Le ferite nascoste del disamore

di Grazia Maria De Maria. Le dinamiche psicologiche per cui la vittima è indotta a credere di essere lei la colpevole di una relazione che non funziona

Nel film “Il danno” l’amore di Jeremy Irons per Juliette Binoche, la fidanzata del figlio, finisce in tragedia.

Esiste un tipo di violenza morale che sa nascondersi molto bene e agire pressoché indisturbato, talvolta anche nelle relazioni più importanti della nostra vita.
Nelle puntate precedenti abbiamo visto come a molti di noi può capitare di subire un abuso difficile da riconoscere – da parte di un partner, di un amico, di un capo – oppure di averne il netto sentore, ma di non essere in grado di opporci, né di dare un nome a ciò che stiamo subendo.

In ogni caso, quando la nostra vita è regolarmente impantanata in relazioni cronicamente angosciose, stancanti, deleterie, diventa importantissimo interrogarsi su cosa stia accadendo realmente.
Meglio sarebbe chiedere l’aiuto di un esperto per capire in che modo abbiamo permesso – sia pure inconsapevolmente – a relazioni tossiche di entrare e di proliferare nella nostra esistenza.

Ferite antiche non rimarginate
Infatti, quando sentirsi bloccati in una relazione spossante diventa una costante, nella maggior parte dei casi è segno che abbiamo una ferita antica che non si è rimarginata, a cui non abbiamo prestato ascolto e che, verosimilmente, non sappiamo nemmeno di avere.

Antonio Banderas, in “Dolor y gloria”, tormentato dal disamore di una madre fredda ed egoista (Penélope Cruz).

Le ferite più insidiose si formano generalmente in epoche precoci della nostra vita, spesso a causa di relazioni problematiche con un genitore o un’altra figura di attaccamento o all’interno di un’intera famiglia patologica.

Nell’età adulta la persona ferita può diventare incline a ricercare inconsciamente relazioni analogamente distruttive che continuano a debilitarla. Tali relazioni possono essere più o meno devastanti, generando difficoltà a livello emotivo, relazionale e fisico.

La storia di Benjamin e Annie
A titolo di esempio, riporto una storia tratta da Molestie morali di Marie-France Hirigoyen, che descrive una situazione di abuso molto sottile.
I protagonisti, Benjamin e Annie, che fanno lo stesso lavoro, convivono da due anni. All’inizio lui l’aveva convinta a chiudere una relazione con un uomo sposato, anzi, dichiarando doi volersi unire con lei in matrimonio e avere dei figli.

Apparentemente sono una coppia normale, ma tra loro, in realtà, si instaura una dinamica patologica che logora Annie, mettendo in scena ‘la vittima’ che è in lei.

Un cambiamento inspiegabile
Quando vanno a vivere insieme, lui diventa distante, indifferente, è affettuoso solo quando la desidera sessualmente. Tuttavia nega di essere cambiato e alle rimostranze di Annie, sembra non capire e non reagisce, creando in lei uno stato di depressione.

Non vedendo vie d’uscita alla mancanza di comunicazione, Annie decide finalmente di curare la propria depressione, che sembra essere la causa delle difficoltà di coppia, e inizia una psicoterapia.

Scrive l’autrice: “Lei ha molta più esperienza. Spesso lui le chiede consigli, ma rifiuta qualunque critica: «Non serve a nulla, sono stufo, non capisco che cosa vuoi dire». A più riprese si appropria delle sue idee, pur negando di avere usufruito del suo aiuto. Non la ringrazia mai.
Se lei gli fa notare un errore, si giustifica dicendo che è probabilmente la sua segretaria ad avere scritto male. Lei fa finta di credergli per evitare spiegazioni”.

Benjamin vuole dominare Annie
Tra loro non c’è confidenza, dialogo, Annie sa poco o niente di lui, ad esempio come passa il suo tempo. Peraltro in presenza degli altri Benjamin si dimostra distaccato, anzi spesso la prende in giro, sia pure in un modo che appare bonario. Ma, soprattutto, si rifiuta di impegnarsi con lei.

Annie continua a desiderare dei figli come avevano progettato all’inizio, ma non osa neppure parlarne perché Benjamin ha cambiato idea anche su questo. Qualunque argomento lei affronti, viene censurata, bloccata. Ogni tanto Annie reagisce perdendo il controllo e in un soprassalto violento esprime la sua rabbia, mentre Benjamin rimane imperturbabile.

Apparentemente Benjamin è gentile, ma in realtà condiziona Annie con il suo atteggiamento di rifiuto. E se da un lato desidera che lei sia finanziariamente indipendente, dall’altro la vuole sottomessa.

La psicoterapia inizia a funzionare

Daniel Auteuil, in “Un cuore in inverno”, si innamora di Emmanuelle Béart  portandola via al suo migliore amico, per poi lasciarla senza motivo.

Con la psicoterapia, Annie incomincia a cambiare, per esempio non accettando più di essere criticata sempre e comunque.

E lui, con aria innocente, l’accusa di volerlo colpevolizzare, pur rifiutando di fatto ogni forma di confronto. E, naturalmente, riesce anche a farla sentire in colpa. 

“Annie si rende conto di avere rinunciato al suo modo di pensare, alla sua individualità, per paura che le cose vadano sempre peggio”, scrive l’autrice. “Ciò la porta a fare costantemente sforzi per rendere sopportabile la vita di tutti i giorni.
Ogni tanto reagisce e minaccia di andarsene. Lui la trattiene con un discorso ambiguo: «Io voglio che il nostro rapporto vada avanti. Non posso darti di più per il momento».

