rimpianto per quello che avrebbe potuto essere e non è stato, o gioia per il fatto di essere, in un qualche modo del tutto inusuale, in mezzo a loro, pur se non vista e non sentita.
Non mi ero mai chiesta se fossi bella, non mi ero mai posta il problema. Mia madre, povera di parole e di gesti di affetto, non aveva mai parlato con me del mio aspetto fisico. Neanche questo mi sembrava strano. Sia lei che mio padre avevano ben altro da fare, con il castello e le terre da amministrare, che perdere tempo con me in inutili e futili chiacchiere.

Mi innamorai di lui perché fu il primo a guardarmi e a… vedermi
La prima volta in cui mi chiesi se avrei potuto piacere a qualcuno fu quando lui alzò per caso lo sguardo dal cavallo che stava sellando verso l’alta finestra alla quale ero affacciata. I suoi occhi si posarono su di me e rimasero fissi a guardarmi, finché qualcuno non lo richiamò bruscamente ai suoi compiti. Fu strano quello che provai, un’emozione fino ad allora sconosciuta. La cosa si ripeté nei giorni seguenti. Io aspettavo alla finestra che lui uscisse nel cortile per svolgere una qualche incombenza e che alzasse gli occhi verso di me.

Bianca Malaspina
Fosdinovo. Una sala del castello Malaspina.

Credo che mi innamorai di lui perché fu la prima persona a guardarmi e vedermi così com’ero. Mi fece capire che per lui ero bella. Prima me lo disse con gli occhi, poi con le parole, poi con i baci e le carezze.

Incontrarci fu meno impossibile di quanto credessimo, in un castello pieno di passaggi noti solo a pochi. La mia vita cominciò davvero con lui e poco importava che fosse solo uno stalliere. Fu lui a darmi consistenza e un’identità. Mi parlava tenendo le mie mani tra le sue e guardandomi negli occhi.

Il biancore della mia pelle e dei miei capelli, quello che per altri era quasi inaccettabile, per lui era una sorta di dono dal cielo, un segno di bontà e purezza d’animo. Il suo sentimento era sincero e mi dava una forza che non credevo di possedere. Ora finalmente non mi sentivo e non ero più invisibile.

Quando ci scoprirono e riferirono la cosa a mio padre, la sua furia si abbatté su di noi e portò entrambi alla morte. La sua colpa fu quella di aver osato sedurre la figlia del marchese, la mia quella di aver dichiarato il mio amore a uno stalliere.
Non lo rinnegai mai, neppure di fronte alle minacce di mio padre e dei miei fratelli, secondo i quali il mio comportamento aveva gettato il disonore su tutta la famiglia.

Dapprima venni rinchiusa in un convento, sperando che la preghiera mi facesse rinsavire. Ma io pregavo Dio non perché me lo facesse dimenticare, ma perché potessimo un giorno riunirci e vivere il nostro amore. Fui rimandata al castello, ma ero ormai sulla bocca di tutti e questo mio padre non poteva tollerarlo, non poteva mostrarsi debole.

Una segreta del castello Malaspina.

Mi rinchiusero in una stanza buia, con la compagnia di un cane, simbolo del mio amore fedele, e di un cinghiale, simbolo della mia ribellione. Lì finii presto i miei giorni.
Quello che nessuno capì è che il mio comportamento non era una sfida o una ribellione a mio padre. Nella mia vita non mi ero mai ribellata, non era nella mia indole.

Ma non potevo e non volevo rinunciare al mio amore per lui, perché avrebbe significato rinunciare a me stessa e alla mia identità. Pensavo: se lui non mi guarderà più, sarò solo un corpo senza vita e allora, visto che il suo destino è la morte, che la morte sia subito anche il mio destino, perché senza di lui non esisterò più comunque.

La cena nella torre è finita, sono rimasti solo in pochi. Uno di loro prende un’arpa celtica e comincia a suonare una musica dolce, un po’ malinconica. La ragazza accanto a lui si guarda attorno come se percepisse qualcosa. Mi piacerebbe che riuscisse a sentirmi. La ringrazierei per la musica. Potrei parlarle di me. Per lei non sarei la forma bianca evanescente, che vaga lungo i corridoi. Io non sono solo questo, non sono solo una leggenda. Io ero e sono Bianca e neppure la morte mi ha privato dell’identità che lui mi ha dato.

Giovanna Rossi
Educatrice: ha lavorato per anni in un centro di Lerici che si occupava di disabili. Ha doti di sensitività che ha approfondito frequentando corsi di medianità con Carol, una medium inglese. Oggi tiene seminari di sviluppo della sensitività e si occupa di regressioni nelle vite passate.