Educare con le fiabe

di Cristina Penco. Il valore pedagogico e didattico delle storie fantastiche che ci fanno compagnia durante l’infanzia, chiave di lettura per iniziare a capire il mondo interiore e quello esteriore

Educare con le fiabe
Gianni Rodari, scrittore, poeta, pedagogista, giornalista.

«Io credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire a educare la mente». Ne era convinto Gianni Rodari, maestro, giornalista, scrittore, che espresse questo pensiero nel discorso pronunciato nel 1970, quando gli fu conferito il Premio Andersen. E ancora: «La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo».

Avrebbe scritto poco dopo ne La grammatica della fantasia, introduzione all’arte di inventare storie (1973): “Al bambino non possiamo consegnare l’oceano un secchiello alla volta però gli poss

iamo insegnare a nuotare nell’oceano e allora andrà fin dove le sue forze lo porteranno, poi inventerà una barca e navigherà con la barca, poi con la nave (…) Dobbiamo cioè consegnare degli strumenti culturali. Perché “la conoscenza non è una quantità, è una ricerca”.

Un mezzo per prendere confidenza e imparare a capire la realtà attraverso vie alternative, che viaggiano sui binari della fantasia, attraverso racconti che aiutano a dare forma, sostanza e significato ai mondi interiori ed esteriori: ecco, dunque, un’altra chiave di interpretazione delle fiabe, una visione nella quale esse diventano veri e propri ambiti di apprendimento in grado di agire anche sull’alfabetizzazione fin dall’età prescolare, quando la narrazione è affidata ai genitori, agli zii, ai nonni. Il che aggiunge loro un innegabile valore affettivo, destinato a rimanere intatto da adulti.

La fiaba, metafora della vita
Le fiabe sono storie che rappresentano percorsi di crescita, superamento di difficoltà, lotta tra bene e male. Spesso raffigurano concetti astratti e sono emblematiche come metafora dell’esperienza umana proposta attraverso il filtro di personaggi e situazioni irreali. Ma non solo.
Attraverso la narrazione fantastica, il bambino allena la memoria, sviluppa la capacità di interazione, di osservazione e l’immaginazione, si abitua all’ascolto, con benefici concreti che avrà quando si accosterà all’apprendimento di lettura e scrittura.

Educare con le fiabePensiamo, poi, alla formula tipica con cui inizia un racconto fiabesco: quel “c’era una volta” che fa comprendere ai piccoli l’esistenza di una dimensione cronologica, un tempo passato che probabilmente ora non c’è più.

Descrivendo, inoltre, reami incantati, boschi magici e caverne misteriose, viaggi avventurosi per mari e monti, le fiabe permettono di capire che esiste anche una sfera spaziale che va al di là della propria cameretta e della propria casa.

Attraverso queste esperienze narrative, i bambini vivono in prima persona le avventure dei protagonisti. Hanno pertanto la possibilità di esorcizzare le proprie esperienze negative e di far tesoro di quelle positive, acquisendo maggior fiducia nelle proprie possibilità. Soprattutto perché la conclusione delle avventure di questi personaggi è sempre positiva.
Le figure e gli eventi vanno a personificare conflitti interiori e suggeriscono in maniera sottile come possono essere risolti. Ad esempio, identificandosi con l’eroina o l’eroe della storia la bimba o il bimbo possono compensare un senso di inadeguatezza e insicurezza che magari percepiscono rispetto a se stessi.

Dunque è attraverso simili espedienti che può evolvere il processo di crescita, di integrazione dell’io, di emancipazione mettendo ordine ai diversi aspetti del mondo interiore, sia a quelli consci sia a quelli inconsci. È possibile anche dare voce a stati d’animo che non si riescono ancora a esprimere facilmente, immergendosi nelle emozioni che provano i personaggi: paura, gioia, coraggio, rabbia, tristezza, dispiacere, delusione, amore. La fiaba (che ha un contenuto fantastico), più ancora della favola (che contiene una morale), riesce a trasmettere lezioni esistenziali e consigli di vita che, grazie alla dimensione magica, vengono vissuti con leggerezza e divertimento, senza un’imposizione “dall’alto” rigida e severa.

Storie di formazione oltre la fantasia

Educare con le fiabe
Foto di Davide Amante per Pixabay

Secondo diversi studi psicologici, le fiabe toccano tutti gli aspetti della personalità in formazione e, in particolare, offrono nuove dimensioni all’immaginazione.
Contengono messaggi nascosti che “parlano” all’inconscio dei bambini indirizzandoli verso la scoperta della loro identità e suggerendo loro le esperienze necessarie per sviluppare il carattere.