Lei pende dalle sue labbra al punto che al minimo segnale di riavvicinamento riprende a sperare.
Annie avverte chiaramente che questa non è una relazione normale ma, avendo perduto ogni punto di riferimento, si sente obbligata a proteggere e a scusare Benjamin qualunque cosa faccia”.

Ma perché lei non se ne va?
Quando il partener non fa che criticare, sminuire l’altro e non è più disponibile nemmeno sessualmente come Benjamin, uno dei grandi interrogativi è: perché la persona oppressa non pone fine alla relazione?
In realtà Annie spera di poterla risanare credendo che se all’inizio Benjamin è stato un uomo amorevole e passionale, certamente può tornare ad esserlo. È convinta che il cambiamento del suo compagno sia dovuto ad uno stato di malessere di cui peraltro si sente responsabile. Nutre anche sensi di colpa per non essere abbastanza seducente per soddisfarlo.

Infine, un aspetto fondamentale consiste nel fatto i genitori di Annie hanno sempre vissuto forme dissimulate di violenza e sono rimasti insieme solo per senso del dovere.

Quando la vittima è portata a sentirsi in colpa

Alida Valli, in “Senso” di Luchino Visconti, si innamora di Farley Granger, senza capire che lui la sfrutta fino a farle tradire la sua Patria.

Questa storia raffigura un esempio in cui l’abuso è così abilmente perpetrato da innescare nella vittima, Annie, il dilemma se sia lei ad essere particolarmente permalosa, polemica, incontentabile, oppure sia il suo oppressore, Benjamin, a rovesciare rabbia e ostilità gratuite su di lei.

Annie è intimamente infelice, anche se finge quasi sempre che non sia così, e si sente impossibilitata a esprimere liberamente il suo sentire perché la negazione ingegnosa che mette in atto il suo compagno è ben più potente della considerazione che lei ha per se stessa e della sua genuina convinzione di meritare rispetto e amore.

Questa donna sembra alienata dalla sua sorgente interiore ed è perciò schiava della manipolazione del suo freddo predatore che ha lo scopo primario di sentirsi dominante e superiore all’interno della coppia.

Benjamin è vittima a sua volta di emozioni distruttive che non sa riconoscere e governare, e di fronte alle quali reagisce trasformando ogni occasione in una lotta per la supremazia nei confronti della sua compagna sempre più disorientata e rassegnata.
Una differenza sostanziale tra Annie e Benjamin è che quest’ultimo vive la relazione in modo egosintonico, cioè desidera in un certo senso che le cose non cambino perché esse sono in sintonia con l’organizzazione della sua personalità e i relativi bisogni.

Difficilmente il “carnefice” si rivolge allo psicoterapeuta

Tsilla Chelton è “La zia Angelina”, una vecchia dispotica e manipolatrice, che fa ricadere la colpa delle sue azioni sugli altri..

È per questo che il cosiddetto ‘carnefice’ molto difficilmente si rivolge ad uno psicologo per migliorare la situazione, anzi se ne guarda bene.
Come in passato la ferita della Annie bambina non ha potuto avere voce, l’Annie adulta si ritrova alle prese con un’altra ferita – o potremmo dire la stessa? – che la fa sprofondare sempre più nel disconoscimento a cui sembra condannata.

Si tratta di un caso in cui il livello di aggressività è abbastanza elevato in quanto blocca qualunque possibilità di evoluzione delle persone coinvolte, ricreando quotidianamente un’atmosfera mortifera e uno stato perenne di afflizione nella vittima.
Pur tuttavia sussistono abusi psicologici ben più gravi, dove il grado di perversione è maggiormente accentuato, sebbene altrettanto disconosciuto. Restituire voce a chi ha dovuto soffocarla in un’epoca in cui non poteva difendersi è una sfida complicata, anche per chi si occupa di salute psicologica. Tuttavia, il primo passo consiste sempre nel riconoscere l’esistenza di ferite nascoste che guidano le relazioni, anche quelle che spesso ci ostiniamo a chiamare ‘d’amore’.

Un primitivo disamore non riconosciuto
Le piaghe di un primitivo disamore possono rimanere occulte e, quand’è così, esse hanno la pervicace inclinazione a riprodursi nelle relazioni successive generando ulteriore disamore.
Anche se abbiamo smarrito la strada, è necessario innanzitutto credere nella possibilità di un cambiamento, di un altro modo di essere e di vivere la nostra esistenza.

Del resto, come possiamo sperare in una società più sana e più felice se facciamo come nulla fosse di fronte a ferite aperte che sanguinano e che, per giunta, hanno l’ostinata propensione ad essere tramandate da una generazione all’altra?

Per saperne di più:
M.F. Hirigoyen, “Molestie morali. La violenza perversa nella famiglia e nela lavoro”. Einaudi ed. Torino 2000.

Grazia Maria De Maria
Psicoterapeuta specializzata in Psicoterapia della Gestalt, Practitioner in EMDR, Supervisore, Psicologa Clinica, vive e lavora a Roma. Ha ideato e conduce workshop e corsi tra cui “Le ferite nascoste. Liberare le parti negate della propria personalità”, “A colloquio con il corpo, ovvero alla scoperta di sé”, "Colloqui di ben essere". Ha pubblicato vari articoli e saggi sulla psicoterapia, sulla psicopatologia, sulla società contemporanea. e-mail: gracegmgm278@gmail.com