Possono contribuire a far superare piccoli problemi di crescita legati al bisogno di essere amati, alla paura di non ricevere attenzioni, al terrore inconscio dell’abbandono e della morte.

Sono numerosi i significati che sono stati attribuiti ad Alice nel Paese delle Meraviglie, di Lewis Carroll, pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson (1832-1898), anche se di fondo il filo conduttore è forse la lotta contro il tempo, dove razionalità e immaginazione si scontrano sempre in quello che è il cammino verso il diventare grandi e l’età adulta.

Pinocchio di Carlo Collodi (1826-1890) parla di conquista dell’umanità, a partire dalle vicissitudini e dalle lezioni imparate da un burattino di legno, tra gente ambigua e furba (il Gatto e la Volpe), trappole in cui si può cadere e da cui, poi, è difficile uscire (la pancia della Balena), inganni di ciò che luccica, ma non è oro (il Paese dei Balocchi), figure materne disposte ad aiutare, ma non certo a farsi prendere in giro (la Fata Turchina), e quelle che ci insegnano il senso del dovere solo per il nostro bene (il Grillo Parlante).

Pollicino di Charles Perrault (1628-1703) fa capire quanto sia importante a stare uniti nella difficoltà e, soprattutto, che aguzzando l’ingegno si può ottenere molto per sé e per gli altri, anche se si è molto piccoli.
E avete presente I tre porcellini, che all’incirca risale a metà dell’Ottocento, ma di origine incerta? Affronta il tema della crescita, dell’impegno personale che porta risultati rispetto a ricerca del puro divertimento e pigrizia, e insegna a non dare confidenza agli estranei (il lupo).

Educare con le fiabe
La statua della Sirenetta, che Copenhagen ha dedicato a Hans Christian Andersen (foto di Enrique Lopez Garre da Pixabay).

Ma ci sono, poi, dimensioni ancora più profonde. Il Brutto Anatroccolo di Hans Christian Andersen (1805-1875) incoraggia ad avere fiducia in sé e a essere fedeli alla propria identità, anche quando non si ricevono conferme dagli altri, invitando a guardare la diversità come un valore e un arricchimento, non un limite. Sempre per citare altre opere famose dello scrittore danese.

La Sirenetta parla di un amore impossibile, un tema che si ritrova anche ne L’uomo di neve, dove un pupazzo di neve, per l’appunto, prova un forte sentimento per una stufa, per poi sciogliersi a primavera.

I mondi incantati di Bruno Bettelheim
Uno degli studiosi che ha dato i maggiori contributi a un’interpretazione psicoanalitica della fiaba è stato lo statunitense di origini austriache Bruno Bettelheim (1903-1990). Emigrato negli Usa nel 1939, insegnò nell’università di Chicago. È noto soprattutto per le sue tecniche nel trattamento dei bambini con disturbi emotivi e per la sua analisi degli aspetti psicologici del pregiudizio razziale.

Nel suo saggio Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe (prima edizione nel 1976), l’esperto ha offerto il suo contributo sul significato psicologico delle fiabe e sull’aiuto pedagogico che offrono nel delicato periodo della crescita. Catturano l’attenzione dei piccoli, li divertono, suscitano il loro interesse e stimolano la loro attenzione, la loro curiosità, la loro creatività: sono pertanto il migliore mezzo che hanno gli educatori per comunicare con i bambini, per trasmettere loro dei messaggi positivi.

Poiché parlano attraverso il linguaggio della fantasia, che è lo stesso del bambino, e sono al di fuori del tempo e dello spazio, evocano situazioni che consentono al piccolo, identificandosi con personaggi che incarnano figure archetipiche e partecipando emotivamente alla storia, di affrontare ed elaborare le reali difficoltà della propria esistenza. Non solo.

Educare con le fiabe
Foto di Anja- Cocoparisienne da Pixabay.

Affermava lo studioso: «La fiaba, mentre intrattiene il bambino, gli permette di conoscersi, e favorisce lo sviluppo della sua personalità. Essa offre significato a livelli così diversi, e arricchisce l’esistenza del bambino in tanti modi diversi, che non basta un solo libro a rendere giustizia della quantità e della varietà dei contributi apportati da queste storie alla vita del bambino».
Per Bettelheim, in particolare, questo genere di racconti aiuta i piccoli a superare un primo grande conflitto, quello che riguarda il problema dell’integrazione della personalità, e il cosiddetto complesso edipico, per rendersi più autonomi rispetto ai genitori e iniziare a formarsi come individui a se stanti.

Processi mentali e coinvolgimento affettivo per Bruner
Lo psicologo e pedagogista statunitense Jerome Seymour Bruner, classe 1915, professore a Harvard dal 1952, dal 1961 direttore del Center of cognitive studies, professore alla New York University, ha studiato l’elaborazione e l’organizzazione dei dati da parte del soggetto nei processi conoscitivi e di apprendimento, applicando i risultati ottenuti alla didattica delle diverse materie di insegnamento. Secondo Bruner, ascoltare le fiabe permette lo sviluppo del “pensiero narrativo”, ovvero della capacità cognitiva attraverso cui le persone strutturano la propria esistenza, organizzano la propria esperienza e costruiscono significati condivisi.

Quando i genitori, i primi educatori, raccontano una fiaba, dovrebbero al contempo raccontare se stessi, le proprie emozioni, i propri sentimenti, in modo consapevole e coerente, cullando il bambino che si lega alla voce che ascolta, spalancando le porte alla fantasia e mettendo in un angolo inquietudine e paura. Questo è importante per far sì che si sviluppi, nei piccoli, un corretto approccio. In caso contrario, il rapporto con la realtà diventa puramente reattivo-istintivo.

Un’illustrazione di Cappuccetto Rosso (foto di Prawny da Pixabay).

La narrazione fiabesca, per Bruner, non è solo un divertente svago legato al periodo dell’infanzia, ma è uno dei processi mentali basilari per l’individuo in quanto mezzo di trasmissione di valori e di ideali, in virtù delle sue valenze conoscitive ed emotive.

Secondo lo psicologo e pedagogista americano, in storie come Barbablù e Cappuccetto Rosso, per citare due titoli noti nella nostra tradizione popolare, è presente un «paesaggio duplice»: lo «scenario dell’azione», cioè gli eventi e gli accadimenti, e lo «scenario della coscienza», costituito dai vissuti emotivi e gli eventi mentali dei protagonisti. Attraverso l’ascolto di una fiaba, sostiene Bruner, i bambini attivano due modalità caratterizzanti l’attività mentale degli esseri umani: pensiero razionale e pensiero fantastico.

All’interno di una fiaba, infatti, attraverso l’ascolto di elementi sia reali (contraddistinti da elementi logici, sequenze temporali, rapporti di causa-effetto, ecc.) sia irreali (con elementi che spesso non rispondono alla logica), il bambino attiva contemporaneamente entrambe le funzioni.  Attraverso la fiaba, il momento del racconto si riempie di espressioni, di emozioni e, grazie alla comprensione del contesto narrativo, i bambini sono stimolati dal punto di vista cognitivo e riescono a porre e risolvere correttamente situazioni e problemi in linea con il proprio livello di sviluppo.

Per saperne di più:
Consigli di lettura sulla fiaboterapia

Guarire con le fiabe. Come trasformare la propria vita in un racconto (Meltemi, 2018) di Maria Varano, psicologa, psicoterapeuta e arteterapeuta, ci fa comprendere come queste riproducano le tappe fondamentali dello sviluppo individuale e dell’evoluzione collettiva: un viaggio avventuroso che rende attraente l’esperienza del cambiamento; un viaggio che può metterci in contatto col nostro io più profondo e, soprattutto, curare le nostre ferite.

Prova con una storia. I racconti giusti per rispondere alle grandi domande dei bambini (Bur, Bblioteca Universale Rizzoli, 2018) di Anna Oliveiro Ferraris (psicologa, psicoterapeuta e professore ordinario di Psicologia dello sviluppo all’Università della Sapienza di Roma) guida i lettori adulti e li aiuta a capire che favola raccontare al proprio figlio, il messaggio da trasmettere e come accendere la sua fantasia. L’autrice fornisce esempi di storie che gli adulti possono adattare alle esigenze dei loro figli o servirsene come canovacci per crearne di nuove, dando numerosi consigli sulle tecniche di narrazione da utilizzare.

Riferimenti:

https://www.grupposandonato.it/news/2020/ottobre/centenario-rodari-zucca-felice

https://www.edscuola.eu/wordpress/?p=85871

https://www.agi.it/cultura/linsostituibile_ruolo_delle_favole_nello_sviluppo_del_bambino-604205/news/2016-03-12/

Treccani.it

Cristina Penco
Giornalista, genovese di nascita ma milanese di adozione, si occupa di attualità, costume, società, non profit, moda ed entertainment, e anche di teatro e cinema ("grandi fabbriche di sogni", dice, "officine di creatività e cultura"). Anche se si è dedicata prevalentemente alla carta stampata, è presente in rete e ha fatto brevi incursioni in radio e in Tv. Mailto: cristina_penco@yahoo.it